Valutare l’apprendimento nella formazione all’etica e all’integrità. Non serve un test a risposte multiple!

Valutare la costruzione di competenze per l’integrità con un test a risposta multipla? No grazie!

Ormai basta uno screenshot.
Un clic, un upload su ChatGPT, e la risposta giusta alla domanda a scelta multipla del corso e-learning arriva puntuale, con una spiegazione chiara, priva di incertezze, che mette in riga qualsiasi docente in carne e ossa. Questo semplice gesto, ormai alla portata di chiunque, ha messo a nudo una verità che per anni è rimasta sottintesa: i meccanismi di valutazione dell’apprendimento, così come oggi imperversano nelle piattaforme di formazione, erano inutili già prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale. Ora lo sono semplicemente in modo più evidente.

L’automazione della conoscenza, per quanto inquietante possa sembrare, ha semplicemente alzato il sipario su un palcoscenico dove si recita da tempo la commedia dell’apprendimento apparente. Una recita ben confezionata, in cui la formazione coincide con la frequenza, il completamento con il click, e la valutazione con il punteggio. In questo teatro algoritmico dell’efficienza educativa, la qualità dell’apprendimento è ridotta alla capacità di selezionare la risposta corretta tra quattro opzioni, possibilmente prima dello scadere del tempo. Poco importa se la domanda riguarda dilemmi etici, pressioni indebite o situazioni di conflitto di interessi: tutto diventa valutabile, computabile, tracciabile.

Il problema, però, non è solo tecnologico. È un problema di senso.

La valutazione come simulacro

In origine, la valutazione dell’apprendimento era uno strumento. Serviva a capire se chi apprendeva avesse effettivamente acquisito nuove conoscenze, sviluppato nuove competenze, o semplicemente cambiato punto di vista. Era, insomma, un’attività delicata, che pretendeva metodo, tempo e discernimento.

Oggi è diventata una formalità. Un checkbox da spuntare. Un passaggio obbligato, utile soprattutto a chi eroga il corso, per certificare l’efficacia della formazione ai sensi di una qualche direttiva o di un Piano Triennale. La valutazione, insomma, non serve più a chi apprende, ma a chi deve rendicontare. Non misura più il cambiamento, ma l’aderenza a un protocollo. Non rivela l’apprendimento, ma simula la sua esistenza.

E in questo gioco di specchi, l’integrità è forse la vittima più illustre.

L’integrità non si addestra come un cane da tartufo

Ci sono ambiti in cui l’apprendimento può avvenire anche per accumulazione: la sicurezza sul lavoro, il codice degli appalti, il funzionamento delle piattaforme digitali. In questi contesti, anche una formazione nozionistica, scandita da test standardizzati, può avere un suo perché. Ma quando si parla di etica pubblica, di corruzione sistemica, di conflitti di interessi nascosti, quel tipo di approccio produce solo danni. Crea l’illusione di una competenza che non c’è, di una comprensione che non si è formata, di un’autonomia che è solo conformismo ben educato.

L’integrità non si addestra. Non risponde al fischietto. Non segue percorsi lineari.

L’integrità si costruisce nella complessità. Richiede tempo, esperienza, confronto, capacità di ascolto. Si sviluppa nella nebbia, non nella luce abbagliante della risposta giusta. E ha bisogno di spazi in cui il dubbio non venga punito, ma coltivato.

Apprendere non è compilare, è comprendere

Uno dei paradossi più evidenti della formazione pubblica è l’elevatissimo tasso di produzione di documenti, griglie, mappe, piani, indicatori. Un apparato formidabile, che produce segni di apprendimento senza contenuto. L’idea di fondo è che sia sufficiente dimostrare di aver adempiuto a qualcosa, per potersi considerare competenti su quel qualcosa. Ma compilare una dichiarazione di assenza di conflitto di interessi, senza sapere che cosa sia realmente un conflitto di interessi, equivale a firmare un certificato in una lingua che non si conosce.

Il sistema normativo italiano, soprattutto dopo l’introduzione della L. 190/2012, ha moltiplicato gli adempimenti, ma ha faticato a generare senso. E la formazione, anziché colmare questo vuoto, lo ha amplificato, trasformando l’obbligo formativo in una sequenza di attività superficiali, incapaci di incidere sulle pratiche quotidiane o di sviluppare quelle competenze invisibili che rendono una decisione eticamente solida.

Una valutazione che non valuta

Quando si tenta di valutare una competenza complessa con strumenti semplici, si finisce per valutare qualcos’altro. Non l’integrità, ma la conformità. Non il pensiero critico, ma la riproduzione meccanica di contenuti. La valutazione, in questo modo, perde completamente la sua funzione trasformativa. Diventa un rituale vuoto, che protegge il sistema da ogni deviazione, da ogni errore, da ogni domanda scomoda.

Ma un sistema che non tollera la complessità è un sistema che non apprende. E un sistema che non apprende è destinato, prima o poi, a fallire.

Serve una grammatica, non una griglia

Per questo, da anni, insistiamo sull’urgenza di costruire una grammatica dell’integrità. Un insieme di competenze trasversali, percettive e analitiche, che permetta ai decisori pubblici, ai funzionari, ai cittadini, di leggere i fenomeni, di riconoscere le ambiguità, di decodificare le pressioni. Serve un percorso di apprendimento che non punti a semplificare, ma ad allenare la mente e lo sguardo alla complessità. Serve una formazione che non finisca con un test, ma cominci con un caso difficile.

Serve, soprattutto, un’idea diversa di valutazione: meno centrata sull’efficienza, più orientata alla consapevolezza. Meno numerica, più dialogica. Meno performativa, più generativa.

Perché se è vero che oggi una macchina può rispondere a quasi tutte le domande, allora il vero valore della formazione umana sta nel continuare a porre quelle per cui non esistono ancora risposte.