Cosa dicono di noi (una sfida per il 2026)
All’inizio dell’anno ci è arrivata questa mail:
Caro Di Rienzo, caro Ferrarini,
la mia sincera stima. Per la pura e semplice intelligenza con cui tutto è detto. Vi ho scoperti, quasi per caso, nella più assoluta (e desolante) autonomia, attraverso un fuori pista dal percorso formativo sull’anticorruzione, canonizzato nel più tipico dei modi dall’ente pubblico per cui lavoro: un adempimento.
Vi ho ascoltato e letto con interesse su uno dei temi forse più emblematici del rimosso pubblico, quello del conflitto d’interessi, che avete “squadernato” con rigore e competenza ma senza soffocarne le braci sotto la coltre normativa, riconducendolo insomma nel dominio dell’etica, con uno stile antiretorico, davvero molto efficace e originale, e una straordinaria creatività.
Grazie.
Per noi, questa mail è stata come un regalo, inatteso e tuttavia molto gradito. Perché entrare in un’aula – fisica o virtuale – e parlare di conflitto di interessi, corruzione o riciclaggio è una cosa bellissima. Ma è anche una cosa difficile. Molto più difficile di quanto si pensi.
La formazione non fa miracoli. Non può “convertire” o “aggiustare” le persone. Può solo favorire un cambiamento culturale. Ma questo accade a condizione che chi sta in aula accetti la sfida. E non sempre succede.
Agire per l’integrità non è un esercizio astratto. Richiede una profonda identificazione nel proprio ruolo. Richiede un radicamento solido nei principi dell’etica pubblica. Richiede, soprattutto, il coraggio di abitare uno spazio fatto di interessi collettivi, dilemmi etici e responsabilità individuale. Ed è in questo spazio (fragile, scomodo, non addomesticabile) che la formazione ha ancora qualcosa da dire.
Il nostro lavoro di formatori è come quello degli antichi cartografi, che disegnavano mappe di territori nuovi e pieni di zone d’ombra. A volte, però, ci sentiamo pompieri che spengono piccoli incendi, sapendo che il fuoco non scomparirà mai del tutto. Oppure cercatori d’oro che setacciano fiumi di persone, per portare a galla pagliuzze di integrità. Ma il più delle volte siamo soltanto umili spalatori di neve, che fanno un lavoro ripetitivo, faticoso e invisibile, ma senza il quale il settore pubblico si riempirebbe di valanghe e di macerie.
Ogni tanto, per fortuna, arrivano mail come questa, che non certificano un risultato, ma confermano il senso delle cose che facciamo. Ci ricordano che, anche dentro percorsi vissuti come meri adempimenti, qualcuno devia, esce dal tracciato, fa un “fuori pista”. E in quel fuori pista ritrova l’etica, non come retorica, ma come spazio vivo di interrogazione.
È da lì che vogliamo ripartire, in questo inizio d’anno. Dalla convinzione che la tutela dell’integrità pubblica non sia una pratica eroica, ma un lavoro quotidiano, paziente, imperfetto. E che la formazione, quando rinuncia a promettere miracoli, può ancora servire a qualcosa.
Buon anno. E buona sfida, a chi vorrà raccoglierla insieme a noi.
Massimo Di Rienzo e Andrea Ferrarini.