Il Consiglio ANAC che vorremmo. Sulla comprovata esperienza ed altri mitici requisiti dei consiglieri
La vicenda della candidatura alla presidenza dell’ANAC, ritirata dopo le polemiche di queste ore, ha riportato al centro del dibattito una questione importante: i requisiti di indipendenza di chi è chiamato a guidare l’Autorità nazionale anticorruzione.
La legge, in effetti, parla chiaro. L’articolo 13, comma 3, del decreto legislativo 150/2009 stabilisce che il presidente e i quattro componenti dell’Autorità debbano essere scelti tra persone di elevata professionalità, di notoria indipendenza e con comprovata esperienza in materia di contrasto alla corruzione. Prevede inoltre precise cause ostative legate agli incarichi politici ed elettivi ricoperti anche nei tre anni precedenti la nomina.
Ma a noi interessa soprattutto un’altra parte di quella disposizione: la comprovata esperienza.
Perché, a pensarci bene, l’appartenenza politica, intesa come orientamento o vicinanza ideale, non è di per sé sinonimo di mancanza di indipendenza. Le convinzioni politiche non coincidono necessariamente con la disponibilità a farsi condizionare. E l’indipendenza non si misura soltanto dall’assenza di tessere o incarichi.
La questione è un’altra: che cosa significa avere una comprovata esperienza nel contrasto alla corruzione? E, soprattutto, chi e come dovrebbe comprovarla?
In questi anni abbiamo visto avvicendarsi nel Consiglio ANAC persone con percorsi professionali importanti, provenienti dalla magistratura, dalle istituzioni, dalle professioni e dal mondo accademico. Competenze certamente preziose, ma non sempre immediatamente riconoscibili per il loro contributo specifico alla prevenzione della corruzione.
E qui vorremmo fare una distinzione.
La prevenzione della corruzione non è la repressione della corruzione. Sono due attività fondamentali, che possono dialogare e rafforzarsi reciprocamente, ma che richiedono conoscenze, esperienze e sensibilità differenti.
Saper individuare e perseguire un illecito non equivale necessariamente a saper riconoscere le dinamiche che, molto prima dell’illecito, mettono a rischio l’imparzialità delle decisioni pubbliche.
Naturalmente non abbiamo nulla contro magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, avvocati o professori universitari. E non intendiamo esprimere giudizi sulle persone indicate in questi giorni, molte delle quali non conosciamo e i cui percorsi meritano di essere valutati con attenzione e rispetto.
Il punto non sono le persone. È l’idea di ANAC che dovrebbe guidarne la selezione.
Noi, per esempio, un piccolo desiderio lo avremmo. Dopo tredici anni trascorsi a lavorare sulla prevenzione della corruzione, accanto alle amministrazioni pubbliche, ci piacerebbe riconoscere almeno qualcuno dei quattro consiglieri.
Qualcuno che abbiamo incontrato mentre affiancavamo un RPCT, magari soltanto per pochi minuti, nella difficile arte della gestione di situazioni a volte molto complesse e nella assoluta mancanza di strumenti operativi. Qualcuno con cui abbiamo discusso, anche animatamente, su come affrontare un conflitto di interessi. Qualcuno di cui abbiamo letto un articolo interessante, una ricerca, una proposta innovativa. Qualcuno che abbiamo ascoltato mentre provava a dare risposte concrete ai problemi delle amministrazioni.
Non necessariamente qualcuno che la pensa come noi. Anzi.
In questi anni abbiamo incontrato persone con visioni molto diverse dalle nostre, ma capaci di offrire contributi seri, originali, riconoscibili. Persone che conoscono la fatica quotidiana degli RPCT, le contraddizioni delle organizzazioni, le pressioni che attraversano i processi decisionali, la complessità delle relazioni tra interessi pubblici e privati.
Non chiediamo che i consiglieri ANAC siano scelti tra le nostre conoscenze, naturalmente. Né che appartengano a una particolare comunità professionale.
Ci piacerebbe, semplicemente, che almeno una parte del Consiglio fosse espressione riconoscibile di quel mondo che, dal 2013, prova a costruire la prevenzione della corruzione in Italia.
Un mondo fatto di studiosi, funzionari, dirigenti, professionisti e persone della società civile che hanno sviluppato conoscenze, sperimentato strumenti, formulato critiche e proposte. E che, soprattutto, hanno imparato quanto sia difficile prevenire la corruzione quando non si sa esattamente che cosa cercare.
Non pretendiamo di suggerire chi debba presiedere ANAC. Del resto, le presidenze di Raffaele Cantone e Giuseppe Busia hanno rappresentato, dal nostro punto di vista, esperienze di grande autorevolezza, anche per la capacità di dare una direzione all’Autorità.
Ma sui quattro consiglieri ci permettiamo di avanzare un auspicio.
Che la comprovata esperienza nella prevenzione della corruzione non venga considerata un requisito accessorio rispetto al prestigio istituzionale o professionale.
Che il Consiglio non sia soltanto un luogo in cui siedono persone autorevoli, ma anche un luogo in cui si incontrano competenze diverse, capaci di comprendere come nascono i rischi, perché le organizzazioni perdono la propria imparzialità e quali strumenti possono realmente aiutarle a preservarla.
Ecco, il Consiglio ANAC che vorremmo è questo.
Un Consiglio in cui, scorrendo i nomi, ci capiti di pensare: questa persona non la conosciamo personalmente, ma sappiamo che cosa ha fatto per la prevenzione della corruzione.
Non ci sembra di chiedere troppo. In fondo, la legge usa una parola precisa: comprovata.
E sarebbe bello che quella parola contasse davvero.