Accendere i fattori abilitanti dell’antiriciclaggio nella pubblica amministrazione

È stato pubblicato il documento “I fattori abilitanti dell’antiriciclaggio nella pubblica amministrazione”, realizzato nell’ambito del percorso promosso dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione, con il contributo della UIF e nel contesto delle attività per il governo aperto.

Per Spazioetico si tratta di un lavoro particolarmente significativo. Massimo Di Rienzo e Andrea Ferrarini, fondatori di Spazioetico, hanno partecipato attivamente all’indagine e al percorso di identificazione dei fattori abilitanti, contribuendo alla lettura organizzativa, culturale e comportamentale delle condizioni che rendono possibile la collaborazione antiriciclaggio nelle amministrazioni pubbliche.

Il punto di partenza dell’indagine è semplice, ma decisivo: alcune pubbliche amministrazioni riescono a inviare comunicazioni di operazioni sospette alla UIF; molte altre, invece, pur essendo esposte a rischi rilevanti in ambiti come appalti, concessioni, autorizzazioni, contributi e sovvenzioni, faticano ad attivare concretamente il presidio antiriciclaggio.

La domanda, allora, non è solo: quali obblighi prevede la normativa?
La domanda più interessante è: che cosa permette davvero a un’organizzazione pubblica di vedere, interpretare e comunicare un’anomalia?

L’indagine risponde proprio a questa domanda, spostando l’attenzione dagli adempimenti formali ai fattori abilitanti: quelle condizioni organizzative, professionali e culturali che consentono alla pubblica amministrazione di trasformare le informazioni già presenti nei propri procedimenti in capacità di prevenzione.

Tra i fattori più rilevanti emergono la collaborazione tra il Gestore antiriciclaggio e gli uffici che presidiano i processi a rischio, la consapevolezza diffusa delle finalità della collaborazione attiva, le competenze dello staff e della filiera interna di comunicazione, l’integrazione tra antiriciclaggio, anticorruzione, controlli interni, gestione del rischio e obiettivi istituzionali.

In altre parole, l’antiriciclaggio non funziona quando resta confinato in un ufficio, in una nomina o in una procedura. Funziona quando diventa una capacità organizzativa distribuita.

Una pubblica amministrazione “vede” davvero il rischio quando gli uffici sanno riconoscere che un procedimento formalmente corretto può essere usato in modo distorto; quando un’anomalia non viene archiviata come semplice stranezza, ma viene condivisa con chi può valutarla; quando il Gestore non è isolato, ma opera dentro una rete interna di competenze, flussi informativi e responsabilità.

Per questo, uno dei passaggi più interessanti del documento riguarda l’esigenza di “accendere” i fattori abilitanti. I fattori abilitanti, infatti, non compaiono per caso. Non sono qualità spontanee delle organizzazioni. Sono il risultato di scelte intenzionali.

Accenderli significa, prima di tutto, costruire una filiera interna chiara: individuare gli uffici più esposti, nominare eventuali referenti antiriciclaggio, definire punti di contatto con il Gestore, stabilire canali sicuri e riservati per la trasmissione delle informazioni.

Significa poi dotarsi di procedure proporzionate, non per creare nuovi carichi burocratici, ma per rendere chiaro chi deve fare cosa, quando e attraverso quali canali. Una procedura utile non è un documento che dorme in una cartella condivisa: è un’infrastruttura minima che consente alle persone di orientarsi quando incontrano un’anomalia.

Accendere i fattori abilitanti significa anche integrare l’antiriciclaggio negli obiettivi istituzionali dell’ente. La prevenzione del riciclaggio non è un presidio separato dall’azione amministrativa. È parte della tutela dell’integrità, del buon uso delle risorse pubbliche, della protezione dell’economia legale e della fiducia dei cittadini.

Per questo il presidio antiriciclaggio dovrebbe dialogare con il PIAO, con le misure anticorruzione, con i controlli sugli appalti e sui contributi, con le verifiche sul titolare effettivo, con i sistemi di audit, con la gestione dei rischi e con le politiche di trasparenza. Non per confondere strumenti diversi, ma per farli cooperare.

C’è poi un altro punto cruciale, molto vicino al modo in cui Spazioetico legge i sistemi di integrità: la prevenzione non è solo una questione di regole, ma di capacità di interpretazione.

Categorie come sospetto, anomalia, opacità, incoerenza o dissonanza non appartengono naturalmente alla cultura amministrativa tradizionale, spesso più abituata a verificare la regolarità formale dell’atto che a interrogarsi sul significato sostanziale dei comportamenti osservati. L’antiriciclaggio chiede invece alla pubblica amministrazione di sviluppare uno sguardo diverso: non investigativo, non arbitrario, ma orientato al rischio.

È qui che entra in gioco la formazione.

La formazione sull’antiriciclaggio non può limitarsi a spiegare la normativa o a elencare indicatori di anomalia. Deve aiutare gli uffici:

  • a riconoscere situazioni concrete,
  • a collegare segnali deboli,
  • a leggere i procedimenti dal punto di vista dei rischi,
  • a comprendere come appalti, autorizzazioni, contributi o concessioni possano diventare canali di ingresso dell’economia illecita nell’economia legale.

Serve una formazione situazionale, laboratoriale, aderente ai processi reali dell’amministrazione. Una formazione che lavori su casi, scenari, dilemmi, flussi informativi, responsabilità e collaborazione interna. Una formazione che non produca solo conoscenza, ma anche consapevolezza, linguaggio comune e fiducia tra gli uffici.

Perché, alla fine, il vero salto di qualità è questo: passare da un sistema che funziona grazie alla sensibilità di singole persone a un sistema fondato su ruoli, competenze, procedure, confronto, tecnologia proporzionata, governance e apprendimento organizzativo.

Solo così i fattori abilitanti smettono di essere circostanze occasionali e diventano componenti stabili di una politica pubblica di integrità. E solo così l’antiriciclaggio può uscire dalla logica dell’adempimento silenzioso e diventare una funzione viva della pubblica amministrazione: una funzione capace di proteggere il valore pubblico, l’economia legale e la qualità democratica dei territori.