Pensati libero! Kant e la libertà del decisore pubblico

Nella Critica della ragion pratica, Immanuel Kant propone uno strano esperimento mentale.

Kant Immagina un uomo dominato da una fortissima passione. Gli viene offerta la possibilità di soddisfarla, ma a una condizione singolare: davanti alla casa in cui potrà incontrare l’oggetto del suo desiderio è stato eretto un patibolo. Subito dopo aver soddisfatto la propria passione, sarà impiccato. Kant non ha molti dubbi su come andrà a finire. L’uomo saprà dominare il proprio desiderio, ma non perché sia libero. Semplicemente, una forza ha sconfitto un’altra forza: il desiderio è potente, ma l’istinto di conservazione lo è ancora di più. Di fronte alla forca, l’uomo sceglie di vivere.

Poi Kant cambia lo scenario. Lo stesso uomo si trova davanti a un tiranno crudele. Il sovrano gli ordina di rendere una falsa testimonianza, per condannare a morte un cittadino onesto e innocente, che il tiranno odia. Se l’uomo si rifiuta di mentire, sarà lui stesso a essere giustiziato sul patibolo. In questo secondo caso, sebbene l’uomo possa cedere alla paura per debolezza, egli riconoscerà dentro di sé che sarebbe in grado di rifiutare la falsa testimonianza, accettando la morte pur di non compiere un’ingiustizia.

In questa consapevolezza, secondo Kant, l’uomo scopre la propria libertà morale. Nel primo caso l’uomo si domanda: «che cosa devo fare per sopravvivere?». Nel secondo caso compare una domanda tutta diversa: «che cosa devo fare, anche se farlo potrebbe costarmi moltissimo?» 

L’uomo continua ad avere paura, continua a voler vivere, continua a essere sottoposto alle leggi della natura. Ma scopre dentro di sé qualcosa che gli permette di pensarsi non interamente determinato da esse. Può deludere persino la più potente delle proprie aspettative: quella di continuare a vivere.

I patiboli del decisore pubblico

Fortunatamente, chi assume decisioni nella pubblica amministrazione italiana non viene normalmente minacciato con una forca. Ma conosce molto bene il peso delle relazioni e delle aspettative. 

Un decisore pubblico vive dentro una fitta rete di relazioni. Ci sono i vertici politici, i superiori, i colleghi, gli uffici con cui deve continuare a lavorare. E poi ci sono gli interlocutori esterni: cittadini, imprese, associazioni, categorie professionali, portatori di interessi, lobby. Tutti, legittimamente o meno, possono aspettarsi qualcosa dalle sue decisioni. E il decisore sa che deludere le aspettative può avere conseguenze.

Può significare perdere consenso o fiducia. Può rendere più difficile una carriera. Può compromettere un incarico. Può generare conflitti. Può significare essere considerato poco collaborativo, rigido, inaffidabile. Esiste, insomma, anche una forma di istinto di sopravvivenza organizzativa.

Un primo tipo di decisore pubblico assomiglia all’uomo del primo dilemma di Kant: ha imparato come funziona il sistema e sa quali aspettative è meglio non deludere, quali problemi è meglio non sollevare, quali decisioni potrebbero costargli care. Di fronte a una decisione, una domanda tende a prevalere sulle altre: «Che cosa mi conviene fare per non avere problemi?»

Ma possiamo immaginare anche un secondo decisore, che vive le stesse pressioni e conosce le stesse aspettative. Anche lui vuole conservare il proprio incarico, essere apprezzato, fare carriera, evitare conflitti inutili. Anche lui potrebbe cedere, ma sa che potrebbe non farlo. Perché esistono aspettative che, in ragione del ruolo che ricopre, deve essere capace di deludere.

Una libertà che viene da fuori

L’uomo di Kant trova dentro di sé la legge morale. Sa che non è giusto accusare falsamente un innocente e, attraverso questa consapevolezza, scopre di potersi sottrarre persino all’istinto di conservazione. Il decisore pubblico dispone anche di qualcosa che sta fuori da lui: i principi dell’etica pubblica. Imparzialità, Indipendenza, Integrità: questi principi sono, innanzitutto, requisiti di funzionamento della pubblica amministrazione, che molto spesso vengono interpretati come dei limiti alla libertà del decisore pubblico: l’imparzialità gli impedisce di favorire qualcuno; l’integrità gli impone di non utilizzare il ruolo per interessi estranei alla funzione; l’indipendenza gli chiede di non farsi condizionare.

Ma possiamo finalmente rovesciare la prospettiva. Quei principi non limitano il decisore pubblico: lo rendono veramente libero!

Il principio di imparzialità permette al decisore di dire a un interlocutore: «posso ascoltare il tuo interesse, ma non sono al suo servizio!». L’indipendenza gli permette di riconoscere un’aspettativa proveniente dall’alto, senza considerarla automaticamente un ordine. L’integrità gli ricorda che la decisione che gli è stata affidata non è di chi esercita maggiore pressione e non è nemmeno sua, ma appartiene, piuttosto, alla collettività che è chiamato a servire: prerogative e poteri pubblici sono esercitati unicamente per le finalità di interesse generale per le quali sono stati conferiti (art. 3, c. 3 del DPR n. 62/2013).

Questo produce un apparente paradosso: il decisore pubblico è libero proprio perché è soggetto a qualcosa

Quando riconosce la propria soggezione ai principi dell’etica pubblica, il decisore acquista uno spazio dal quale può giudicare gli interessi e le aspettative, anziché limitarsi a subirli. Esattamente come l’uomo davanti al secondo patibolo di Kant, sa che può dire di no, quando il suo ruolo glielo richiede. Non sempre lo farà, potrà avere paura, potrà sbagliare, potrà persino cedere, ma sa che può e dovrebbe farlo. 

Al politico, al dirigente o al dipendente pubblico che ci stanno leggendo in questo momento, vorremmo dire:

«sappiamo bene quanto è scomodo il posto che occupi e che non puoi vivere senza pressioni. Sappiamo che non puoi ignorare gli interessi del mondo. Sarebbe persino sbagliato. Ma devi rimanere titolare delle decisioni di cui sei responsabile. Non chiederti: a chi non posso permettermi di dire di no? Chiediti piuttosto: a chi, in ragione del mio ruolo, devo essere capace di dire di no? L’Imparzialità, l’indipendenza e l’integrità sono questo, per te. Prima ancora di decidere, pensati libero»