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Genocidio o no? Davvero è questo il punto?
C’è un dibattito surreale che rimbalza da anni tra editoriali, talk show e social network: si può usare la parola genocidio per descrivere ciò che accade a Gaza?
Si mobilitano giuristi, filosofi, semiologi, accademici dell’ONU in pensione e attivisti della punteggiatura. Alcuni dicono che sì, è un genocidio. Altri che no, è una guerra. Altri ancora chiedono di sospendere il giudizio, di attendere le prove, di evitare l’uso “improprio” dei termini.
E mentre i commentatori litigano sulle parole, la realtà muore. Letteralmente.
IL MODELLO PESARO. Bene comune o cooptazione relazionale?
A che serve il settore pubblico?
Non serve a “fare il bene”. Serve a rappresentare tutti, a contemperare interessi plurali, spesso confliggenti, attraverso regole, processi, trasparenza, controllo. Se l’attore pubblico perde questa funzione – se diventa parziale, orientato, fedele a una rete – allora non ha più senso esistere. E con esso perde senso l’idea stessa di democrazia, che pretende che tutte le voci – dicasi interessi – siano ascoltate, pesate, bilanciate.
Milano e la sindrome di Stoccolma del decisore pubblico
C’è un tratto curioso, che ritorna spesso nelle grandi inchieste italiane: la capacità dei protagonisti pubblici di giustificare ciò che non dovrebbe essere giustificabile. L’indagine milanese sul sequestro della funzione pubblica, che avevamo già commentato qualche mese fa, si arricchisce di nuovi dettagli e nuovi protagonisti, ma sembra ruotare sempre attorno allo stesso cortocircuito: il decisore pubblico non è più solo un bersaglio della cattura, ma sembra diventare il suo alleato più devoto. Si direbbe, addirittura, il suo principale sostenitore…
Umanità cercasi. Contro le tecnologie salvifiche e la disumanizzazione del settore pubblico
C’è un dibattito vivo – persino acceso – in America e in molti Paesi sul mito della “salvezza tecnologica”. Un dibattito che in Italia semplicemente non c’è. Perché questo tema ci riguarda? Perché la stessa ideologia – meno chiassosa, meno siliconvalleggiante, ma non meno pericolosa – si è radicata anche nella narrazione che domina la pubblica amministrazione italiana.
Valutare l’apprendimento nella formazione all’etica e all’integrità. Non serve un test a risposte multiple!
Valutare la costruzione di competenze per l’integrità con un test a risposta multipla? No grazie!
Ormai basta uno screenshot.
Un clic, un upload su ChatGPT, e la risposta giusta alla domanda a scelta multipla del corso e-learning arriva puntuale, con una spiegazione chiara, priva di incertezze, che mette in riga qualsiasi docente in carne e ossa. Questo semplice gesto, ormai alla portata di chiunque, ha messo a nudo una verità che per anni è rimasta sottintesa: i meccanismi di valutazione dell’apprendimento, così come oggi imperversano nelle piattaforme di formazione, erano inutili già prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale. Ora lo sono semplicemente in modo più evidente.
Il Revolving Door e le federe del potere
Il crimine perfetto, a quanto pare, si consumava a 10.000 metri di altitudine. I ladri? Giornalisti. La scena del delitto? L’Air Force One. Il bottino? Cuscini ricamati, bicchieri col sigillo presidenziale, piatti dorati e — chissà — qualche tovagliolo commemorativo. Pare che la Casa Bianca sia seriamente preoccupata per questo rituale ormai consolidato tra i […]