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lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

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Divagazioni estive (4): cosa c’entra la LIBERTA’ con il CONTROLLO?

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

Questa quarta divagazione estiva (da leggere sotto l’ombrellone o perlomeno davanti a un ventilatore) parla di un triste fatto di cronaca: il crollo del Ponte Morandi di Genova.

Non siamo ingegneri e quindi non cercheremo colpevoli o motivazioni. Invece ci occupiamo di prevenire la corruzione. E quindi possiamo fare solo fare una semplice constatazione: non è vero che ogni volta che crolla un ponte è colpa della corruzione. Non è sempre un problema di tangenti e opere pubbliche costruite male. Le opere pubbliche possono essere anche costruite benissimo, ma nel tempo hanno bisogno di manutenzione e, soprattutto, di controlli. Che spesso non vengono fatti o vengono fatti male. Si chiama mala-gestio e può fare tanti danni quanti ne fa la corruzione. Ne abbiamo parlato parecchio nei nostri corsi di formazione, ad esempio, quando la FUNZIONE di CONTROLLO viene progressivamente disattivata (mala-gestio) a causa dell’interferenza di interessi secondari o di interferenze politiche.

La “funzione di vigilanza e controllo“, in effetti, non sta troppo simpatica ai politici. Avete mai sentito un politico durante una campagna elettorale rivolgersi ai potenziali elettori con le seguenti parole: “Se mi eleggerete, vi prometto di controllarvi e se troverò irregolarità, di sanzionarvi adeguatamente“. No, non credo. Fateci caso, quando i politici promettono di esercitare una “attenta e puntuale vigilanza” hanno in mente, ad esempio, i migranti, cioè individui che non possono votare.

Bridge collapsed on Genoa highway

Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha prontamente costituito una commissione di inchiesta. E ha fatto sicuramente bene. Ma poi L’Espresso fa una inchiesta sui componenti della commissione di inchiesta e scopre che  il Ministero ha affidato inchiesta su Ponte Morandi a tecnici che 6 mesi fa notarono i rischi e non fecero nulla per impedire il crollo. E questo non è un bene. Si chiama conflitto di interessi. Il conflitto di interessi non è corruzione, ma interferisce con il buon andamento della pubblica amministrazione e può degenerare in corruzione.

Come riporta l’articolo, alcuni relatori INTERNI del Ministero delle Infrastrutture si sono visti autorizzare dal Ministero incarichi da parte della società autostrade e questo li pone in palese conflitto di interessi, anche se si fosse trattato di incarico gratuito: “L’autorizzazione agli incarichi esterni di coordinamento lavori o collaudo per imprese private è una prassi ministeriale. Una consuetudine di tutti i governi“. Comportamento assai discutibile vista la particolarità della “funzione di vigilanza”. Sappiamo bene, tuttavia, come in molte amministrazioni sia prassi autorizzare incarichi extraistituzionali a soggetti che incarnano ruoli di vigilanza. In questo modo il controllante si confonde con il controllato.

In qualche modo, sembra che per poter esercitare adeguatamente la funzione di vigilanza e controllo, occorra essere LIBERI

Il crollo del Ponte Morandi ha ucciso 43 persone e diviso in due Genova  e la Liguria.

Ci sono diverse città che sono state divise per varie ragioni, da circostanze storiche o da eventi naturali.

Ad esempio, Berlino è stata divisa in due per molto tempo. Per l’esattezza, dal 1961 al 1989.

Esiste una qualche analogia tra le vicende di Genova e Berlino?

Genova è stata divisa in due dal crollo di un’opera pubblica strategica: un viadotto dell’autostrada A10, che collega il nord Italia al sud della Francia. Berlino, invece, è stata divisa da un muro che era anch’esso un’opera pubblica strategica per la Repubblica Democratica Tedesca e che ha causato un numero ancora imprecisato di vittime: tra 192 e 239 cittadini della Germania Est, uccisi mentre cercavano di attraversarlo. 

La caduta del Muro di Berlino è (a torto o ragione) un simbolo di libertà: simboleggia la riunificazione di un popolo e la fine del comunismo sovietico, mentre la caduta del Ponte Morandi, con i conflitti di interessi che si porta dietro, sembra, piuttosto, un simbolo di costrizione e di assenza di libertà

Può sembrare un paradosso, ma la LIBERTA’, in una democrazia si esercita soprattutto rendendo efficace l’azione di vigilanza e controllo. Lo stato di salute di una democrazia, diremmo, si valuta sulla capacità di una comunità di esercitare una attenta vigilanza sulla legalità delle azioni dei propri rappresentanti e dei cittadini in generale. Ma lo sappiamo che controllare non va di moda. E allora teniamoci questa pseudo-democrazia in cui la libertà è, come in una vecchia gag di Corrado Guzzanti, la condotta secondo cui: ““Facciamo un po’ come c***o ci pare!”

Siamo uno Stato sotto sequestro? Lo STATE CAPTURE, chi lo conosce lo evita.

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Lo “STATE CAPTURE” è un concetto piuttosto noto a chi si occupa di corruzione ma sconosciuto al dibattito pubblico italiano, eppure sarebbe utile considerarlo, soprattutto a seguito dei tristi eventi di Genova e del crollo del viadotto Morandi.

In breve STATE CAPTURE, che potremmo tradurre con “Stato sotto sequestro“, sta a significare la condizione/situazione di una comunità nazionale in cui rilevanti interessi privati sono in grado di influenzare significativamente il processo decisionale pubblico, con particolare riferimento al processo legislativo e regolamentare ai fini di trarre un significativo vantaggio. La locuzione fu coniata dalla Banca Mondiale nei primi anni dell’attuale millennio per descrivere la situazione di alcuni Stati dell’Asia centrale che uscivano dalla dominazione sovietica.

Rappresenta, in qualche modo, la forma più estrema ed evidentemente pericolosa di corruzione, una corruzione sistemico/politica in grado di distorcere leggi e regolamenti condizionando scelte politiche e generando una forte selezione avversa in tutti o in alcuni settori economici di una comunità nazionale.

Sono entrato in contatto con questo concetto da un po’ di tempo quando mi fu richiesto di rispondere ad un questionario in cui si chiedeva, fondamentalmente, se l’Italia fosse una nazione sotto sequestro. Prima di iniziare a rispondere alle domande avrei detto di no con una certa perentorietà, ma, man mano che andavo avanti con le risposte, non ero più tanto sicuro. I tragici eventi di Genova mi fanno ancor più riflettere.

Gli indizi della presenza di STATE CAPTURE in alcuni settori economici in Italia sono, ad esempio:

  • la costituzione di monopoli o cartelli di interessi privati nella gestione di servizi pubblici essenziali,
  • l’inefficienza e l’aumento del costo di tali servizi,
  • l’opacità nella concessione e nella gestione dei servizi,
  • particolari deroghe normative/regolamentari nell’assegnazione, gestione e controllo di servizi pubblici a privati,
  • condizioni estremamente svantaggiose, per la parte pubblica, nel recedere o nel contestare inefficienza e inefficacia nella gestione dei servizi,
  • la consistenza dei profitti a vantaggio del monopolista privato.

Quando uno Stato è sotto sequestro (o lo è in alcuni settori economici strategici) non abbiamo particolari casi di corruzione amministrativa. La particolarità di questa condizione è, infatti, la possibilità di intervenire direttamente sulla regolazione, quindi sulle leggi, sia nell’operatività, cioè, nel regolamentare i rapporti tra interessi pubblici e privati, sia nel contenzioso, cioè, nel rendere particolarmente svantaggioso per la parte pubblica affrontare una lite giudiziaria, sia nel distorcere tempi e strumenti della giustizia penale o civile.

Cosa fare in caso di State Capture? Sgombriamo subito il campo da facili entusiasmi. La legge 190/2012 in materia di prevenzione della corruzione non può in alcun modo contrastare tale fenomeno, dal momento che essa interviene sulla corruzione amministrativa

Si parla molto e giustamente si ridurre le asimmetrie informative. nel caso della gestione dei servizi autostradali italiani, ad esempio, ne esistono molte ed alcune assolutamente evidenti. L’assoluta opacità delle clausole è sia un indizio della presenza di State Capture, sia un fronte su cui impegnarsi. il sintomo di presenza di State Capture (almeno in questo settore economico) sta nel fatto che a fronte di un regime particolarmente invasivo di trasparenza proattiva, con pesanti obblighi di pubblicazione per le amministrazioni, esistono poi tali ampi spazi di opacità per ambiti assai più importanti come la gestione di servizi essenziali per i cittadini. 

In merito alla riduzione delle asimmetrie informative, molto si potrebbe fare riguardo alla emersione di finanziamenti da parte di interessi privati a partiti o movimenti politici. Anche questa circostanza è sia sintomo di State Capture che ambito di intervento da parte di chi volesse ridurre tale condizione.

Ripristinare la funzione di controllo nella gestione dei servizi pubblici essenziali è sicuramente una strada da percorrere. Abbiamo osservato come l’influenzamento degli interessi privati possa generare carenza operativa nei processi di controllo da parte del soggetto pubblico concedente. Subdolamente, vengono enfatizzate funzioni di controllo da parte di uffici pubblici che, però, non possono esercitare tale funzione per problemi di operatività. In questo senso trovo illuminante un passaggio della Relazione 2016 al Parlamento del Responsabile della Direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali : “Noi dobbiamo dire un po’ a malincuore e semplicisticamente, che i collaboratori che si recano in missione per svolgere i sopralluoghi devono anticipare le spese. È importante farlo presente, presidente: mi scusi se parlo di queste piccole questioni, ma il rimborso arriva dopo quattro-cinque mesi. Il dipendente che non può anticipare le somme occorrenti per l’albergo e per i pasti è costretto a rientrare in sede. Ciò crea grossi problemi. Basti pensare che siamo passati da 1.400 ispezioni all’anno nel 2011 a 850 ispezioni nel 2015. Ne risente, quindi, l’attenzione da parte di tutto l’apparato. All’interno di un assetto ministeriale c’è molta più burocrazia rispetto all’attività che conduciamo“. Noi di @spazioetico conosciamo bene questi meccanismi (intenzionali o non intenzionali) volti a depotenziare o addirittura a eliminare la funzione di vigilanza della parte pubblica.

Il monitoraggio civico può essere un’arma fondamentale, a patto che si passi dalla denuncia alla disponibilità di strumenti legali (in assenza di quelli culturali) di accountability dei decisori pubblici e dei soggetti privati. La particolarità dello State Capture sta, infatti, anche nella possibilità da parte degli interessi privati di orientare a proprio favore l’opinione pubblica, riducendo la stigmatizzazione sociale e la percezione della responsabilità o fornendo informazioni parziali o manipolate.

Non so se siamo sotto sequestro, ma alcune riflessioni andrebbero fatte perché, come diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». 

A quando la concessione di servizi pubblici nel PNA?

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Il processo di concessione di servizio pubblico è da considerarsi ad altissimo rischio corruttivo. La fase di pianificazione, la scrittura della convenzione, l’applicazione di clausole, l’assegnazione e, infine, la fase di controllo sono tutte ad altissimo rischio, considerati gli interessi primari in gioco e gli interessi secondari che muovono individui e organizzazioni pubbliche e private.

Non ci vuole un genio per capirlo.

Allora, come si sono mosse le amministrazioni responsabili? Scopriamo che il livello di trasparenza del processo è pressoché nullo; in tutte le fasi, le clausole rappresentano un capestro per la parte pubblica con chiaro inquinamento del processo decisionale e mala-gestio; il controllo è delegato al soggetto controllato (ebbene sì, anche questo abbiamo dovuto sentire).

Ci piacerebbe che l’aggiornamento 2019 del PNA se ne occupasse, potremmo anche fornire utili indicazioni, se ce le chiedessero (ne dubito).

Occuparsi (seriamente) della concessione di servizi pubblici a privati sarebbe un vero passo verso la prevenzione della corruzione in Italia. 

#noallanticorruzionedellecarte

Divagazioni estive: La Nagrafe

L’estate è finalmente arrivata, al netto di qualche nubifragio che si abbatte sul Bel Paese, per ricordarci che il clima sta diventando tropicale (o forse perché la fine del mondo è vicina e con essa anche l’estinzione dei fenomeni corruttivi). Alcuni dei nostri lettori saranno già in vacanza. Altri magari partiranno ad agosto. Pensando a loro (ma soprattutto a quanti le vacanze non se le possono permettere) @spazioetico ha scritto questa divagazione estiva, da leggere sotto l’ombrellone (o in casa, preferibilmente davanti a un ventilatore)

LA NAGRAFE

Roma, luglio 2018. Cosa altro deve succedere?

Ieri, 22 luglio 2018, appare un articolo su un quotidiano nazionale (La Verità – che è un nome inquietante per un giornale, lo ammetto, tipo “La Pravda”) che mi ha incuriosito parecchio: “A Roma adesso c’è anche lo scandalo di anagrafe capitale“.

Scorrendo l’articolo mi imbatto in una situazione in cui mi ero appena imbattuto io stesso. Il giornalista richiede agli uffici anagrafici del Municipio 1 di Roma Capitale dei certificati e gli viene proposto un appuntamento di lì a due mesi. Stessa cosa era successa a me che ero andato qualche settimana prima per rinnovare la carta di identità di mio figlio: avevo prenotato l’appuntamento addirittura a marzo.

Il giornalista, Giacomo Amadori che ormai considero un fratello in armi, afferma che chi vuole rinnovare la carta di identità deve attendere proprio tre mesi e che l’appuntamento si può richiedere esclusivamente attraverso la piattaforma “Tu passi”, l’elimina-code che è stato approntato dal Comune per rendere più snella l’attività dell’ufficio suddetto.

Anche io, come il giornalista avevo notato una discrepanza e, pur lodando l’iniziativa dell’elimina-code “de noantri”, non riuscivo a capire il motivo della quassi totale assenza di sportelli aperti in una mattinata normalissima di metà giugno.

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La foto ritrae più della metà dei 14 sportelli presenti nell’ufficio. Tutti chiusi e, in alcuni casi, schermati per non consentire la visione all’interno. 

Ma poi leggi un altro cartello e rispondi alla domanda che già ti stai facendo: “Dove c***o sono finiti tutti quanti?”

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La cosa interessante per me che mi occupo (anche) di processi organizzativi è che il cartello registra la presenza di un fattore di rischio (carenza operativa) che, almeno in teoria, sembrerebbe opportunamente mitigato dalla mitica piattaforma informatica elimina-code “de noantri”.

Ma poi leggo l’articolo del giornale e scopro che, invece, ci sarebbero degli operatori privati (agenzie che procurano certificati a privati) che si accaparrano gli appuntamenti che poi rivendono agli utenti per la cifra di 15 euro.

E dove sono finiti allora gli impiegati? Alcuni di loro avvicinerebbero (sempre secondo l’articolo) i malcapitati utenti orientandoli proprio alle agenzie di cui sopra i cui interessi (diremmo secondari) sembrano, invece, primeggiare nei vuoti e decadenti uffici municipali.

Come me ed il giornalista, così molti altri utenti di quell’ufficio si saranno fatti la stessa domanda. E non tutti avranno come “nume tutelare” il Mahatma Ghandi. Potrebbe esserci il pericolo che qualcuno, in preda a frustrazione e impotenza, “sbrocchi” (termine che indica l’ultima goccia che fa traboccare il fatidico vaso) e le prometta al solerte funzionario. Allora l’ufficio si è voluto tutelare esponendo in bella vista il cartello che qui vi propongo. 

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Quella raccontata dall’articolista della Verità (brrrrrrrr) è una vicenda degna del Terzo mondo, che forse non esiste più, ma che a Roma si ritrova in tutta la sua efferatezza. Vorrei terminare la mia vicenda, invece, con una nota “ambientale”. La figura seguente mostra un dettaglio, almeno in apparenza, che ho voluto cogliere. Si tratta delle nuove sedie (almeno quelle) che l’ufficio aveva acquistato per non fare attendere in piedi gli sfortunati avventori. Ma, se ci fate caso, noterete come le sedie conservino la plastica dell’imballaggio. Come se fossero state prese e messe lì a caso, senza alcuna attenzione o cura.  

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Sono, a mio avviso, la metafora perfetta di quell’ufficio. La narrazione di un nuovo che nasce già corrotto. L’immagine di un ufficio abbandonato dai chi lo occupa e da chi lo guida, come anche dai cittadini che si dovranno rivolgere alle agenzie private per avere un certificato o una carta di identità. Che tristezza.

Lo ripeto da tempo, ormai. Per chi come me (Massimo Di Rienzo) esplora le mille sfaccettature della corruzione, vivere in questa città rappresenta un privilegio assoluto. Un laboratorio, un acquario, una parete di vetro (ma qualcun altro direbbe “una fogna a cielo aperto”). Dove, alle pareti si accalcano osservatori e studiosi del fenomeno corruttivo nel facile tentativo di isolare un azzardo morale, una corruzione spicciola, una corruzione amministrativa o la più ricercata corruzione sistemico/politica. “Guarda, hai visto come la formica funzionaria ha chiesto la mancia all’esercente?” “No, ma tu non hai visto quel gruppo di ratti come si sono organizzati per lucrare sui morti“. Le puoi osservare tutte e non ti lasceranno mai deluso. 

Con buona pace dei Sindaci “rivoluzionari” che ambiscono ad una sonora rivincita dell’honestà. Voci informate affermano che nemmeno Gesù Cristo in persona sarebbe in grado, pur volendolo, di raddrizzare la schiena a funzionari, dirigenti, e politicanti infedeli.

 

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