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lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

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Whistleblowing. Una lettura della nuova normativa (2017) attraverso l’analisi di un caso

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Sono ormai quasi cinque anni dal primo DILEMMA ETICO che presentammo in occasione dei corsi per Responsabili della Prevenzione della Corruzione con FormezPA (2013). 

Dedicammo il dilemma al comportamento più controverso della complessa architettura della prevenzione della corruzione: il WHISTLEBLOWING, cioè il comportamento di segnalazione di anomalie e condotte illecite da parte di un dipendente pubblico.

Molta strada abbiamo fatto e anche i nostri personaggi hanno affrontato nel tempo diversi argomenti.

Nel mese di novembre 2017, dopo un paio di anni di gestazione non facile, è stata emanata una normativa “Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato“.

Questa nuova legge contiene importanti passi in avanti:

  • In merito alla tutela dell’identità del segnalante viene finalmente inserito l’OBBLIGO DI CONSULTARE IL SEGNALANTE stesso in caso in cui non si sia riuscita a trovare altre evidenze oltre la segnalazione, 
  • Nel nuovo testo si distingue tra “SEGNALAZIONE” e “DENUNCIA”,

Per il resto, occorre ancora fare molto sui seguenti elementi:

  • NON SI COSTRUISCE UN PERCORSO CHIARO, mettendo in ordine i vari canali di segnalazione. E’ giusto fornire canali diversi, ma non si capisce perché uno dovrebbe segnalare all’ANAC invece che al suo RPCT o viceversa.
  • L’estensione dell’istituto nel SETTORE PRIVATO (che, appare, così come viene qui disciplinato, discriminatorio), 
  • L’ACCOMPAGNAMENTO alla gestione del dilemma“se segnalare” oppure no, 
  • L’ACCOMPAGNAMENTO alla gestione della fase successiva alla segnalazione e alla gestione delle ritorsioni (disciplina speculare a quella dei testimoni di giustizia),
  • E’ stata eliminata ogni forma di PREMIALITA’,
  • Non si prevede nulla sul tema della costruzione della “CULTURA DELLA SEGNALAZIONE“.

Abbiamo provato a darne una lettura più complessiva richiamando all’opera il buon vecchio dottor Rossi e utilizzando la sua vicenda come guida all’analisi di questa nuova normativa.

La presentazione si può scaricare a questo indirizzo: https://www.slideshare.net/m_dirienzo/spazioetico-whistleblowing-2017 

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Sondaggio, miglioriamo insieme @spazioetico!

Vorremmo raccogliere opinioni, critiche, suggerimenti in merito al nostro blog. Potrai aiutarci a capire come migliorarlo.

Ti chiediamo di rispondere a poche, semplici domande. Vogliamo capire quali sono le esigenze dei nostri vecchi e nuovi lettori (che crescono costantemente di numero).

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Infine, se vuoi, puoi aggiungere qui sotto un tuo commento generale e proposte di miglioramento (il pulsante “invia” non si riferisce all’intero questionario, ma al solo commento. I voti sono già stati registrati attraverso il pulsante “vote”).

GRAZIE!!!

 

Barcellona adotta l’Anti-Corruption Complaint Box per le segnalazioni dei cittadini

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La città di Barcellona è la prima metropoli europea a dotarsi di un sistema che invita i cittadini a mandare informazioni rilevanti su comportamenti corruttivi o di maladministration ed in maniera totalmente anonima.

La piattaforma è gestita da Xnet, un progetto di attivisti che lavora dal 2008 sui temi della democrazia e delle nuove tecnologie.

La  Anti-Corruption Complaint Box (“Bústia Ètica” in Catalano – #BústiaBonGovernBCN), questo il nome dello strumento, utilizza un sistema di protezione dell’anonimato (come Tor e GlobaLeaks).

Di seguito, alcune considerazioni tratte dal sito fonte della notizia

Che cosa è l’l’Anti-Corruption Complaint Box?

E’ uno strumento attraverso cui i cittadini possono segnalare eventi corruttivi e altre pratiche che vengono ritenute dannose per il buon governo della città di Barcellona.

Si tratta di un dispositivo digitale gestito dal Comune di Barcellona, ispirato a simili meccanismi della società civile (come la casella di posta XnetLeaks) e messo in opera con la consulenza di membri della Xnet che fanno parte dal Consiglio consultivo dei cittadini del Comune di Barcellona.

Mediante questo sistema, i cittadini possono inviare elementi di sospetto e prove di casi per i quali essi ritengano che il Comune debba indagare.

Dopo aver ricevuto le segnalazioni, il Comune è tenuto a rispondere e indagare su quelle che sono ritenute fondate, o inviarle ad altra autorità. La persona che presenta la denuncia si riserva il diritto o meno di rivelare la sua identità; riceverà informazioni di follow-up.

Per quale ragione si è scelta l’opzione “anonimato”?

Prima di tutto, dovrebbe essere chiaro che l’anonimato delle fonti in un’indagine non è una novità. Evidentemente, se le informazioni inviate da un cittadino finiscono in un procedimento penale, allora non potranno più essere anonime.

La pubblica amministrazione dovrà, quindi, effettuare una denuncia ufficiale e la segnalazione anonima sarà servita semplicemente per far emergere quel fatto (che non sarebbe mai emerso senza questo meccanismo).

Questa modalità non differisce  dal modo in cui la stampa ha sempre lavorato: le informazioni provengono da fonti che rimangono anonime perché sono vulnerabili.

È compito della persona/istituzione che riceve le informazioni, di approfondire svolgendo indagini per far emergere ulteriori elementi che rendano solidi gli argomenti di accusa.

Tale articolazione permette di correggere una delle maggiori disuguaglianze esistenti: l’asimmetria che esiste tra il cittadino, che ha interesse all’erogazione del servizio e la pubblica amministrazione.

Ed ora un rapido commento. Noi che siamo “cittadini romani” osserviamo queste novità con un certo distacco (non vorrei dire cinismo, ma l’ho detto). L’introduzione di tali sistemi, tuttavia, non renderebbe meno vivace la già movimentata vita di amministratori e tecnici all’ombra del Campidoglio. Perciò, perché non provare?

Cosa ti aspetti dal 2017? I risultati del sondaggio

Abbiamo ricevuto 34 risposte al sondaggio che avevamo lanciato all’interno di un gruppo di persone (ne avevamo invitate circa 50) che spesso riflette insieme sui temi della prevenzione della corruzione e della trasparenza, RPCT, esperti, persone informate.

Abbiamo chiesto di stilare una classifica (da 1 a 7) sulle questioni che si ritengono più importanti da affrontare nel corso di quest’anno, che riteniamo cruciale per l’affermarsi o il retrocedere della costruzione di un “senso” alla politica di promozione dell’integrità nella PA italiana.

I risultati.

Al primo posto, con un risultato di 4,63, la questione che, in questo momento, catalizza l’attenzione di molti commentatori: “Un approccio meno formalistico e più multidisciplinare da parte di chi governa la prevenzione della corruzione a livello centrale“. Si ha la sensazione che tutta l’architettura della prevenzione della corruzione e della trasparenza stia sempre più incanalandosi verso un cul de sac, fatto di adempimenti, formalismi, tecnicismi, senza che se ne ravvisi un “senso” e senza una valutazione sugli effetti di queste misure. Regolamenti, procedure, accessi che si sovrappongono, relazioni, documenti, sembrano a molti delle sovrastrutture che rischiano di asfissiare le amministrazioni che sono già alle prese con un problema di scarsità di ricambio e di risorse. C’è, inoltre, un problema di monodisciplinarietà. Ad esempio, temi quali la prevenzione della corruzione e la trasparenza sono affrontati solo da un punto di vista giuridico e questo esclude molta della complessità che il tema propone. In altri Paesi chi discute di questi temi sono soprattutto economisti, sociologi, filosofi, a volte antropologi, scienziati delle organizzazioni. Le stesse modalità attraverso cui, ad esempio, vengono costruiti i documenti di orientamento (come, ad esempio, le Linee Guida ANAC o le direttive), nulla hanno a che fare con quello che ti aspetteresti di trovare in un documento, appunto, di orientamento, ma assomigliano a trattati di diritto amministrativo, spesso ridondanti, privi di qualsiasi schematizzazione e di strumenti operativi.

Al secondo posto, con un risultato di 4,62 (quindi quasi sullo stesso livello della prima questione), si piazza: “Una reale indipendenza per i Responsabili della Prevenzione della Corruzione per garantire continuità ed efficacia alle strategie“. Nonostante le voci che si sono alzate negli scorsi anni a rilevare forse la principale anomalia di questo impianto normativo, cioè, l’assenza di indipendenza del ruolo del Responsabile della Prevenzione della Corruzione, poco o nulla è stato fatto nel 2016. Il PNA ha cercato di fornire degli strumenti per assicurare, forse, una maggiore autonomia, ma il problema è che tutto questo deve essere sancito per legge. Il paradosso è che, stante la dipendenza che esiste tra RPCT e componente politica, una efficace strategia di prevenzione della corruzione, in questo momento, si può fare solo laddove la politica ha interesse a promuovere maggiori livelli di integrità, quindi (per questo paradossalmente) proprio dove serve di meno.

Il terzo posto se lo aggiudica, con un risultato di 4,41, “La fondazione di una scuola pubblica per la promozione dell’etica e dell’integrità nelle amministrazioni“, questione a noi molto cara. Esiste in molti Paesi che hanno un approccio multidisciplinare alla prevenzione della corruzione. Non l’ennesimo carrozzone inutile, ma una comunità di professionisti e di ricercatori che lavorano con metodologie comuni, che riflettono sui metodi migliori per coinvolgere effettivamente le varie componenti di questo sistema.

Il quarto posto va a: “Una interlocuzione con il MIUR su come introdurre la didattica per dilemmi etici nelle scuole e su come costruire competenza civica sulla base dei comportamenti (e non sulla base di generici principi)“, con un risultato di 4,06. In linea con la fondazione di una scuola di etica, la costruzione dello spazio etico si dovrebbe fare nelle scuole. A volte ci sono degli ammirevoli sforzi, ma, crediamo, con un approccio troppo centrato sull’adulto e poco pragmatico. Per lavorare bene su questi temi con i ragazzi/e occorre sfidarli sulle questioni e sui dilemmi che animano le loro vite e che li coinvolgono direttamente. Per questo l’utilizzo dei dilemmi etici è un potente strumento di emersione di principi e regole che essi stessi già mettono alla base delle loro scelte.

Quinto posto: “Una riflessione generale, senza pregiudizi, su come rendere davvero trasparente e responsabile l’azione di governo nazionale e locale“.  Dopo l’accesso civico generalizzato si chiude (in teoria) un ciclo normativo volto a garantire la massima apertura e visibilità dell’azione amministrativa. Ma gli strumenti che sono stati adottati, sono veramente efficaci? Quale è il livello di visibilità dei processi decisionali che “veramente” contano in questo Paese? Secondo alcuni non c’è mai stata tanto opacità come in questo periodo. E allora, a fronte di uno sforzo notevole che le amministrazioni hanno compiuto (o non hanno compiuto) e a fronte di uno altrettanto notevole investimento di risorse che, presumibilmente, sarà richiesto per l’attuazione del sedicente FOIA italiano, il risultato è accettabile? E, soprattutto, chi valuta, non tanto se le amministrazioni pubblicano i dati, ma se qualcuno li legge? E se servono veramente a rafforzare l’accountability, cioè, la responsabilità degli attori del sistema. Una trasparenza, infatti, senza possibilità di cambiamento, crea solo maggiore senso di frustrazione, impotenza e conflittualità sociale.

Al sesto posto abbiamo un parimerito, con un punteggio di 3,35. Partiamo con una questione anch’essa a noi molto cara: “Una normativa organica sul Whistleblowing“. Giace al Senato una normativa, ancora piuttosto acerba, e perfettibile, ma che comunque farebbe fare dei passi avanti nella tutela di colui che segnala. Sarà l’anno buono? Non sembra per la verità che questo tema sia all’ordine del giorno di questo Parlamento, ma vedremo.

Sempre al sesto posto: “Un maggior coinvolgimento della funzione dirigenziale a livello locale, una volta che si sia, una volta per tutte, definitivamente abbandonato il percorso di riforma attuale“. Un tema piuttosto noto che ha avuto degli interessanti sviluppi recentemente. A molti sembra che questa riforma della dirigenza esasperi, piuttosto che sciogliere, il nodo del rapporto di dipendenza tra il ruolo di RPCT e la componente politica. Avremmo bisogno di dirigenti più leali e meno fedeli, ma non sembra che i Governi, oramai da più di 20 anni abbiano lo stesso orientamento. Dall’altra parte, la dirigenza pubblica deve essere coinvolta pesantemente nell’elaborazione e attuazione delle strategie di prevenzione della corruzione e nella funzione di “esemplarità” che spesso dimentica di avere nei confronti dei dipendenti, ad esempio, abbandonando posizioni di difesa e aprendosi alla discuss-ability e alla multidiscipinarietà.

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