SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE

lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Il dilemma dell’INPS – parte 1: Lo strano caso del Comune di Miracolato

jesus-1473781_640

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

Carissimi lettori di @spazioetico. Molti di voi saranno saltati sulle sedie quando hanno letto la notizia dei premi ai medici INPS che negano l’invalidità. Ne ha parlato la stampa nazionale. Si tratta di un’iniziativa che rientra nel Piano della performance dell’INPS, al centro di roventi polemiche, soprattutto da parte dell’Ordine dei Medici.

Come spesso accade in Italia, sulla questione si è acceso un rovente dibattito, con prese di posizione anche da parte del Ministero della Sanità. Un dibattito tanto acceso, quanto superficiale, in cui ciascuna parte non comprende le ragioni dell’altro e vuole dividere il mondo in “buoni” e “cattivi”. Ma da cui emerge un conflitto profondo (che è più generale e trascende il dibattito in corso) tra l’interesse primario alla riduzione delle spese pubbliche e quindi del debito pubblico (interesse molto rilevante in questi tempi di spread alle stelle!) e il diritto dei cittadini alla salute e all’integrazione sociale ed economica (diritti che hanno un rilievo costituzionale).

Abbiamo deciso di analizzare questa vicenda (e gli interrogativi che essa suscita) usando gli strumenti sviluppati da Spazioetico nel corso di questi anni. Il riconoscimento dell’invalidità civile è un procedimento complesso, che coinvolge molti soggetti (medico di base, medici specialisti, ASL, INPS) e che è sicuramente esposto a rischio di corruzione e azzardo morale. Per questo crediamo di avere qualcosa da dire su questo tema, soprattutto per fornire degli argomenti e delle riflessioni che possono contribuire ad un approccio meno superficiale a questi temi.

Cominciamo oggi, raccontandovi un caso, liberamente ispirato a questa vicenda.


… Andrea: Caro Massimo, non vedo l’ora di raccontarti “Lo strano caso del Comune di Miracolato”, una storia che ho scritto ispirandomi alle recenti polemiche innescate dalla scelta dell’INPS di premiare i medici che negano l’invalidità! L’ho ambientato nella Penisola Ditaliana…

Massimo: Anche io sono abbastanza curioso … nella Penisola Ditaliana accadono sempre cose incredibili!


penisola ditaliana

La nostra storia si svolge nel cuore della penisola ditaliana, una buffa penisola a forma di mano che si allunga nel Mar Mediterribile e sembra fare il solletico alle sue acque. La Repubblica Ditaliana, essendo molto piccola, è suddivisa in sole due regioni: La RUBERIA, il cui capoluogo è Porto Brigante; e la FREGOZIA, il cui capoluogo è Barattopoli. I fatti narrati in questa storia sono pura opera di fantasia e quindi ogni riferimento a cose, persone, città o enti previdenziali è (provvidenzialmente) casuale.

IDPS logo

I Ditaliani sono un popolo semplice, che non ama le complicazioni. E quindi hanno un unico Ente pubblico, l’IDPS (Istituto Ditaliano Pensioni e Sostegni), che eroga ogni tipo di prestazione sociale: pensione di vecchiaia, pensione di invalidità, cassa integrazione, mobilità, indennità di disoccupazione, fondo di garanzia TFR e crediti da lavoro, Bonus Bebè, ecc … L’IDPS deve sborsare un sacco di soldi, ma ha pochissime entrate, a causa della scarsa propensione dei ditaliani verso il pagamento delle tasse e dei contributi.

penisola ditaliana particolare

Una delle principali voci di spesa dell’IDPS sono le pensioni di invalidità, per via del fatto che i Ditaliani hanno una sfortuna incredibile e contraggono un sacco di malattie invalidanti. In alcune zone del paese questa sfortuna si concentra in modo crudele. Nel paese di Miracolato, ad esempio (situato a nord-ovest della penisola ditaliana, nella regione Ruberia), il 30% della popolazione è cieca assoluta, oppure è priva di tutti e quattro gli arti.

FotoJet (1)

L’elevato numero di invalidi a Miracolato attira la curiosità di Fulvio Ficcanaso, un giornalista che lavora per il noto quotidiano Gazzetta di Porto Brigante. Ficcanaso si reca nel paese e realizza un reportage fotografico, intitolato “Il Paese dei Miracolato – indagine sui falsi invalidi”. Il giornalista è rimasto a Miracolato per una intera settimana, senza riuscire a trovare alcuna persona priva di vista o priva di tutti e quattro gli arti.

21632743660_f071bd251e_b

Anzi! Gli abitanti di Miracolato amano molto lo sport all’aria aperta e vanno in gran numero a correre nei parchi!

idiota

Fulvio Ficcanaso, nel suo reportage intervista anche Ausonio Astuti, di professione oculista. Che dichiara: “qualche anno fa ho deciso di spostare a Miracolato il mio studio… Le statistiche dicevano che c’erano un sacco di ciechi e ipovedenti. E invece non ho neanche un cliente! Anche mia moglie che gestisce un negozio di ottica vende solo occhiali da sole!

Il reportage si conclude con una nota di ironia: “Non vogliamo assolutamente affermare che a Miracolato non ci siano mai stati invalidi!” scrive il giornalista “probabilmente, questo paese è miracolato di nome e di fatto: un intervento sovrannaturale oppure una fortunata congiunzione astrale, ha ridato la vista, le gambe e le braccia ai suoi abitanti. Ci auguriamo che l’autore di tale miracolo si palesi e riceva il giusto riconoscimento per gli atti miracolosi compiuti!”

La magistratura apre un’inchiesta e scopre che a Miracolato la maggior parte delle pensioni di invalidità sono state concesse a persone sane, che avevano prodotto certificati medici falsi e corrotto le commissioni di valutazione. Metà del paese finisce agli arresti domiciliari.

jesus-1473781_640

Gli inquirenti, grazie alle dichiarazioni alcuni falsi invalidi pentiti, riescono anche a risalire alla “mente” di questa clamorosa truffa ai danni delle casse dell’IDPS: è Nazareno Jesulli, un truffatore di Porto Brigante, un povero cristo già noto alla giustizia per aver commercializzato vino prodotto con l’acqua dell’acquedotto cittadino e grossi quantitativi di pani e di pesci di provenienza ignota. L’uomo, secondo i giudici, garantiva il riconoscimento dell’invalidità alle persone sane, in cambio di denaro, che in parte teneva per sé e in parte usava per corrompere i Medici dell’IDPS e gli altri componenti delle commissioni di valutazione.

explosion-147909_640

L’opinione pubblica reagisce con indignazione ai risultati delle indagini: diverse associazioni di disabili prendono posizione contro l’IDPS e ARSS Ruberia (L’azienda Regionale per i Servizi Sanitari), che gestiscono le commissioni incaricate di riconoscere le situazioni di invalidità civile: secondo le associazioni, le commissioni sono fuori controllo e ci sono rischi per i diritti delle persone. Un sistema “impazzito”, che riconosce invalidità inesistenti, può fare anche il contrario: non riconoscere l’invalidità a chi ne avrebbe diritto.

Anche il Governo Ditaliano prende posizione, accusando l’IDPS si spendere un sacco di soldi per pagare pensioni di invalidità non dovute, aggravando il già grave deficit delle casse dello Stato.

4b.jpg
Claudio Contabile, il Presidente dell’IDPS, dapprima non rilascia dichiarazioni o si limita a dire che l’Istituto ha piena fiducia nell’operato della magistratura e che la gestione dei processi, nonostante la presenza di qualche mela marcia, garantisce i più alti standard di legalità. Ma poi, vedendosi attaccato da tutte le parti, decide di mettere in atto una strategia che, a suo dire, consentirà di ridurre il numero delle irregolarità commesse dai Medici IDPS. La strategia viene esposta dal Presidente Contabile al responsabile del personale, dott. Pino Presenze.

4b.jpg

“Tutti pensano che quello dei falsi invalidi sia un problema etico. E invece è un problema economico! I medici IDPS trovano conveniente rilasciare false invalidità, in cambio di tangenti e intanto l’IDPS si svena per versare soldi a chi non li merita!

Il nostro interesse primario è anche ridurre ridurre l’indebitamento dell’Istituto. E per farlo daremo dei soldi ai nostri medici… L’Idea è semplice! Li premieremo quando negano l’invalidità, così a loro non converrà più chiedere soldi illegalmente per riconoscere invalidità inesistenti… Visto che ci siamo noi che, legalmente, li paghiamo per togliere le invalidità!”

IDPS logo

L’idea del Presidente viene recepita nel Piano della Performance IDPS 2018 – 2020: al fine di contribuire alla riduzione del debito pubblico ditaliano, il Piano infatti assegna ai medici, quale obiettivo di performance, la revoca delle prestazioni di invalidità civile.

explosion-147909_640

Purtroppo, l’opinione pubblica e il Governo non reagiscono bene alle scelte operate dall’IDPS! Le associazioni dei disabili gridano allo scandalo: l’IDPS premia i medici che negano alle persone il loro diritto al riconoscimento dell’invalidità civile! Il Governo, da parte sua, ribadisce l’impegno, per garantire l’inclusione sociale e lavorativa dei disabili.

narciso_papaverini

Questa volta, anche l’Ordine Ditaliano dei Medici prende posizione, dicendo che i medici non si comprano e che i diritti delle persone (specialmente quando hanno a che fare con la salute) vengono prima di qualunque altra cosa. Gli obiettivi di Performance dell’IDPS, insomma, entrano in conflitto con la deontologia professionale!

4b.jpg

Claudio Contabile, come al solito, non si scompone. Ma proprio non capisce dove stia il problema. La gente non è mai contenta pensa tra sé “si lamenta se l’IDPS riconosce troppe invalidità, a volte inesistenti. Ma si lamenta anche se l’IDPS cerca di ridurre il numero delle invalidità riconosciute!”

jesus-1473781_640

Nel frattempo, gira voce che Nazareno Jesulli sia evaso dal Carcere di Porto Brigante ed abbia ricominciato a fare affari. Adesso però non va più dalle persone sane, facendosi pagare per garantire il riconoscimento di una invalidità non dovuta. Adesso va da chi avrebbe davvero diritto all’invalidità, ma ha paura di perderla, a causa degli obiettivi di performance decisi dal dottor Contabile, presidente dell’IDPS, l’Istituto per le Pensioni e i Sostegni della sfortunata Repubblica Ditaliana!


 

Massimo: …Andrea, mi sa che la storia ti ha un po’preso la mano e hai descritto una situazione un po’ diversa da quella reale …

Andrea: In effetti, hai ragione. Diciamo che ho semplificato un po’ i termini della questione, anche per divertire i nostri lettori. Credo però che questa storia aiuti a capire come si muovono gli interessi in gioco e gli errori che potrebbero essere stati commessi dall’INPS.

Massimo: In effetti, sì! La storia sembra suggerire che l’IDPS ha considerato solo l’interesse primario alla riduzione della spesa pubblica, senza tenere in alcun conto altri interessi primari del Principale Delegante (i cittadini): il diritto all’integrazione sociale e lavorativa e il diritto alla tutela della salute.

Andrea: Esatto! A questo punto abbiamo tutte le informazioni per analizzare gli interessi in gioco ed identificare eventuali dilemmi e rischi di corruzione.

VAI ALLA SECONDA PARTE. 

Il dilemma INPS – parte 2: il catalogo degli interessi in gioco

 

 

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

I PNA invecchiano … Ma non invecchiano loro. Invecchiano te!

23474733632_201f7cdb39_z

Giorgio De Chirico “La coorte invincibile” (1928)

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

I PNA invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te.

I PNA ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro. E la colonna prende per buona quella postura. Perché li leggi lentamente per capire quello che c’è scritto. E alla fine capisci che chi li ha scritti era di certo un esperto in prevenzione della corruzione… Solo che non è la stessa corruzione che intendevi tu!

I PNA ti invecchiano anche perché quando arrivano mettono fine, con violenza inaudita, a quella stagione di speranze, in cui credevi veramente che l’etica pubblica, la trasparenza e la buona amministrazione potessero qualcosa contro la corruzione!  

Chiuso in casa, adesso pubblichi le tabelle dell’Amministrazione Trasparente e poi ti mandi le istanze di Accesso Civico da solo. Tanto per essere sicuro che qualcuno le legga. Ed hai un vago ricordo di ciò che eri e di ciò che avresti ancora potuto esprimere, ma non sai più dire con precisione. Hai solo molto sonno.

I PNA si insinuano nella tua mente in modo subdolo e perverso. Se li applichi, ti soffocano; se non li applichi, ti mancano.

Parliamo di PNA al plurale perché quando c’era solo il primo, l’impresa ci sembrava ancora fattibile. Il PNA 2013 era gentile, dormiva, e sebbene la normativa fosse nuova, avevamo ancora l’illusione di essere noi stessi. Poi ne sono arrivati altri quattro ed è cominciato il casino… 2015, 2016, 2017, 2018 … “

Valerio_Mastandrea_1_(cropped)


Abbiamo deciso di iniziare questo post parafrasando un bellissimo dialogo, scritto da Mattia Torre e interpretato da Valerio Mastrandrea, dedicato ai figli.   Ma in questo post non parleremo di figli ma del nuovo Piano Nazionale Anticorruzione, pubblicato sul sito di ANAC il 25 ottobre 2018 e in consultazione pubblica fino al 15 di novembre.  

In effetti, noi tutti invecchiamo, ma il PNA no… A sei anni dall’approvazione della Legge n. 190/2012 ci saremmo aspettati un documento che affrontasse una serie di nodi problematici che, a nostro parere, devono essere trattati per garantire l’efficacia delle strategie di prevenzione:

  • I PTPC delle pubbliche amministrazioni riescono veramente a prevenire la corruzione?
  • in che modo è possibile testare l’efficacia delle misure previste nei PTPC?
  • i comportamenti a rischio di corruzione possono essere sistematicamente rilevati dalle amministrazioni?

Anche noi di @spazioetico abbiamo cercato di dare una risposta a queste domande, proponendo alcuni strumenti: lo stress test e le indagini interne. E ci saremmo aspettati una presa di posizione di ANAC su questi temi. Anche  per supportare quelle amministrazioni che, negli ultimi anni, hanno investito nella prevenzione, mappando i processi, valutando il rischio è monitorando l’attuazione delle misure generali e specifiche.

E invece no! Nella prima parte del PNA (la Parte Generale) ANAC  ritorna su temi che dovrebbero essere già chiariti: ruolo, poteri e tutela dei RPCT, funzione dell’autorità, prevenzione della corruzione nelle società e negli enti in controllo pubblico. E, come vedremo, affronta il tema “privacy e trasparenza” senza andare al cuore del problema.

Chiaramente, non è colpa di ANAC se dopo sei anni non è ancora chiaro ai più quale sia il ruolo dei responsabili della prevenzione della corruzione. Questa situazione un po’ imbarazzante dipende in parte dai limiti culturali della pubblica amministrazione Italiana (incapace di vedere il  rischio corruttivo andando oltre il piano angusto della legittimità amministrativa)  e in parte dalla scarsa qualità della normativa. La L. 190/2012, infatti, è una “legge quadro” sulla prevenzione della corruzione che non contiene nemmeno una definizione di cosa sia la corruzione e che trasforma la prevenzione in un adempimento formale. E i suoi decreti attuativi sono di chiara e facile lettura tanto quanto i geroglifici dell’antico Egitto.

La seconda parte del PNA (denominata Parte Speciale) affronta invece in modo approfondito il profilo di rischio presente in tre  attività che hanno un forte impatto sulla vita dei cittadini: la gestione dei rifiuti, l’impiego dei fondi europei e le attività delle agenzie fiscali. Proprio lo scorso anno, in occasione dell’uscita dell’aggiornamento del 2017, avevamo caldeggiato, in un articolo,l’avvio di una seria riflessione sul rischio corruttivo nell’ambito della programmazione, gestione e valutazione dei fondi europei di sviluppo; pertanto abbiamo accolto con una certa soddisfazione la presenza di un Capitolo speciale dedicato a questa importante tematica.

In questo articolo vogliamo commentare brevemente ed esclusivamente il contenuto della parte generale (destinata a tutte le amministrazioni).

 

superman1. Poteri del RPCT

Il paragrafo 4 del PNA 2018 chiarisce quali sono i poteri del RPCT e fa con un rimando a due delibere dell’Autorità: 

  1. La Delibera ANAC n. 840/2018: indicazioni interpretative ed operative con particolare riferimento ai poteri di verifica, controllo e istruttori del RPCT nel caso rilevi o siano segnalati casi di presunta corruzione.
  2. La Delibera ANAC 833/2016: poteri conferiti al RPCT per l’accertamento delle inconferibilità ed incompatibilità di incarichi

In pratica, i poteri del RPCT cambiano in base alla situazione rilevata. Tecnicamente (cioè nel gergo dell’analisi dei processi) l’azione del RPCT è “orientata dagli eventi”:

poteri PTPC

Se arriva una segnalazione di presunta corruzione, il RPCT si gioca la carta 840/2016. Se si concretizza un caso di inconferibilità, invece, può giocarsi la carta 883/2016 …  Sembra di giocare a briscola. O ai Pokémon… 

Scherzi a parte, crediamo che l’analisi del PNA sia di sicuro corretta. Per capire quali sono i poteri dei responsabili della prevenzione, bisogna coordinare tra loro le diverse norme che assegnano ai RPCT specifici poteri e specifiche responsabilità:

  • La L. 190/2012 (prevenzione della corruzione)
  • il D.lgs. 33/2013 (obblighi di pubblicazione e accessi civici)
  • il D.lgs. 39/2013 (incompatibilità e inconferibilità)
  • il DPR 62/2013 (codice di comportamento dei dipendenti pubblici)
  • la L. 179/2017 (tutela del whistleblowing)

Ma coordinare le normative non basta: bisognerebbe anche chiedersi se i poteri del RPCT sono adeguati alla prevenzione della corruzione. E la risposta non è così scontata.

23474733632_201f7cdb39_z

 

In primo luogo, se i poteri del RPCT sono “orientati dagli eventi”, si rischia di ingabbiare e ingessare l’azione dei responsabili della prevenzione con “regole di ingaggio” che potrebbero avvantaggiare i corrotti. La corruzione corre veloce da una parte all’altra dell’Italia, agendo fuori da ogni regola … e la coorte invincibile degli RPCT dovrebbe inseguirla indossando pesanti corazze di regole e di procedure. Come strategia non sembra vincente!

 

23292067242_c4321e50c9_m

In secondo luogo, come spesso accade in Italia, le singole normative, se lette da sole, sembrano efficaci e sensate, ma se le metti insieme sembrano un quadro di Pablo Picasso. In particolare, la delibera 240/2018 di ANAC (richiamata nel PNA) chiarisce che i poteri del RPCT in materia di prevenzione della corruzione sono funzionali al ruolo che il legislatore assegna al RPCT: predisporre adeguati strumenti interni all’amministrazione per contrastare l’insorgenza di fenomeni corruttivi (PTPC). Tali poteri si inseriscono e vanno coordinati con quelli di altri organi di controllo interno al fine di ottimizzare, senza sovrapposizioni o duplicazioni, l’intero sistema di controlli previsti nelle amministrazioni anche al fine di contenere fenomeni di maladministration. E’ escluso che al RPCT spetti accertare responsabilità e svolgere direttamente controlli di legittimità e di regolarità amministrativa e contabile“.

Invece, in materia di inconferibilità (d.lgs. 39/2013) la delibera ANAC 833/2016 chiarisce che il RPCT è il soggetto cui la legge, secondo l’interpretazione dell’ANAC e della stessa giurisprudenza amministrativa, riconosce il potere di avvio del procedimento, di accertamento e di verifica della sussistenza della situazione di inconferibilità, di dichiarazione della nullità dell’incarico, nonché il successivo potere sanzionatorio nei confronti degli autori della nomina dichiarata nulla perché inconferibile.”

Insomma,  se il RPCT deve contestare una situazione di inconferibilità ha addirittura il potere di sanzionare il proprio organo di indirizzo … invece, per prevenire la corruzione, può solo adottare il PTPC e verificare che venga applicato. 

Non so a voi, ma a noi qualcosa non torna … 

 

2. I rapporti tra ANAC e RPCT.

Ego_networkIl punto 4.2. si occupa di approfondire le interconnessioni tra ANAC e i responsabili anticorruzione. Materia che scotta. Recentemente i RPCT sono stai messi sotto speciale osservazione in quanto non avrebbero comunicato (segnalato) ad ANAC casi di corruzione nelle loro relazioni. Ci sarebbe molto da discutere su questo presunto obbligo dei RPCT di segnalare ad ANAC eventi corruttivi (a noi risulta che se un RPCT viene a conoscenza di un evento corruttivo denuncia all’Autorità Giudiziaria, non ad ANAC), fatto sta che a causa di questo clima che si è venuto a creare e che abbiamo provato a descrivere nell’articolo “L’autunno caldo dei responsabili anticorruzione“, forse ANAC ha deciso di chiarire i propri rapporti con i RPCT. E lo fa dedicando un intero paragrafo a questo tema. Nel PNA, quindi si legge che “per l’Autorità è di estremo rilievo valorizzare i rapporti con i RPCT. Si tratta di figure chiave nelle amministrazioni e negli enti per assicurare effettività al sistema di prevenzione della corruzione come declinato nella l. 190/2012. Da qui il particolare rilievo che ANAC attribuisce alla scelta del RPCT nelle Amministrazioni e negli altri enti tenuti a nominarlo. Con tale soggetto ANAC interagisce nello svolgimento della propria attività di vigilanza per verificare sia l’efficacia delle misure di prevenzione della corruzione di cui alla l. 190/2012, sia il corretto adempimento degli obblighi di pubblicazione di cui al d.lgs. 33/2013 negli enti”.

Quello che emerge è un rapporto che si instaura effettivamente solo in occasione dell’attività di vigilanza di ANAC, sia essa volta a verificare l’efficacia delle misure di prevenzione, sia essa volta a favorire la corretta attuazione della disciplina sulla trasparenza.

Non si ravvisa alcuna attività di supporto da parte di ANAC nei confronti dei RPCT, né, tanto meno, alcuna azione di ANAC volta ad acquisire, dagli RPCT, informazioni, punti di vista, buone pratiche, azioni innovative tali da far ritenere che i RPCT non siano solo degli esecutori materiali della regolamentazione (aggiornamento del PNA, Determine, Delibere, ecc…), ma ne siano anche gli ispiratori. Il rapporto tra ANAC e RPCT, insomma, al di là di scambi informali che dipendono dalla sensibilità personale, non sembra uscire da uno schema fortemente formalistico. 

Tralasciando l’incontro annuale con i RPCT che, evidentemente è assolutamente insufficiente a costruire una rete e a farla lavorare, una delle perplessità più forti che abbiamo sempre avuto sul ruolo o sull’effettiva interpretazione del ruolo dell’Autorità è proprio il non aver mai provato a costituire e alimentare una rete di RPCT. Sembra davvero la più grande delle occasioni mancate. Emergono tutti i limiti di un’organizzazione che all’interno non trova o non può trovare competenze diverse da quelle giuridiche, mentre in questo campo, in un campo così complesso come la prevenzione della corruzione, si avverte la necessità di coinvolgere competenze di altra natura, come, ad esempio, promuovere ed alimentare reti e piattaforme di innovatori, facilitare scambi di esperienze, incorporare approcci sociologici, antropologici, economici, ecc…

Nel Decalogo che abbiamo presentato il 6 giugno 2017 abbiamo dedicato il terzo punto allo sviluppo di comunità di RPCT a livello regionale. Si tratta di recepire questa raccomandazione a livello nazionale e sviluppare un network che abbia la doppia finalità di sviluppare dal basso metodologie, strumenti, approcci e di far sentire i RPCT realmente al centro della strategia nazionale anticorruzione.

 

3. Rapporti tra Privacy e Trasparenza

wersm-twitter-privacy-transparencyQuando abbiamo letto l’indice, non abbiamo potuto fare a meno di incuriosirci nel trovare un argomento controverso e attuale come il rapporto tra Privacy e Trasparenza soprattutto a seguito dell’introduzione del nuovo Regolamento europeo (GDPR). E invece … NULLA DI FATTO!  Quando siamo andati a leggere lo specifico paragrafo (n. 7), ci siamo accorti che ANAC si limita a dire che il RPCT non può essere anche DPO e che il RPCT in caso di riesame di stanze di ACG deve rivolgersi al Garante Privacy. Il supporto del DPO alla gestione delle istanze non è caldeggiata da ANAC, quando invece, a nostro parere, un coordinamento tra RPCT e DPO è sicuramente necessario, per evitare che privacy e trasparenza continuino a non parlarsi e a entrare in conflitto nella PA italiana. In particolare, ANAC non propone strategie per integrare e coordinare tutela della privacy e trasparenza, che sono,secondo noi, due aspetti, due facce di una stessa medaglia che ormai prende il nome di data governance”

 

4. Codici di comportamento

codici di comportamento 1Altrettante aspettative erano riposte nel paragrafo “Codici di comportamento” (n. 8). Qui ci sono punti di vista davvero diversi con ANAC. L’Autorità: “constatata la scarsa innovatività dei codici di amministrazione che potremmo chiamare di prima generazione, in quanto adottati a valle dell’entrata in vigore del d.P.R. 63/2013 e delle prime Linee Guida ANAC dell’ottobre del 2013. Tali codici, infatti, si sono, nella stragrande maggioranza dei casi, limitati a riprodurre le previsioni del codice nazionale, nonostante il richiamo delle Linee guida ANAC sulla inutilità e non opportunità di una simile scelta”. 

Noi riteniamo che l’integrazione del codice di comportamento dell’Ente sia importante, ma non fondamentale. Lo avevamo già sottolineato in sede di Consultazione delle Linee Guida per i Codici di comportamento del comparto sanitario. Esiste una pericolosa tendenza (peraltro in atto da sempre nel nostro Paese): si tratta dell’illusoria quanto ingenua idea che quante più regole possono essere inserite in un Codice, tanto più efficace sarà la misura. E’ stato ampiamente dimostrato da vari studi internazionali (su tutti, citiamo gli esperimenti di KATZ-NAVON T., “Safety climate in health care organizations. A multidimensional approach” (2005), in ambito sanitario) che le persone hanno un limite di tollerabilità alle regole e che introdurre nuove disposizione finisce per immobilizzare la capacità decisionale delle persone (ipengiofobia). E’ un processo difficilmente arrestabile perché auto-rinforzante. Per le amministrazioni, la sfida è trovare il giusto equilibrio tra regole e responsabilità personale. La nostra idea, pertanto, è di semplificare codici e regole, adottarne solo se strettamente necessarie e coinvolgere le persone in attività formative che permettano loro di applicare le regole di fronte a degli eventi critici, come nel caso dei “dilemmi etici”.

 

5. Il pantouflage

pantouflesSu questo argomento, dopo una serie di puntualizzazioni di carattere giuridico, l’ANAC afferma: L’Autorità, in una recente istruttoria che ha portato ad accertare la violazione del divieto di cui all’art. 53, co. 16-ter, del d.lgs. 165/200113, ha messo in luce la criticità connessa alla lacuna normativa che non consente di stabilire quale sia l’organo deputato a svolgere il procedimento per l’applicazione delle sanzioni. Una volta accertata l’effettiva violazione, nei sensi esposti dal Consiglio di Stato nella sentenza n. 126/2018, cit., l’ANAC non ha ulteriori poteri in merito al compimento degli atti conseguenti“.

Non crediamo ci sia molto altro da dire, se non che le leggi dovrebbero essere scritte meglio.

 

6. La rotazione del personale

chain-carousel-1689985_960_720Questo paragrafo si limita a prendere atto della sostanziale mancata attuazione di questa misura, sia quella ordinaria sia quella straordinaria, raccomandando le amministrazioni a provvedere nel corso del 2019.  La rotazione del personale è un “tormentone” che ormai caratterizza tutti i Piani Nazionali Anticorruzione. Se ne parla da anni (a volte presentandola come la panacea di tutti i mali) ma poi quasi nessuna amministrazione sembra applicarla. La scelta di far ruotare i dirigenti e il personale degli uffici di una pubblica amministrazione mette in conflitto due interessi primari: l’equidistanza dagli interessi secondari (che sarebbe favorita dalla rotazione) e l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, cioè il “buon andamento” (che invece sembra essere messa a rischio dalla rotazione). Per passare “dal dire al fare” non è necessario attraversare il mare. Basterebbero forse solo due cose:

  • una incisiva azione di ANAC, per contestare agli Enti la mancata rotazione straordinaria (quella da applicare nel caso in cui in un ufficio si verifichino casi di corruzione);
  • indicazioni chiare agli RPCT, per aiutarli a capire quando (sulla base del profilo di rischio corruttivo presente in un processo)  la rotazione ordinaria è necessaria. 

La rotazione, insomma, deve essere applicata con attenzione. Così come devono essere introdotte con attenzione le misure alternative alla rotazione. Inoltre, andrebbe approfondito il rischio di “perdita di buon andamento” che una cattiva rotazione genera nei processi. Se ci pensate, se si vuole artificialmente elevare il rischio di corruzione in un processo, allora una delle strade più promettenti è operare una rotazione di incarichi.

 

7. Conclusioni

Ci fermiamo qui, per non annoiarvi e per non togliervi il gusto di leggere la bozza di PNA e partecipare alla consultazione pubblica.

Secondo noi di @spazioetico il Piano Nazionale Anticorruzione 2018 è un buon documento nella Parte Speciale, mentre la Parte Generale incide poco o nulla sulle reali problematiche dell’intero sistema di prevenzione italiano.

D’altronde, per sentire ciò che ANAC ha veramente da dire di interessante, per sconfiggere la corruzione, non bisogna leggere le delibere, le linee guida o i documenti di programmazione dell’Autorità. Piuttosto, bisognerebbe leggere la varia letteratura che i Commissari hanno prodotto in questi anni.

Buona lettura (del PNA)!

 

 

 

 

 

 

 

Escursioni d’autunno: il rumore sordo e prolungato della battaglia (le tre dimensioni del whistleblowing)

images

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini.

Quando l’estate finisce ed arrivano le piogge, capita di essere presi dalla nostalgia. E’ successo anche a noi di @spazioetico. Che abbiamo deciso di ritornare sulle tracce di temi che ci sono molto cari: l’accesso civico generalizzato e il whistleblowing. Anche l’autunno può dare buoni frutti! Buona lettura (e non dimenticate l’ombrello!)

Chi ci ha seguiti nella nostra prima Escursione d’Autunno si ricorderà della triste sorte toccata a Paolo Pivella e Ines Ingamba, due whistleblower inconsapevoli che vengono puniti per avere segnalato una situazione a rischio di corruzione. E forse starà ancora ragionando (ce lo auguriamo) su come si possa evitare di standardizzare il whistleblowing, riducendolo ad un semplice problema organizzativo: adottare canali di segnalazione riservati e procedure per la tutela dell’identità dei segnalanti.

Sia chiaro: anche secondo noi è importane che l’identità di un whistleblower non sia resa nota per evitare il rischio di ritorsioni. Negli ultimi anni gli sforzi (anche sul piano tecnologico) si sono concentrati proprio in questo senso: anche ANAC ha adottato una propria piattaforma, che utilizza un protocollo di crittografia che garantisce il trasferimento di dati riservati e che consente al segnalante di “dialogare” con l’autorità. Si tratta, indubbiamente, di iniziative fondamentali, per garantire la sicurezza di che segnala. Tuttavia, non bisogna dimenticare che molti whistleblower scelgono di denunciare apertamente. Proprio come il personaggio del seguente caso.


1. Fregovie Spa.

Itaglia

La nostra storia si svolge nel cuore della penisola ditaliana, una buffa penisola a forma di mano che si allunga nel Mar Mediterribile e sembra fare il solletico alle sue acque. La Repubblica Ditaliana, essendo molto piccola, è suddivisa in sole due regioni: La RUBERIA, il cui capoluogo è Porto Brigante; e la FREGOZIA, il cui capoluogo è Barattopoli.

Rossiwatching.jpg

Il protagonista della nostra storia si chiama Guido Guardiani e lavora da molti anni alle dipendenze della Fregovie Spa, una società controllata dalla Regione Fregozia, e che si occupa della gestione del trasporto pubblico regionale. Il dott. Guardiani lavora nell’Ufficio Audit Interni della società e svolge, periodicamente, verifiche sulla gestione dei processi aziendali.

320px-Schizzo_dell'incidente_ferroviario_di_Pian_dei_Giovi_1898

La Fregovie Spa non è una società molto efficiente: i suoi treni sono vecchi e la manutenzione dei binari e degli scambi è pessima. Ogni tanto capita che qualche treno si fermi per un guasto in mezzo alla campagna, sempre che non sia già deragliato uscendo da qualche sgangherata stazione!

incolonnamento

Il trasporto regionale della RUBERIA è talmente noto per la sua pericolosità e inefficienza, che gli abitanti dell’altra regione, la FREGOZIA, se devono andare in RUBERIA, preferiscono usare l’automobile, intasando le autostrade della Repubblica Ditaliana!

Rossiwatching.jpg

Ma all’Ufficio Audit Interni della Fregovie Spa i conti non tornano: a fronte degli scarsi investimenti in manutenzione e acquisto di nuovo materiale rotabile, i costi di gestione della società sono molto alti, soprattutto per quanto riguarda le spese per il personale e per i membri del Consiglio di Amministrazione. Guido Guardiani viene quindi mandato dal suo dirigente a svolgere delle approfondite verifiche sui flussi finanziari della società.

corrotto ma competente

Scartabellando tra buste paga, estratti conto bancari, ordini, contratti, fatture e scontrini, il dott. Guardiani si accorge ben presto che i rimborsi spese del personale sono spesso gonfiati… ma soprattutto si accorge che il presidente della società, il dott. Lucio Lestofanti, ha commesso delle gravissime irregolarità: per anni si è fatto rimborsare due volte le bollette dei suoi 3 telefoni aziendali, nonché una serie di pranzi e cene al ristorante presso località di vacanza. Emergono anomalie anche nell’utilizzo delle carte di credito aziendali, usate per pagare scommesse sportive e l’abbonamento alla pay tv, nonché la visione di una serie di film pornografici.

Guido Guardiani presenta al suo dirigente i risultati della sua indagine interna. Il dirigente, sconcertato, decide di inviare un report alla Direzione e al Consiglio di Amministrazione.

6a

La reazione dei vertici aziendali non si fa attendere, ma non è quella auspicata dall’Ufficio Audit Interni: il Consiglio di Amministrazione, anziché denunciare il proprio Presidente, convoca il dirigente, chiedendogli di insabbiare il caso, per evitare un grave danno all’immagine della società: “Chi siamo noi per mettere in dubbio l’onestà del dott. Lestofanti, che da tanti anni è alla guida della Fregovie Spa?” chiedono i consiglieri al dirigente. Lui rimane senza parole e, tornato in ufficio, chiama Guido Guardiani, per chiedergli di riscrivere il report. Guido Guardiani protesta ma il dirigente, senza scomporsi, ricorre ad un illuminante paragone: “Caro Guido, noi siamo solo dei cani da

Rossiwatching.jpg

guardia. E i cani da guardia non possono mordere il loro padrone“.

Ma il dott. Guardiani non ci sta: prende tutta la documentazione e decide di presentare un esposto al Tribunale di Barattopoli. Ha tre possibilità: farlo in modo anonimo, come fonte confidenziale, oppure con nome e cognome. Sceglie la terza via, quella che lo tutela di meno, perché ritiene giusto metterci la faccia. Non vuole nascondersi né avere paura. Prova indignazione e disgusto di fronte alla voracità con cui si spendono i soldi in Fregovie Spa. Lo considera un necessario atto di disobbedienza civile.

7a

Il dott. Lestofanti viene indagato per truffa e peculato ai danni della Regione e di Fregovie Spa. La notizia finisce sulle prime pagine di tutti i giornali (perché in Fregozia il segreto istruttorio è un segreto di Pulcinella!) Vedendosi ormai scoperto, Lestofanti si dimette dalla società e confessa di avere usato, per anni, le casse della Fregovie Spa per pagare le proprie spese personali e quelle della sua famiglia.Rossiwatching.jpg

Il dott. Guardiani, inizialmente, viene pubblicamente elogiato dalla direzione aziendale. Ma in breve tempo l’atteggiamento dei superiori e dei colleghi cambia. Nessuno vuole più avere a che fare con lui: “a fare l’audit non mandateci Guido Gola-profonda dicono gli uffici “quello per un nonnulla è capace di andare ai giornali o in tribunale!”. Anche il suo dirigente chiede che venga trasferito ad un altro ufficio, perché non vuole avere altri problemi con i vertici aziendali. Il povero dott. Guardiani viene dapprima trasferito all’Ufficio “Archeologia Ferroviaria“, un ufficio creato apposta per lui, ma che non svolge alcuna attività. E dopo circa un anno viene indotto a presentare le dimissioni


 

2. Il cuore del problema: processi, interessi e valori.

Franzoso

Sicuramente, la storia che vi abbiamo raccontato vi suonerà familiare. E’ la storia di Andrea Franzoso, il whistleblower di Ferrovie Nord Milano. Una storia tutta italiana. Anzi, tutta lombarda.

Per tutelare i whistleblower che, come Franzoso, decidono di metterci la faccia bisogna andare al cuore del problema e rispondere a queste due domande:

  • cosa induce alcuni soggetti interni alle organizzazioni a disobbedire, rompere gli schemi e segnalare irregolarità?
  • perché le organizzazioni, nella maggior parte dei casi, reagiscono violentemente a questa rottura, annientando (dal punto di vista lavorativo) il segnalante?

Che questo accada lo diamo ormai per scontato: diamo per scontato che chi parla è perduto. Ma questo potrebbe essere scontato all’interno di una organizzazione criminale! In una organizzazione pubblica le cose dovrebbero (e potrebbero) andare diversamente!

 

3. Il Triangolo del Whistleblowing

Forse una risposta alle due domande può essere rintracciata nello schema che riportiamo qui sotto: si tratta di un primo prototipo di un nuovo triangolo della corruzione, su cui stiamo lavorando da un po’ e che chiameremo Triangolo del Whistleblowing:

cortocircuito

Cosa suggerisce lo schema? Innanzitutto che i membri di una organizzazione sono immersi nello spazio economico, vale a dire in quella dimensione (organizzativa e simbolica) in cui sono identificati gli interessi primari dell’organizzazione (cioè gli interessi dei Principali che delegano l’organizzazione ad agire in proprio favore) gli interessi secondari coinvolti nei processi e gli obiettivi. Ma non solo! Il dipendente deve anche conformarsi alle regole e ai principi di comportamento dell’organizzazione e deve accettare l’Ethos organizzativo, cioè i valori condivisi che determinano l’appartenenza a quell’organizzazione. E lo deve fare nel rispetto del proprio spazio etico, cioè la dimensione valoriale, che definisce lo spazio dei comportamenti che non sono obbligatori in virtù di leggi o regole, ma che sono percepiti come giusti dall’individuo e/o dalla sua comunità di appartenenza, perché compatibili con una serie di valori, diritti o interessi guida

 

4. L’Ethos organizzativo

Il concetto di Ethos è molto importante e deve essere compreso chiaramente: il termine Ethos deriva dal greco ἦϑος (ethos), che significa “costume”, “abitudine”,”carattere”, ed è il termine da cui deriva la parola etica . Tuttavia in greco, ethos ha anche altri significati, apparentemente inaspettati:

  • Omero ed Esiodo usano ethos per indicare la stalla o la
    tana degli animali
  • Erodoto usa ethos con il significato di abitazione

Noi giocheremo su questa ambiguità di significato, per spiegare cos’è l’Ethos di una organizzazione. Innanzitutto, l’Ethos appartiene allo spazio delle regole, perché serve all’organizzazione per allineare i comportamenti delle persone che intervengono nei processi aziendali. Ma l’Ethos è anche un “ponte”, che rimanda allo spazio etico, perché l’Ethos è valore condiviso, che determina ciò che è giusto per l’organizzazione.
L’Ethos è, in definitiva, ciò che rende vivibile una organizzazione. Senza l’Ethos, infatti, l’organizzazione diventerebbe un luogo in cui le persone, come automi, eseguono operazioni prive di senso.

 

5. Lo spazio etico

Ma le persone devono anche fare i conti il proprio spazio etico. Lo spazio etico delle sta in mezzo tra lo spazio economico (quello che conviene fare) e lo spazio delle regole (quello che bisogna fare). I dipendenti di una organizzazione sono chiamati ad allineare il proprio spazio etico allo spazio delle regole. E a contribuire a realizzare i processi coinvolti nello spazio economico dell’organizzazione. Fare questo non è sempre facile: il dipendente deve rinunciare a qualcosa. In qualità di agente dell’organizzazione è chiamato a mettere da parte alcuni dei suoi interessi secondari e anche alcuni dei suoi valori. Per esempio, una persona che lavora per una azienda petrolifera deve accettare che la propria azienda, in nome del business (spazio economico) promuova attività che hanno un impatto negativo sull’ambiente.

Lo spazio etico delle persone deve essere molto flessibile, perché nella maggior parte dei casi, l’allineamento tra spazio economico, spazio etico e spazio delle regole ha luogo. Tuttavia, la flessibilità delle persone ha un limite! E in certi casi è necessario introdurre dei correttivi. Certe normative (la normativa sull’IGV, per esempio) prevedono la possibilità dell’obiezione di coscienza: il dipendente può astenersi da svolgere attività incompatibili con il suo spazio etico.

Il principale limite nell’adattamento di un individuo all’organizzazione è dato dai valori non negoziabili. Valori fondamentali, in cui l’individuo si identifica a tal punto, da non poterli ignorare. Sono i valori non negoziabili che spingono i whistleblower a denunciare e ad esporsi in prima persona.

 

6. Il cortocircuito tra spazio etico e spazio delle regole.

Quando il dipendente di una pubblica amministrazione si accorge che l’Ethos organizzativo del suo ente è incompatibile con valori che lui ritiene non negoziabili (o con interessi pubblici o diritti che per lui hanno valenza assoluta), si determina un corto circuito tra spazio etico e spazio delle regole. Il dipendente, infatti non può rinunciare ai propri valori, ma non può nemmeno cambiare da solo l’Ethos organizzativo.

E’ così che si verifica il corto circuito: l’organizzazione appare, ai suoi occhi, come un luogo non più abitabile e lui reagisce rompendo lo spazio delle regole. Può darsi che l’organizzazione abbia anche delle procedure per ricevere le sue segnalazioni. Ma lui potrebbe non usarle, perché ormai non si fida più dell’organizzazione.

Dall’altra parte, l’organizzazione reagisce alla segnalazione cercando di espellere il whistleblower. E, dal suo punto di vista, ha tutte le ragioni per farlo: il segnalante ha rotto lo spazio delle regole e le regole servono per gestire i processi.

 

7. “Il rumore sordo e prolungato della battaglia” (cit. M.Foucault)

2_galli.jpg

Descritti in questo modo, whistleblower e organizzazione sembrano due animali feriti che lottano uno contro l’altro per la propria sopravvivenza. Se si va oltre la visione, un po’ naive, del whistleblower come vedetta civica e paladino della giustizia, che combatte contro l’organizzazione corrotta; è questo che emerge: un corto circuito tra uomo e organizzazione, una incompatibilità tra sistemi. E la scelta del whistleblowing si rivela in tutta la sua forza di atto di rottura violenta, di rivoluzione, di disobbedienza. Andrea Franzoso ha raccontato la sua storia in un libro, che si intitola proprio “Il Disobbediente” .

Come è possibile gestire queste dinamiche? E’ difficile dirlo. Si potrebbe cominciare, chiedendosi come viene costruito oggi lo spazio delle regole (e soprattutto l’Ethos) delle pubbliche amministrazioni italiane. Qualcuno avrà già pronta la risposta: “la Costituzione, le leggi e il codice di comportamento dei dipendenti pubblici”. Ma le leggi e i codici sono carta. Sono solo parole. Invece, le organizzazioni sono fatte da persone. Quali soggetti definiscono l’Ethos delle organizzazioni pubbliche. Gli organi di indirizzo? I Dirigenti? I funzionari? I cittadini?

La nostra impressione è che l’Ethos sia influenzato dallo spazio economico: dalle relazioni di potere e dagli interessi pubblici e privati (a volte molto potenti) con cui si interfaccia la pubblica amministrazione. La nostra impressione è che la pubblica amministrazione abbia un Ethos poco autonomo, incapace di sollevarsi al di sopra degli interessi. E che non sia capace di tenere sotto controllo il proprio Ethos e le proprie regole. E che non si accorga del momento in cui viene colonizzata dagli interessi secondari, diventando un luogo invivibile.
Forse la soluzione è democratizzare il processo di costruzione dell’Ethos, fare manutenzione e tenere in considerazione i valori non negoziabili delle persone.

 

8. Le conclusioni delle conclusioni

Insomma, se siete arrivati al termine della lettura dei nostri post sul whistleblowing, vi sarete resi conto che il percorso è ancora lungo e faticoso. Il nostro Paese è davanti ad un bel dilemma, che rappresentiamo nella seguente immagine.

dilemma_WB

Da una parte ANAC e i giudici amministrativi cercano di creare una cultura del Wistleblowing che si fondi su una reale assunzione di responsabilità e che scongiuri fenomeni distorsivi, soprattutto in un contesto come quello italiano. Per fare ciò hanno bisogno di definire limiti precisi, percorsi e canali facilmente distinguibili, definire chiaramente gli interessi da promuovere. 

Dall’altra, il mondo reale del whistleblowing che si manifesta attraverso molteplici e mutevoli forme. Occorre considerare, da questo punto di vista, che quasi ogni giorno osserviamo fenomeni di evidente e pesante ritorsione nei confronti di chi segnala o denuncia, sia che stia utilizzando canali formali, sia che si rivolga ai canali informali (ad esempio, ai media). 

Come trovare il giusto equilibrio? Temiamo che questo dilemma ci accompagnerà per molto tempo, generando effetti che spesso non comprenderemo pienamente. Tuttavia, il whistleblowing, extrema ratio della strategia di prevenzione della corruzione, resta un fenomeno di grande interesse e di assoluta centralità nel panorama delle misure di mitigazione del rischio corruttivo e di contrasto effettivo alla corruzione.


 

 

P.S. Questo post è collegato al seguente:

…dove illustriamo due sentenze (una del T.A.R., l’altra della Cassazione) che hanno stabilito che, in materia di Whistleblowing, “l’abito fa il monaco”: non conta tanto il contenuto della segnalazione, ma l’atteggiamento o l’intenzione del segnalante, in due parole la sua DIMENSIONE SOGGETTIVA. Indagare l’anima del segnalante potrebbe non essere facile e non essere nemmeno in linea con le (future) direttive europee.

e al post:

…dove ipotizziamo che la segnalazione di un illecito, una volta che si è verificato, non è un problema organizzativo. E’ un problema etico. E i valori non possono essere addomesticati. Possono solo essere coltivati.

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

Escursioni d’autunno: il triste caso di Pivella e Ingamba (tutela del whistleblowing)

Paris_raining_autumn_cityscape_(8252181936)

Quando l’estate finisce ed arrivano le piogge, capita di essere presi dalla nostalgia. E’ successo anche a noi di @spazioetico. Che abbiamo deciso di ritornare sulle tracce di temi che ci sono molto cari: l’accesso civico generalizzato e il whistleblowing. Anche l’autunno può dare buoni frutti! Buona lettura (e non dimenticate l’ombrello!)
1. IL TRISTE CASO DI PIVELLA E INGAMBA.consulente

Paolo Pivella è un giovane ingegnere gestionale che è stato da poco assunto dalla Lemon & Bread, una multinazionale che si occupa di consulenza alle imprese e alla pubblica amministrazione. La Lemon & Bread ha tra i suoi clienti l’Istituto di Ricerca “Nestore Neutrini”, un ente pubblico non economico che promuove progetti interdisciplinari di ricerca scientifica. L’Istituto ha affidato alla Lemon & Bread il servizio di sviluppo e miglioramento del proprio Sistema Qualità, certificato UNI EN ISO 9001:2015.

responsabile progetti di ricerca

Paolo Pivella una mattina si reca presso l’Istituto, per effettuare un audit sulle procedure di gestione del personale. In particolare, viene presa in considerazione la procedura di selezione dei ricercatori coinvolti nei diversi progetti dell’Istituto, con il supporto del Responsabile Scientifico, dott. Sandro Svelto, e della sua giovane borsista, dott.ssa Ines Ingamba.

4b
Sandro Svelto illustra con orgoglio, la procedura di selezione: “Gli scienziati che ambiscono a collaborare con il nostro Istituto si devono iscrivere al nostro Albo Collaboratori, inserendo il proprio curriculum e percorso accademico. Tutti i dati sono caricati in un programma informatico. Quando si rende necessario selezionare dei ricercatori, la mia borsista, la dott. Ines Ingamba, inserisce nel programma una serie di parole-chiave, estraendo una rosa di candidati che viene in seguito sottoposta al vaglio del Comitato Scientifico dell’Istituto. Questo assicura l’efficienza e l’imparzialità del processo di selezione“.

Marta

Tutto sembra perfetto, agli occhi inesperti di Paolo Pivella, ma Ines Ingamba prende la parola e (malauguratamente) smentisce il suo capo: “In realtà il processo non è così efficiente! Se si inseriscono delle parole-chiave troppo generiche, la rosa di candidati da presentare al Comitato Scientifico è troppo ampia, perché al nostro albo è iscritto un gran numero di ricercatori. Per questo motivo, devo rientrare più volte nel programma, inserendo parole chiave sempre più specifiche, fino a quando il numero dei candidati si restringe. Non esistono però procedure che dicano come vanno inserite le parole chiave e il programma non registra il numero degli accessi e i criteri di ricerca utilizzati. Quindi, in teoria, scegliendo le parole chiave “giuste”, potremmo pilotare la ricerca e includere o escludere volutamente alcuni ricercatori“.

consulente

Non capisco” esclama Paolo Pivella “Come è possibile?“. “E’ molto facile! Le faccio un esempio“, continua la dott.ssa Ingamba “Ci sono due professori, che hanno la stessa laurea e hanno percorsi accademici affini. Ma solo uno, nel corso della sua carriera, ha lavorato presso l’Università di Oslo … se io uso “Oslo”come parola-chiave, posso favorire uno dei due professori ed escludere l’altro… Ovviamente “Oslo” potrebbe non essere un criterio di ricerca rilevante, ma nessuno si accorgerà mai che l’ho utilizzato, perché il programma non tiene traccia delle parole-chiave usate per selezionare i profili da sottoporre al Comitato Scientifico!”


rightorwrong

Arrivati a questo punto, possiamo svelarvi il dilemma (non etico, ma cognitivo) sotteso al caso che vi stiamo narrando.
Rispondete a questa semplice domanda: “Paolo Pivella e Ines Ingamba sono due whistleblower?”

Marta

Ines Inganna sta segnalando delle informazioni di cui è venuta a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro. L’assegnazione di incarichi è un processo a rischio di corruzione e lei sta segnalando evidentemente una situazione a rischio. Anche Pivella sta facendo il suo lavoro e segnalerà la criticità nel verbale di audit.

Tuttavia nessuno dei due sta denunciando condotte illecite nell’interesse della pubblica amministrazione. Stanno effettuando un audit del sistema qualità e quindi il loro principale interesse è migliorare la gestione del processo.

Il dilemma è cognitivo. La risposta alla domanda dipenderà dal modo in cui ci rappresentiamo il whistleblower:

  • Se nella nostra testa ciò che caratterizza il whistleblower è la volontà di denunciare degli illeciti, allora risponderemo di no: Pivella e Ingamba non sono dei whistleblower!
  • Se invece nella nostra testa quello che conta (al di là delle intenzioni) è l’oggetto della segnalazione, allora sì: diremo che sono dei whistleblower, anche se nemmeno loro, forse, sanno di esserlo!

Ma vediamo come va a finire la nostra triste storia…


consulente
Paolo Pivella conclude il suo audit e scrive nel verbale che “il processo di selezione dei ricercatori è conforme ai requisiti della norma UNI EN ISO 9001:2015. Tuttavia, per garantire una maggiore tracciabilità del processo, si consiglia di comunicare al Comitato Scientifico, unitamente all’elenco dei candidati, anche le parole-chiave utilizzate per estrarre l’elenco dal programma. E di adottare una istruzione operativa, per gestire la fase di interrogazione ed estrazione dei nominativi dalla banca-dati degli iscritti all’albo dei collaboratori”.4b

Sandro Svelto, quando legge il verbale di audit, si rifiuta di firmarlo. Si rivolge anche al Referente Aziendale per la Qualità, lamentando la scarsa esperienza di Paolo Pivella che, non conoscendo a fondo il funzionamento degli Istituti pubblici di ricerca scientifica, “vorrebbe introdurre procedure che ingesseranno e allungheranno il processo di selezione dei ricercatori, caratterizzato anche dal ricorso all’intuitu personae nella scelta dei candidati!”

La Lemon & Bread, informata dell’accaduto, decide di destinare Paolo Pivella ad un altro tipo di attività: supporto ai processi di foto-riproduzione. Anche i rapporti tra Sandro Svelto e Ines Ingamba, dopo l’accaduto, si deteriorano. Al punto tale che lei, dopo pochi mesi, rinuncia alla borsa di studio e trova lavoro come barista.

Rossiwatching2.jpg

Il responsabile della prevenzione della corruzione dell’Istituto “Nestore Neutrini”, dott. Dario Disparte, non viene informato dell’accaduto, perché il modello organizzativo adottato dall’amministrazione non prevede forme di integrazione o di coordinamento tra Sistema Qualità e Sistema Anticorruzione.


 

2. L’EMERSIONE DEL WHISTLEBLOWER.

Lo ammettiamo… il finale del nostro caso non è molto esaltante! Non ci sono manette che brillano al sole, agenti sotto copertura che colgono in flagrante il dott. Sandro Svelto, mentre intasca una mazzetta dal professore di Oslo… Niente di tutto questo! Molto più semplicemente, Paolo Pivella e Ines Ingamba hanno fatto una segnalazione, ma il RPCT non ne viene messo a conoscenza e i due soggetti vengono allontanati dall’organizzazione, perché tale segnalazione è stata fatta nell’ambito di un audit del Sistema Qualità (che non dialoga col Sistema Anticorruzione).

avvocato

I Whistleblower in realtà non esistono! Il Whistleblowing è una costruzione giuridica, che serve ad affrontare un paradosso che oggi appare insanabile: chi denuncia gli illeciti di una organizzazione viene di solito punito dall’organizzazione, anche se agisce nell’interesse dei cittadini o dei soci. Per proteggere questi segnalanti, si introducono normative che, sulla base di criteri ben determinati, fanno emergere il Whistleblower, cioè un segnalante che ha dei diritti particolari: diritto alla riservatezza e diritto a non essere demansionato, trasferito o licenziato a causa della segnalazione.

Ma i criteri di emersione del Whistleblower, lo abbiamo già detto, non possono fare riferimento in modo esclusivo alle intenzioni del segnalante, o dalle modalità con cui è fatta la segnalazione (segnalazione interna, esterna o divulgazione). E’ necessario concentrarsi soprattutto sul contenuto della segnalazione (dimensione oggettiva) e consentire al Responsabile della Prevenzione della Corruzione di venire a conoscenza di segnalazioni che transitano su canali diversi da quelli riservati, messi a disposizione dall’amministrazione.

 

3. LA “STANDARDIZZAZIONE” DEL WHISTLEBLOWER.

Standardizzazione è una parola che suona malissimo, quasi impronunciabile, specialmente quando si parla di Whistleblowing. Ogni segnalante segue un proprio percorso personale (a volte costellato di dilemmi etici), che lo conduce a “soffiare il fischietto” (blow the whistle): qualcuno è mosso dalla consapevolezza che i suoi valori sono ormai incompatibili con le scelte dell’organizzazione; qualcuno vuole difendere l’integrità della propria amministrazione. Qualcuno, più semplicemente, sta facendo il proprio lavoro e trova naturale segnalare delle anomalie.
Sono le organizzazioni che dovrebbero adattarsi ai whistleblower e non viceversa.

Uno standard è un modello di riferimento al quale ci si deve uniformare. Le organizzazioni, naturalmente, cercano di standardizzare i propri processi, per governare gli eventi. Ma governando il whistleblowing si rischia di addomesticarlo, di ricondurlo a logiche aziendali, laddove il segnalante è invece colui che rompe le logiche dell’organizzazione e segnala la necessità di rivedere le politiche, modificare i rapporti di forza tra gli interessi, perseguire gli illeciti.

La Legge n. 179/2017 (Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità’ di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato) ha indubbiamente riconosciuto ai segnalanti maggiori diritti e maggiori tutele. Ma ha anche ceduto alla tentazione di normalizzare il whistleblowing soprattutto nelle società private. La legge infatti si limita ad introdurre nelle società (ma solo in quelle che possiedono un Modello 231) l’obbligo di dotarsi di procedure e canali di segnalazione informatici riservati. Nessun riferimento alla necessità di formare il personale o di accompagnare il whistleblower nel suo percorso, prima e dopo la segnalazione.

Tutelare i segnalanti è importante. Ma è altrettanto importante che le organizzazioni sviluppino dei sistemi di gestione del rischio in grado di intercettare le condotte illecite, senza scaricare sui dipendenti la responsabilità di identificare anomalie o comportamenti illeciti.

La prevenzione è un obiettivo organizzativo: evitare che si verifichi un evento illecito che ancora non c’è, è una attività complessa. Essa necessita, per essere anche solo avviata, di politiche, analisi, risorse, competenze responsabilità e controlli. “Addomesticare” il rischio è un problema organizzativo. Segnalare un illecito, una volta che si è verificato, non è un problema organizzativo. E’ un problema etico. E i valori non possono essere addomesticati. Possono solo essere coltivati.


 

 

P.S. Questo post è collegato al seguente:

…dove illustriamo due sentenze (una del T.A.R., l’altra della Cassazione) che hanno stabilito che, in materia di Whistleblowing, “l’abito fa il monaco”: non conta tanto il contenuto della segnalazione, ma l’atteggiamento o l’intenzione del segnalante, in due parole la sua DIMENSIONE SOGGETTIVA. Indagare l’anima del segnalante potrebbe non essere facile e non essere nemmeno in linea con le (future) direttive europee.

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

Un affare di famiglia: sulle tracce della corruzione

Oggi vi presentiamo un caso (real-case scenario), per raccontarvi in che modo il RPCT di un ente locale potrebbe attivarsi e svolgere una INDAGINE INTERNA, nel caso in cui rilevasse anomalie nella gestione di un procedimento a rischio di corruzione. Le INDAGINI INTERNE  sono strumenti utili per migliorare la capacità delle pubbliche amministrazioni di identificare gli eventi di corruzione, che abbiamo presentato in un precedente post (Valutare la tenuta di un processo: lo STRESS TEST e le INDAGINI INTERNE – Istruzioni per l’uso). Il protagonista del nostro racconto è un po’ burbero e non va molto per il sottile: se ne frega della privacy, se c’è in gioco l’integrità della Pubblica Amministrazione. 


 

AFFARI DI FAMIGLIA

immagine di apertura

  1. Una Anomalia inattesa

L’Unione di Comuni “Alta Val Parenti” si è costituita nel 2016, aggregando circa 10 comuni, di piccole e medie dimensioni, che hanno deciso di gestire in modo associato le proprie funzioni fondamentali. L’Unione, per esempio, gestisce tutto il personale dei Comuni, assicura il servizio di Polizia Locale su tutto il territorio e segue le procedure di affidamento di lavori, servizi e forniture.

11ir12Se l’Unione funziona così bene è anche merito del suo Segretario Generale, il dott. Tommaso Trivella che è anche il Responsabile della Prevenzione della corruzione. E’ un uomo tutto d’un pezzo, di grande esperienza, ma anche noto per il suo carattere un po’ burbero.

Il Dott. Trivella, nella sua funzione di Responsabile della Prevenzione, tiene costantemente monitorati i processi a rischio di corruzione, con particolare riferimento alle procedure di acquisto. Lo fa soprattutto per precauzione, ma è abbastanza tranquillo, perché la responsabile che gestisce le procedure di affidamento, la dott.ssa Benedetta Briscola, è una funzionaria nota per la propria onestà.
Marta

Benedetta Briscola è tutta casa e lavoro: non ha né marito né figli. Il Codice degli Appalti e le Linee Guida di ANAC sembrano essere la sua unica ragione di vita. Tuttavia Tommaso Trivella, verificando gli affidamenti degli anni 2017 e 2018 (primo semestre) ha rilevato delle anomalie che lo preoccupano abbastanza.

A quanto pare, Benedetta Briscola ha fatto ripetuti affidamenti diretti alla societàlosco srl “LOSCO S.r.l. di Orietta Oscura & C.”, che si occupa di forniture per uffici, musei e biblioteche. In pratica, la dott.ssa Briscola, dovendo provvedere all’acquisto di scrivanie, sedie e scaffali per 5 Comuni aderenti all’Unione, non ha avviato una sola procedura di acquisto, ma 5 diverse procedure: in questo modo, il valore delle singole forniture è risultato essere inferiore a 40.000 Euro, consentendo di fare 4 affidamenti diretti alla “LOSCO Srl”. 

2. Io della privacy me ne infischio (tre scimmiette e un burbero.)

Tommaso Trivella vuole vederci chiaro. Ma non va direttamente a chiedere RETE 1chiarimenti a Benedetta Briscola. Decide prima di fare una piccola INDAGINE INTERNA e chiede alcune informazioni alla responsabile dei Servizi Demografici, alla Responsabile dell’Ufficio Personale e alla responsabile del Settore Tributi. Vuole capire se esiste qualche collegamento di interessi tra Benedetta Briscola e Orietta Oscura, l’intraprendente e affascinante titolare della LOSCO Srl. 

Senza titoloLe tre responsabili inizialmente sono un po’ restie a collaborare. Non sono sicuri che il Segretario possa accedere a tutte le informazioni detenute dal loro ufficio. Ci potrebbero essere problemi legati alla privacy, specialmente dopo l’entrata in vigore del GDPR. 

11ir12“Sapete cosa vi dico? Che io della privacy me ne infischio, se c’è in gioco l’integrità e la reputazione dell’ Unione!!!” tuona Trivella “Se i miei sospetti sono fondati, la vostra collega ha commesso un reato gravissimo. E, se non mi date una mano (oppure se vengo a sapere che e dite che sto indagando su di lei), quando manderò la mia denuncia in Procura dirò che siete state (direttamente o indirettamente) sue complici!

3. Tre Indizi e un particolare poco importante

Noi non condividiamo i toni intimidatori del dottor Trivella. Che sicuramente è una persona abituata ad agire fuori dagli schemi. E che inoltre ha un pessimo carattere. Tuttavia, la sua strategia funziona. Le tre responsabili (forse per paura di passare dei guai) cominciano a collaborare. E a fornire una serie di utili indizi.

MartaIndizio numero 1.  La Responsabile del Personale comunica che Benedetta Briscola ha lo stipendio pignorato, per i debiti contratti con una finanziaria. “Ma come ha fatto a contrarre dei debiti?” si chiede Trivella “se resta in ufficio dal mattino alla sera? Non ha nemmeno l’automobile? Dovrebbe fare debiti … di notte!

businesswoman-147101_640Indizio numero 2. La Responsabile dei Servizi Demografici scopre che Ombretta Oscura, titolare della LOSCO Srl ha avuto una vita sentimentale alquanto travagliata: si è sposata tre volte e per tre volte ha divorziato dai propri mariti. Strano ma vero, tutti e tre i suoi mariti si chiamavano Riccardo. “Questo non è un dettaglio importante, ai fini dell’indagine” pensa Trivella”.

elegant-3176410_640Indizio numero 3. La Responsabile del Settore Tributi scopre che Benedetta Briscola abita in un appartamento in affitto, di proprietà di un certo Riccardo Racchetti che, guarda caso, è anche l’ultimo degli ex mariti di Ombretta Oscura. “Questo è un dettaglio importantissimo” pensa Trivella “Era il tassello mancante!”

Quindi, esiste un collegamento tra la responsabile dell’ufficio appalti e la titolare della LOSCO Srl … E questo collegamento è Riccardo Racchetti!

RETE 2

4. Il baratto

Tommaso Trivella adesso è nel suo ufficio. Ha chiuso la porta e cerca di mettere insieme le idee. Ha un sacco di ipotesi che gli girano per la mente. Cerca gli scenari che le rendono plausibili. Ma i suoi pensieri sono confusi: “… perché Benedetta Briscola si è indebitata? Lei che è sempre così razionale, così equilibrata… quante sono le probabilità di avere, per caso, tre mariti con lo stesso nome? E di assegnare degli appalti alla ex moglie del tuo padrone di casa? Forse anche Benedetta Briscola hai i suoi demoni… ma devono essere demoni potenti, che la perseguitano … la corruzione è sempre uno scambio tra pari? … quante sono le probabilità di vincere giocando d’azzardo? … ci sono due modi per saldare un debito: le rate o il baratto! …” 

11ir12Tommaso Trivella è talmente assorto nei suoi ragionamenti, che non si accorge subito che qualcuno ha bussato alla porta. E’ Benedetta Briscola. E’ stato lui a convocarla nel suo ufficio e comincia subito a parlarle, come se continuasse un discorso già iniziato, da tempo, con lei: “Non sei tu. Vero? Tu non l’avresti fatto mai! Violare il codice dei contratti … Per te è sacro più della Bibbia”.

Marta“Cosa intende dire?” risponde Briscola. Sembra stupita. E non è per nulla spaventata. Forse anche anche lei ha immaginato per molti mesi quel momento. E si è abituata a viverlo. Solo le mani tradiscono un certo nervosismo. Continuano ad accarezzare fascicoli accatastati sulla scrivania di Trivella. Come per salutarli.

11ir12“Intendo dire che l’idea di frazionare gli affidamenti alla LOSCO Srl non è venuta a te. Ma a Roberto Racchetti. Tu i soldi glieli avresti anche ridati. Ma lui ha preferito prestarti i soldi ed avere in cambio la garanzia che l’azienda della moglie vincesse delle gare. Ho ragione? E’ successo così?”

Benedetta Briscola chiude gli occhi e piange. Tommaso Trivella ha un carattere burbero, ma non è completamente insensibile al dolore degli altri. E quindi non la incalza. Non pretende subito una risposta. Apre un fascicolo e comincia a leggere dei documenti. 

MartaDopo qualche minuto Briscola trova le parole: “Qualche anno fa ho cominciato a giocare alle slot machine, in un bar che sta vicino a casa mia e che è ancora aperto quando torno dal lavoro. Poi ho scoperto che si poteva giocare anche online. Mi piace giocare, anche tutta la notte. Ma non vinco quasi mai! Insomma … giocando ho perso un sacco di soldi. Un giorno sono andata dal mio padrone di casa, Roberto Racchetti, e gli ho detto che avevo difficoltà a pagargli l’affitto di quel mese. Lui mi ha chiesto perché. E io gliel’ho spiegato.

11ir12“E lui è stato talmente gentile da prestarti dei soldi. E ovviamente, quando te li ha prestati, sapeva benissimo che lavoro facevi. Che ti occupavi degli appalti di tutti i Comuni dell’Unione …”

 

Marta“Sì, lo sapeva. Per affittare l’appartamento avevo dovuto produrgli le buste paga e poi eravamo in buoni rapporti. Mi chiedeva spesso del mio lavoro … Insomma, mi ha prestato dei soldi. Ed io ho promesso che li avrei restituiti. Ma lui mi ha detto di no. Sapeva che non l’avrei fatto mai. Perché sono una drogata del gioco. E mi ha proposto pagare il mio debito in un altro modo: affidando dei lavori all’azienda della sua ex moglie. Poi ci avrebbe pensato lui a recuperare i soldi dalla LOSCO Srl…”

11ir12“Certamente” tuona Trivella “Ci avrebbe pensato lui! Quei due sono separati da due anni, ma ecco che si riconciliano improvvisamente, quando ci sono di mezzo i soldi! Hanno trasformato gli appalti dell’Unione in un “affare di famiglia”. Ma adesso la loro pacchia è finita… Quello è il telefono. Chiama chi vuoi. Polizia. Carabinieri. Procura della Repubblica. Adesso tu denunci tutti!!! Ti auto-denunci e mandi in galera anche loro. Ho anche pronta, qui, la tua lettera di dimissioni. Non voglio più vederti dentro questo ufficio…”

Benedetta Briscola alza il telefono. E parla… 

5. L’orto

E’ domenica mattina. Tommaso Trivella sta leggendo il giornale sul terrazzo di casa sua. Sua moglie sta preparando il ragù in cucina. Oggi i figli di suo figlio mangiano da loro. Stanno giocando in cortile, insieme agli altri bambini. Il cortile è un fazzoletto di cemento circondato da autorimesse. Ma per i bambini che ci giocano diventa, a seconda dei momenti, un’isola sconosciuta in mezzo al mare, un campo da calcio, una pista da corsa per biciclette e chissà quante altre cose.  Tommaso Trivella, invece, guarda il cortile e vede soltanto bambini che giocano nel cemento. La vita di città lo ha stancato da un pezzo.

Tommaso Trivella adesso chiude il giornale e fa progetti per il futuro. Quando andrà in pensione, affitterà un piccolo terreno per fare un orto. E sarà più felice di adesso. Perché anche in un orto puoi trovare una lumaca che si mangia l’insalata, o qualche altro parassita. Ma non vedrai mai, nemmeno nei più assolati giorni di siccità, una carota mangiare la terra in cui ha messo radici …


 

Per un  esempio di STRESS TEST, cliccare qui sotto:

Per un secondo esempio di STRESS TEST, cliccare qui sotto:

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

I dubbi del dottor Sagace: lo STRESS TEST sui processi di concessione di contributi economici (Enti Locali)

Oggi vi presentiamo un caso (real-case scenario), per illustrare come potrebbe essere progettato e svolto lo STRESS TEST su un procedimento a rischio di corruzione. Lo STRESS TEST è un nuovo strumento su cui @spazioetico sta lavorando da tempo, che potrebbe migliorare la capacità delle pubbliche amministrazioni di prevenire la corruzione, che abbiamo presentato in un precedente post (Valutare la tenuta di un processo: lo STRESS TEST e le INDAGINI INTERNE – Istruzioni per l’uso). 

———————————————————————————————————————–

I dubbi del dottor Sagace

1a

Il dott. Simone Sagace è il nuovo segretario generale del Comune di Sciala Spreconi. Sciala Spreconi è il principale centro abitato della Val Distratta. Il dottor Sagace è anche RPCT e sta mettendo mano all’aggiornamento del Piano di Prevenzione della Corruzione elaborato dal suo predecessore, il dott. Ennio Ebete.

ebete

Leggendo la valutazione del rischio si sofferma sul procedimento di assegnazione di contributi economici alle associazioni. E’ una attività valutata a rischio medio. Ennio Ebete, probabilmente, non ha avuto molto tempo da dedicare all’anti-corruzione e ha identificato un solo rischio:

  • Una associazione potrebbe ricevere contributi economici da più di un settore del Comune nella stessa annualità.

1a

Sagace è arrivato da poco, ma ha già visto che gli uffici del Comune di Sciala Spreconi non dialogano tra loro e per il Segretario è difficile controllare il modo in cui lavorano . Ebete ha quindi identificato un fattore di rischio (l’asimmetria informativa) che potrebbe consentire alle associazioni di arricchirsi. Le asimmetrie, in realtà sono due:

  • Asimmetria tra RPCT e uffici (simmetria primaria)
  • Asimmetria tra associazioni e uffici (asimmetria del free-rider)

Abbiamo parlato di queste asimmetrie in un recente post, cui rimandiamo per approfondimenti.

ebete

Purtroppo, Ennio Ebete, pur avendo identificato correttamente un fattore di rischio, non lo ha mitigato. Infatti, la misura prevista nel PTPC è la seguente:

  • “gli uffici devono pedissequamente attenersi a quanto prescritto nel Regolamento Comunale sui Contributi”.

Il richiamo ad un regolamento non è in grado di da solo di risolvere una asimmetria. Sagace questo lo sa e quindi vuole approfondire la questione. E va a parlare con la P.O. della segreteria generale, Daria Delibera, che conosce tutti i regolamenti adottati dal Comune di Sciala Spreconi

Marta

“In effetti” dice Delibera “il Regolamento prevede che prima di concedere un contributo l’ufficio debba verificare che l’associazione non abbia, nell’anno in corso, ricevuto contributi da altri uffici”

“E’ giusto” dice Sagace “Ma queste verifiche le fate veramente?

Daria Delibera allarga le braccia: “Cosa vuole che le dica? Negli uffici manca il personale e le persone hanno anche altre cose da fare, oltre ad assegnare contributi! Non possono mica andarsi a leggere tutte le volte tutte le determine fatte dai loro colleghi!!! Per semplificare le cose, noi della segreteria abbiamo messo sulla intranet del Comune (accessibile a tutti) il file con l’elenco dei soggetti (privati, aziende, fondazioni e associazioni) che hanno ricevuto contributi dall’amministrazione. Noi lo aggiorniamo in tempo reale (perché dobbiamo pubblicarlo annualmente sul sito del Comune) e gli uffici possono fare le verifiche consultando il file

1a

Simone Sagace è dubbioso: “Ma come facciamo ad essere sicuri che gli uffici consultino il vostro file?

Marta

Non possiamo” ammette la dott.ssa Delibera “non ci sono evidenze oggettive del fatto che qualcuno lo vada a vedere, prima di assegnare il contributo… Però siamo tutte persone oneste, e fino ad oggi nessuna associazione ha ricevuto il contributo due volte!”

1a

Il RPCT ha identificato un altro fattore di rischio, che era sfuggito al suo predecessore: la carenza di personale. E si accorge che la prassi adottata dagli uffici, per verificare che le associazioni non abbiano già chiesto altri contributi, non riduce l’asimmetria primaria: solo i funzionari che gestiscono le istruttorie sanno se hanno o non hanno preso visione del file compilato dalla segreteria!

“Nessuna associazione ha mai ricevuto due contributi in un anno … Ma potrebbe accadere in futuro?” si chiede Sagace “I fattori di rischio abilitano istanze anomale del processo di assegnazione di contributi?”.

Rossi watching

Per capirlo, contatta il dottor Damiano Dotto, responsabile del Settore Cultura del Comune, che, insieme al settore Sport e Famiglia, è quello che dà più contributi. E lo convince a fare uno STRESS TEST, con la collaborazione di Daria Delibera.

Lo STRESS TEST si svolgerà in questo modo:

  • Rossi watchingDamiano Dotto sceglierà, a caso, il nome di due associazioni che hanno di recente inviato una richiesta di contributo al suo settore;
  • MartaDaria Delibera manometterà il file con l’elenco dei beneficiari caricato sulla intranet del Comune, inserendo il nome delle due associazioni;
  • le richieste di contributo delle due associazioni saranno poi consegnate ai due funzionari del settore cultura (Sergio Sbadati e Nicola Nuvoli) per l’istruttoria; 3b

“Se i due funzionari concluderanno l’istruttoria proponendo a Damiano Dotto di assegnare il contributo” osserva Sagace “questo significa che non sono abituati a guardare il file sulla intranet … e questa carenza di controlli rischia davvero di abilitare la concessione di contributi non dovuti!”.

3b

In effetti, dopo alcuni giorni, Sbadati e Nuvoli concludono l’istruttoria, senza accorgersi che il contributo non potrebbe essere assegnato.

Ovviamente, il contributo alle due associazioni viene effettivamente accordato: conclusa la simulazione, anche il file sulla intranet viene riportato alla sua condizione iniziale, ma Il RPCT organizza un incontro con i responsabili degli uffici comunali che erogano contributi.

1a

Alla luce dei risultatati dello STRESS TEST, viene decisa una modifica della procedura: da adesso in poi i funzionari, nel corso dell’istruttoria, dovranno chiedere per iscritto alla segretaria generale se l’associazione ha già ricevuto contributi nell’anno in corso; e la risposta della segreteria dovrà essere inserita nel fascicolo dell’istruttoria e citata nella determina di concessione del contributo.

———————————————————————————————————————–

Gli STRESS TEST sono strumenti di approfondimento dell’analisi del rischio e di verifica dell’efficacia e dell’effettiva attuazione delle misure di prevenzione previste dal PTPC.

Se volete eseguire uno STRESS TEST all’interno della vostra amministrazione, ci potete contattare.


 

Se desiderate consultare un secondo caso di STRESS TEST, cliccate qui sotto:

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

 

Valutare la tenuta di un processo: lo STRESS TEST e le INDAGINI INTERNE – Istruzioni per l’uso

Risultati immagini per stress test clipart

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

In un precedente post abbiamo fornito una descrizione teorica dei fenomeni corruttivi e delle strategie di prevenzione proposte da @spazioetico. La questione è attuale, anche in considerazione del fatto che il governo di questo Paese ha adottato un nuovo disegno di legge (DDL anticorruzione) in materia di contrasto alla corruzione.

Abbiamo concluso il post scrivendo che, a nostro parere: “L’ anticorruzione, così come viene pensata oggi in Italia, non funziona molto bene. Il disegno di legge elaborato dal Governo potrebbe rendere più efficace il contrasto alla corruzione spicciola e amministrativa. Ma sarebbe necessario rendere più incisive ed efficaci le strategie di prevenzione”

Oggi vogliamo passare dalla teoria alla pratica, e cominciare a presentare due strumenti che possono essere utilizzati dai RPCT (Responsabile della prevenzione della corruzione) e che, a nostro parere, possono migliorare la capacità delle pubbliche amministrazioni di prevenire la corruzione ed identificare i comportamenti a rischio:

  1. Le indagini interne (internal audit)
  2. lo STRESS TEST

Gli audit interni sono uno strumento già adottato da molte amministrazioni. Lo STRESS TEST, invece, è un nuovo strumento su cui @spazioetico sta lavorando da tempo.

Lo STRESS TEST è una metodologia di intervento che va molto di moda in ambito bancario e serve per determinare se le organizzazioni bancarie abbiano capitale sufficiente a reggere l’impatto di un ambiente economico più difficile rispetto a quanto previsto. Solo che noi lo proponiamo per testare la tenuta dei processi organizzativi sottoposti a eventuali “attacchi corruttivi”.

 

1. QUANDO ATTIVARE UNA INDAGINE INTERNA O UNO STRESS TEST

Il RPCT dovrebbe indagare o stressare i processi tutte le volteFLUSSO in cui nei processi si evidenzino fattori di rischio o anomalie rilevanti. Ovviamente il concetto di “rilevante” è molto soggettivo. In linea di massima, possiamo suggerirvi questo criterio: un fattore di rischio o una anomalia sono rilevanti quando emergono a seguito di una segnalazione da parte dei dipendenti (whistleblowing),oppure quando sono associati ad un processo che ha un livello di rischio alto (valutazione del rischio), oppure quando sono rilevati dal sistema dei controlli interni (qualità, privacy, sicurezza informatica, regolarità amministrativa, regolarità contabile, ecc …). 

Anomalia e fattore di rischio non sono la stessa cosa:

  • un fattore di rischio è un elemento che può incrementare il rischio di corruzione (per esempio, la scarsa chiarezza della normativa è un fattore di rischio).
  • una anomalia, invece, è la traccia lasciata da un comportamento a rischio (per esempio, l’assegnazione di un contributo economico, da parte di un Comune, ad una associazione neo-costituita e che non svolge attività nel territorio comunale è una anomalia). 

Ovviamente, la presenza di fattori di rischio o anomalie non indica, automaticamente, la presenza di fenomeni corruttivi. Il RPCT deve approfondire la questione. E per farlo può optare per una INDAGINE INTERNA o uno STRESS TEST. Ma per scegliere lo strumento più adeguato deve innanzitutto conoscere la differenza che intercorre tra la struttura di un processo e le istanze che lo attuano.

 

2. LA CARBONARA E LA CORRUZIONE
La struttura di un processo è la rappresentazione del flusso di tutte le possibili attività (task) di un processo. Può essere più o meno complessa e con più o meno diramazioni (figura 1).

struttura processo

Figura 1: struttura di un processo

L’istanza di un processo è invece un’esecuzione reale delle attività previste dalla struttura del processo (figura 2)

istanza processo

Figura 2: istanza di un processo

Siete in crisi? Non capite più esattamente di cosa stiamo parlando? Vi facciamo un semplice esempio, che chiarirà ogni cosa. E per farlo, tireremo in ballo gli spaghetti alla carbonara, un piatto che piace molto agli autori di questo blog (anche se uno dei due autori, essendo di Milano, tifa per il “ris giald“, cioè per il risotto alla milanese).

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’origine della carbonara è avvolta nel mistero: secondo alcuni è stata ideata dai carbonai dell’Appennino, secondo altri dagli americani che avevano nostalgia delle colazioni a base di bacon e uova.

Preparare gli spaghetti alla carbonara” è un processo. L’input del processo sono gli ingredienti (spaghetti, uova, pancetta, acqua, sale e pepe), mentre l’output è rappresentato dal piatto di pasta fumante,pronto per essere mangiato.

La struttura del processo “preparare la pasta alla carbonara” sono le ricette che posso trovare su internet o su un libro di cucina. La ricette non sono tutte uguali: in alcuni casi è previsto l’uso della pancetta. In altri casi è d’obbligo l’uso del guanciale. In alcune ricette si usa il pecorino. In altre è previsto l’uso (in tutto o in parte) di formaggio grana o parmigiano.

Una istanza del processo “preparare gli spaghetti alla carbonara” è la singolaMeal Lunch Italian Pasta Dinner Carbonara Food carbonara che faccio una sera, con gli ingredienti che ho scelto di usare o che ho a disposizione nel frigorifero.

Ovviamente, la carbonara che preparo può venire uno schifo, per due ragioni:

  1. ho realizzato male la ricetta oppure ho usato ingredienti scadenti;
  2. la ricetta era sbagliata.

Il parallelo tra la carbonara e la corruzione è facile da intuire. Anche il rischio di corruzione si può generare:

  1. nelle singole istanze di un processo,
  2. nella struttura di un processo.

Le due cose, ovviamente, non sempre si escludono: se la struttura di un processo è vulnerabile alla corruzione (se evidenzia dei fattori di rischio), allora su quella struttura sarà possibile eseguire istanze che contengono corruzione (e che chiameremo istanze anomale). Viceversa, le istanze anomale di un processo possono diventare prassi (e quindi non essere più concepite come anomale) e modificare la struttura del processo (figura 3).

piramide

figura 3: interazione tra fattori di rischio e anomalie

 

3. ISTANZA DI UN PROCESSO E ISTANZA DI UN PROCEDIMENTO

Le istanze di un processo non devono essere confuse con le istanze (di parte o d’ufficio) che avviano i procedimenti. Anche se i due tipi di istanze sono tra loro correlate (figura 4). Infatti:

  • Una istanza “A” (di parte o di ufficio) determina l’avvio di un procedimento X,
  • I procedimenti, una volta avviati, vengono attuati attraverso dei processi,
  • Quindi l’istanza “A” (di parte o di ufficio) determina anche l’avvio di una istanza “B” del processo Y che attua il procedimento X.
istanza e istanza

Figura 4: avvio del procedimento = innesco di una istanza di processo.

Quindi le attività di una pubblica amministrazione possono essere rappresentate a tre distinti livelli:

  • Procedimenti,
  • Strutture di processo,
  • Istanze di processo.

Di solito, le valutazioni del rischio contenute nei Piani di Prevenzione della Corruzione (PCPT) delle Pubbliche Amministrazioni rilevano esclusivamente la corruzione a livello dei procedimenti, cioè la corruzione che deriva dalla mancata applicazione della normativa. Tuttavia, è possibile includere nella valutazione anche l’identificazione dei fattori di rischio (vulnerabilità della struttura del processo) e identificare le anomalie che si potrebbero evidenziare nelle istanze di un processo. ANCI Lombardia ha sviluppato, nel 2016, una metodologia che si pone questo obiettivo. Questa metodologia è stata utilizzata e sviluppata da @spazioetico ed utilizzata, insieme ad altri strumenti, per l’analisi del rischio nella libera professione intramuraria (ALPI) e per la categorizzazione dei diversi tipi di corruzione. 

La valutazione del rischio è una attività a priori: non è detto che i fattori di rischio e le anomalie identificati in tale sede siano effettivamente quelli corretti. Tuttavia, la valutazione del rischio orienta le strategie di prevenzione. E’ quindi necessario verificare nel tempo se la valutazione del rischio è corretta e, in caso contrario, aggiornarla.

Le INDAGINI INTERNE e lo STRESS TEST servono proprio a questo: 

  • Lo STRESS TEST è una simulazione che serve per capire se i fattori di rischio ipotizzati nella struttura di un processo possono effettivamente innescare istanze anomale
  • Le INDAGINI INTERNE, invece, prendono in considerazione un campione di istanze di un processo, per capire se le anomalie ipotizzate sono effettivamente la traccia di comportamenti a rischio.

 

4. LO STRESS TEST: ISTRUZIONI PER L’USO

Lo STRESS TEST si concentra sui fattori di rischio. Ed è una simulazione: la simulazione di una istanza anomala. In poche parole, lo STRESS TEST simula (in modo controllato) un comportamento a rischio, per capire se le misure di prevenzione mitigano adeguatamente i fattori di rischio e sono in grado di rilevare l’irregolarità simulata.

Abbiamo specificato che lo STRESS TEST deve simulare in modo controllato una istanza anomala. Questo significa che non bisogna abusare dello STRESS TEST e soprattutto, nell’eseguirlo non bisogna andare fino in fondo: bisogna fermarsi prima di creare dei danni o dei veri illeciti penali o amministrativi.

Uno STRESS TEST deve essere progettato con attenzione:

  • Devono essere identificati, innanzitutto, i fattori di rischio presenti nel processo e le istanze illecite che possono essere abilitate dai fattori di rischio
  • Il RPCT deve coinvolgere soggetti interni all’ufficio all’ufficio e concordare con loro sulla necessità di eseguire uno STRESS TEST;
  • Gli obiettivi dello STRESS TEST e le ragioni che spingono a eseguirlo devono essere messi per iscritto, in un verbale (che deve essere tenuto riservato) firmato da tutti i soggetti coinvolti nello STRESS TEST;
  • Lo STRESS TEST non deve modificare in modo permanente i documenti, le banche dati e gli esiti del processo “stressato”;
  • L’istanza anomala deve essere avviata e gestita in modo tale da non produrre alcun effetto (positivo o negativo) all’interno o all’esterno dell’ente
  • In particolare, l’istanza anomala non deve incidere sulle risorse economiche dell’ente o sullo status giuridico delle persone
  • I risultati dello STRESS TEST devono essere discussi con l’ufficio che è stato “stressato”, non tanto al fine di “punire” i componenti, ma per trovare delle soluzioni organizzative per mitigare i fattori di rischio che hanno “abilitato” l’istanza anomala.

 

5. LE INDAGINI INTERNE: ISTRUZIONI PER L’USO 

anomalie 1

Figura 5: accordi corruttivi, distorsione dei processi e anomalie

Le INDAGINI INTERNE si concentrano sulle anomalie. Gli accordi corruttivi, infatti, si sviluppano nella sfera invisibile dei comportamenti illegali, ma si realizzano nella sfera visibile dei comportamenti organizzativi, perché la corruzione, per realizzarsi, ha sempre bisogno di aggredire e distorcere i processi. Queste distorsioni possono non essere immediatamente visibili, ma lo diventano se si analizzano le informazioni (dati e documenti) prodotte dalle istanze dei processi, che sono  registrati e custoditi nella documentazione prodotta dall’ufficio o nei sistemi informatici dell’amministrazione (figura 5). La distorsione di un processo, infatti, crea quasi sempre delle anomalie nei dati e nelle informazioni accumulate durante il processo, che non possono essere del tutto controllate e cancellate da chi ha attuato la distorsione (figura 6).

anomalie 3

Figura 6: chi distorce un processo non può eliminare tutte le informazioni generate dall’esecuzione della istanza (e quindi non può controllare le anomalie generate dalla distorsione

 

Le anomalie insomma sono l’impronta lasciata dalla corruzione sul luogo del delitto. Ma dobbiamo saperle identificare e per farlo è necessario disporre di RED FLAG (o indicatori) cioè dobbiamo sapere come incrociare tra loro le informazioni. 

footprints-303436_640Di seguito alcuni esempi RED FLAG per le anomalie che si generano negli affidamento, identificate da ANAC nel P.N.A. 2015:

  • gare aggiudicate con frequenza agli stessi operatori
  • ripetuti affidamenti diretti ad uno stesso fornitore, per somme che sono appena sotto la soglia stabilita per legge (ad esempio, due affidamenti del valore di 39.990 euro nello stesso anno,a favore del medesimo fornitore!)
  • previsione di criteri di aggiudicazione della gara eccessivamente discrezionali o incoerenti rispetto all’oggetto del contratto;
  • gare aggiudicate con un’unica offerta valida.

footprints-303436_640Ecco invece alcune RED FLAG per le anomalie nella concessione di vantaggi economici a favore delle associazioni:

  • assegnazione di contributi ad associazioni appena costituite
  • concessione di contributi ingenti ad associazioni di piccole dimensioni, o che svolgono poche attività
  • concessione di un contributo di entità tale da generando un “utile” per l’associazione
  • oggetto del contributo descritto in modo talmente generico, da non consentire di identificare le attività che l’associazione ha svolto o intende svolgere
  • concessione di contributi per attività che non rientrano nelle competenze istituzionali del Comune.
  • concessione di contributi per attività non previste dallo statuto dell’associazione
  • mancata realizzazione o parziale realizzazione delle attività oggetto del contributo
  • realizzazione di attività diverse da quelle oggetto del contributo

Come chiarito in precedenza, non è detto che l’istanza anomala di un processo sia, automaticamente, una istanza corrotta. Tuttavia, in presenza di anomalie, è necessario un approfondimento: una INDAGINE INTERNA, finalizzata a capire perché le anomalie si sono generate. Il soggetto che esegue l’INDAGINE INTERNA

  • deve essere esterno all’ufficio “indagato”
  • deve conoscere adeguatamente il processo
  • deve coordinarsi con il RPCT (oppure coincidere con il RPCT)
  • deve avere libero accesso alle informazioni dell’ente
  • deve produrre evidenze documentali, a sostegno degli esiti dell’indagine interna
  • se non coincide con il RPCT deve sottoporre al RPCT i risultati dell’indagine.

L’INDAGINE INTERNA può prendere in considerazione tutte le istanze di un processo che hanno avuto luogo in un certo periodo di tempo, oppure un campione di tali istanze. Tutto dipende dal tempo e dalle risorse disponibili per l’indagine e dagli obiettivi del RPCT.

Le indagini interne sono uno strumento a cavallo tra prevenzione e contrasto ai fenomeni corruttivi. Possono servire infatti per identificare condotte anomale che non hanno rilevanza penale, ma che potrebbero degenerare in corruzione; oppure identificare tempestivamente condotte che integrano reati contro la pubblica amministrazione, da denunciare all’autorità giudiziaria. Nel primo caso si riduce la probabilità dell’evento corruttivo. Nel secondo caso si riducono i danni causati dalla corruzione, perché impedisce che il comportamento a rischio si possa ripetere nel tempo, generando sempre nuovi danni. 

 

6. L’ANTI-CORRUZIONE POSSIBILE (BASTA VOLERLO)

4b.jpgGli strumenti che vi abbiamo presentato possono sembrare inapplicabili nel quadro dell’attuale normativa anticorruzione e della cultura organizzativa delle pubbliche amministrazioni.

In effetti, è vero. E’ vero che molti RPCT non hanno un peso organizzativo tale da poter coordinare il sistema dei controlli ed avere accesso a tutte le informazioni dell’ente. E’ vero che molti responsabili d’ufficio inorridirebbero all’idea di dover simulare l’istanza anomala di un processo, cioè la gestione irregolare di un procedimento. Anche se poi gli stessi responsabili (consapevolmente o meno) gestiscono in modo anomalo i processi, a causa delle carenze di risorse, di tempo o di personale della amministrazione, sottovalutando il rischio di corruzione associato alle gestioni anomale.

Ma i limiti che abbiamo identificato fin qui sono limiti delle organizzazioni pubbliche, non negli strumenti proposti (STRESS TEST e INDAGINI INTERNE). La prevenzione della corruzione non può ridursi ad un mero esercizio intellettuale o limitarsi a verificare la legittimità dei procedimenti. I RPCT devono poter interagire con l’organizzazione, devono poterla “stressare” ed anche “indagare”. Perché i RPCT devono proteggere l’organizzazione dalla corruzione.

Gli STRESS TEST e lo sviluppo di RED FLAG per i sistemi di controllo interno sono inclusi tra i LEA (Livelli Essenziali Anticorruzione) identificate nel “Decalogo per la prevenzione della corruzione nella Sanità italiana” elaborato da ISPE-Sanità e @spazioetico e presentato il 6 giugno 2018. Ma potrebbero essere estesi anche ad altri settori della pubblica amministrazione. Certamente, per fare questo potrebbe essere necessario l’impegno della Politica (con la “p” maiuscola), affinché il Legislatore modifichi la normativa di riferimento (L. 190/2012 in primis) e consenta ai RPCT un margine di azione maggiore e una maggiore incisività delle politiche di prevenzione.

L’attuale Governo sembra essersi preso questo impegno, introducendo DASPO e agenti sotto copertura nel nuovo ddl anticorruzione. Ma queste innovazioni servono solo alla Magistratura per reprimere e sanzionare gli eventi di corruzione che ha già avuto luogo.

La strada per rendere più efficace La prevenzione è lunga e ancora molto in salita… 

 

P.S.: Esempi (inventati) di applicazione dello STRESS TEST:

  1. I dubbi del dottor Sagace: lo STRESS TEST sui processi di concessione di contributi economici (Enti Locali)
  2. Il file excel del dottor Speranza: lo STRESS TEST sul processo di controllo, vigilanza, ispezioni e sanzioni

Esempi (inventati) di applicazione di INDAGINI INTERNE:

  1. Un affare di famiglia: sulle tracce della corruzione

 

Per scaricare l’articolo in formato pdf, clicca QUI

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

Le città improbabili (2): Asinaria.

OMAGGIO A ITALO CALVINO di Massimo Di Rienzo e Andrea Ferrarini

Il post di oggi è uno omaggio alle Città Invisibili” di Italo Calvino. Ogni riferimento a fatti o Governi realmente accaduti è puramente casuale. In particolare, gli autori non intendono in alcun modo riferirsi alla “Letterina ai corrotti” scritta da Luigi Di Maio e tanto meno alla fornitura di pistole Taser agli agenti di P.S. decisa dal Viminale. Il post non ha intenti satirici, ma di prevenzione della corruzione. Tuttavia, satira politica e prevenzione della corruzione si occupano delle stesse persone: di coloro che detengono il potere pubblico e che decidono in nome di tutti gli altri. 

asinaria

Le città improbabili: ASINARIA.

kublaiCerte volte il Gran Khan chiude gli occhi e immagina tutte le città del suo impero. Ma poiché il suo impero è troppo grande e vario per stare nella mente di un uomo, allora immagina città che si assomigliano e che sono la rappresentazione del suo stato d’animo: città adirate, città attonite, città liete. Oggi però il Gran Khan non riesce a decifrare il suo stato d’animo e quindi chiede aiuto a Marco Polo: “Mi sento il peggiore imperatore di qualunque terra. La mia lingua non ricorda più i comandi da dare agli eserciti sul campo di battaglia, i miei occhi non sanno più discernere i doni dei sudditi devoti dai quelli dei sudditi infedeli e la mia testa è piena di empi pensieri. Nel mio impero ci sono città che corrispondono a questo mio stato d’animo? E se le hai viste durante i tuoi viaggi, ne ricordi il nome?

Marco_Polo_Mosaic_from_Palazzo_TursiMarco Polo chiude anche lui gli occhi e ripercorre, a ritroso, molti giorni e molti cammini. Ed ecco emergere dalla memoria molti nomi di città infelici: “Ho visto Rubéria, Mazzetta e Barattopoli. Città corrotte. E poi mi ricordo Porto Brigante, dove c’è una sola guardia che deve controllare tutti gli assassini e i contrabbandieri che scendono dalle imbarcazioni. E Cataclisma, città pensile costruita su ponti che crollano e non si sa perché. E poi Inerzia, Pigrizia Furbizia. Le tre città si scambiano i cittadini: appena uno vene esiliato per non avere fatto il proprio dovere, subito viene accolto dalle città vicine e assunto in qualche pubblico ufficio. Di altre città ricordo solo il nome: Castel Malaffare, Disonestia e Bustarella a Mare. Invece, ricordo bene cosa vidi a Immoralia, città senza bivi, dove tutte le strade corrono senza incontrarsi, ma finiscono tutte in una fetida palude, nascosta al centro della città”. 

kublaiKublai Khan ora è molto preoccupato: “Se è vero quello che dici, la corruzione ha aggredito il mio Impero e consuma, come acqua salmastra, le fondamenta dello Stato. Ma questa situazione presto finirà. Oggi infatti, con il contributo dei miei consiglieri, ho emanato l’Editto Spazza Corrotti  che praticamente non lascia alcuno scampo a chi corrompe e a chi viene corrotto. Prima dell’approvazione di questo Editto, il corrotto, ad esempio, poteva contare sul fatto che chi veniva a proporgli una mazzetta per truffare un concorso o un appalto fosse senza dubbio alcuno un corruttore certificato e che nessuno poteva scovarli. Con lo Spazza Corrotti non sarà più così. Mentre si accordano sulla tangente ci potrebbe essere un infiltrato della Polizia Imperiale proprio al loro fianco, che è lì per arrestarli! I corrotti avranno il terrore di accettare quella tangente e quindi magari non lo faranno. Nel caso in cui, invece, qualcuno venisse beccato con le mani nella marmellata avrebbe un’altra bella sorpresa: potrà anche patteggiare, ma il DASPO a fuoco non glielo toglie nessuno. Marchiato a vita! È un modo, l’unico giusto, per proteggerci dai corrotti. Per proteggere il mio Impero e i mercanti onesti che da anni chiedevano questa misura e tutti i miei sudditi. Cari corrotti, questo è lo scenario che vi si prospetta davanti. Con l’Editto Spazza Corrotti corrompere non conviene più. Non sfidate la sorte, non sfidate il Grande Kublai Khan. Avete smesso di ammorbare l’Impero con i vostri loschi affari. Proporrò ai miei sudditi di mandare anche loro un messaggio ai corrotti italiani utilizzando l’hashtag #SpazzaCorrotti…  Sono fregati!”. Kublai smette di parlare e prende fiato.

Marco_Polo_Mosaic_from_Palazzo_TursiMarco Polo abbassa gli occhi e cerca le parole giuste per non farlo adirare: “Grande Khan, certamente il tuo Editto Spazza Corrotti risolverà il problema della corruzione in molte delle città che ho visto durante i miei viaggi. Ma non potrà debellare la corruzione che alberga nella città di Asinaria. Ad Asinaria alberga l’incompetenza. I dipendenti degli uffici pubblici non sanno fare il proprio lavoro. E sbagliano tutte le procedure. L’ignoranza dilaga. E sudditi di tutte le classi sociali se ne approfittano. E non sai più, avvolto nella nebbia dell’incompetenza, se un funzionario è realmente un asino, oppure se è tanto intelligente da commettere solo gli errori che favoriscono i suoi amici. E quando raglia, è solo per annunciare che ancora una volta è giunto il momento del baratto che trasforma, come una pietra filosofale, le decisioni pubbliche in monete d’oro” 

kublaiIl Gran Khan adesso è contrariato: “Nessuno, prima di te, mi ha mai parlato di Asinaria. Forse tu inventi il nome e la città, perché sei un gufo e un rosicone. Oppure perché sei anche tu un mercante che approfittato del malaffare e temi il nuovo che avanza!”

Marco_Polo_Mosaic_from_Palazzo_TursiMarco Polo, temendo piuttosto le carceri di  Kublai, subito chiarisce il suo pensiero: “Ho a lungo viaggiato e visto molte città. Ma in ognuna di esse mi sono fermato giusto il tempo di un mercato. Ho fatto buoni affari. Tuttavia, prima che potessi dedicarmi al malaffare, già c’era una carovana di cammelli all’orizzonte, che mi induceva a riprendere il mio viaggio verso altre città. Ed Asinaria, Grande Kublai, non è una città le cui case e i cui abitanti siano tutti raccolti in un solo luogo. Asinaria è una città dispersa qua e là in tutte le città del tuo Impero, simile a sabbia che il vento trasporta”

“Cosa vorresti dire?!” esclama il Gran Khan “Forse Asinaria è anche qui, nel mio Palazzo Imperiale?”

“Sì, Grande Kublai. Dimmi, Grande Kublai, tu conosci i taser?

kublai“Certamente! Sono gli archibugi elettrici di cui saranno dotate le Guardie Imperiali, per difendere meglio la sicurezza dei miei sudditi! Proprio ieri il mio Consigliere degli Affari Interni ha firmato il contratto con l’azienda che li produce. E tra pochi giorni saranno consegnati i primi 70 archibugi Taser!

Marco_Polo_Mosaic_from_Palazzo_Tursi“Ma c’è una cosa che non sai, Grande Kublai. Taser non è il nome dell’archibugio elettrico, ma il marchio della manifattura che per prima ha inventato e prodotto questo tipo di armi, trent’anni fa, a Venezia, città da cui io provengo. Ma oggi ci sono, anche dentro il tuo Impero, altri artigiani che producono archibugi elettrici migliori di quelli prodotti dalla Taser e a prezzi inferiori. Ma questo il tuo Consigliere degli Affari Interni non lo sa. Ed ha stipulato il contratto con la Taser, senza fare alcuna ricerca di mercato né gare. Milioni di Cash (*), regalati alla Taser e alla Repubblica di Venezia, con un grave danno alla concorrenza e agli artigiani del tuo Impero!”.

“Lo avrà fatto apposta?”

“Grande Kublai, né tu né io lo possiamo sapere. E forse saperlo non cambierebbe di molto le cose”.

kublaiOra il Gran Khan accende la sua pipa e torna a decifrare i suoi sentimenti. Amarezza. Grande Amarezza. E ricomincia a sognare nuove città … 

 

 

(*) Nel Milione Marco racconta che il Gran Khan faceva fabbricare grandi quantitativi di cartamoneta, ricavandola dalla scorza del gelso e vi faceva imprimere il suo sigillo. Quando la cartamoneta era logora veniva riportata al Gran Khan che la cambiava con un biglietto nuovo, percependo, però, una commissione del 3%. La prima banconota cinese che ci è pervenuta è il 1000 cash, emessa sotto la dinastia Ming nel periodo della Grande Guerra (1368-1398). 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: