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L’autunno caldo dei responsabili anticorruzione

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E’ proprio un autunno caldo. Non solo in senso atmosferico. Anche l’anticorruzione italiana si scalda sotto i riflettori di una cronaca scoppiettante.

Questo, di solito, è il tempo in cui i responsabili anticorruzione, in assoluta solitudine e nella quasi totale inconsapevolezza dei cittadini, aggiornano per l’ennesimo anno il loro piano di prevenzione triennale.

In rapida successione, tuttavia, tre eventi sconvolgono la quieta indolenza dell’anticorruzione italiana.

Il primo è l’arresto della responsabile anticorruzione della Regione Calabria: “Informazioni su bandi in cambio di vacanze e vino”, tuona il Fatto Quotidiano.

Un vero e proprio fattaccio, che dà la stura ad un secondo evento. Un “approfondimento” da parte della nota giornalista d’inchiesta Milena Gabanelli che nel suo Dataroom sul Corriere della Sera titola: “Anticorruttori ma già condannati“. In realtà non avevamo fatto molto caso a questo articolo. Ebbene sì, perché nella sua prima stesura conteneva, proprio all’inizio, un errore stratosferico. L’articolo, infatti, nella sua stesura originale, incominciava con tali parole: “i Responsabili anticorruzione dell’ANAC“. Ci eravamo fermati a questa affermazione e avevamo deciso di non proseguire la lettura dal momento che ritenevamo che chiunque avesse scritto una tale inesattezza non meritasse la nostra attenzione. Chiunque mastichi un po’ di anticorruzione in Italia sa benissimo che i responsabili anticorruzione (anche questa dicitura è inesatta) sono nominati dalla componente politica e quindi ad essa rispondono (Sindaci, Direttori Generali di ASL e Ospedali pubblici, ecc…). Confondere questo elemento, peraltro, significa non avere alcuna idea di tutto il dibattito che ormai da più di sei anni si anima sulle debolezze congenite di cui la legge 190/2012 è disseminata e, in effetti, l’articolo non ne cita alcuna.

Per modificare l’articolo c’è voluta una netta presa di posizione dell’ANAC stessa che, in una lettera a firma del Presidente Cantone, ribadisce: “L’Autorità nazionale anticorruzione non ha alcun potere nella nomina degli RPC, né alcun ruolo rispetto al loro operato. Gli RPC sono dipendenti della singola amministrazione e questo incarico è conferito dai vertici della amministrazione di appartenenza, senza nessuna interlocuzione con l’Anac“. Tale affermazione, se da una parte ristabilisce una verità, dall’altra certifica e suffraga il fallimento della strategia nazionale di prevenzione della corruzione che, proprio sui responsabili anticorruzione dovrebbe fare perno.

E che invece non li coinvolge in nessun modo. Assomiglia ad una beffa un passaggio della lettera dell’ANAC in cui Cantone spiega: “È un fronte (il supporto agli RPC, ndr.) che da tempo vede impegnata l’Anac, che agli RPC dedica annualmente un’apposita giornata di formazione anche per consentire di esercitare al meglio il loro ruolo“. Se organizzare una giornata all’anno con la presenza del 2% (forse) degli RPC italiani significa fare rete e supportare tali figure, allora siamo davvero all’anno zero dell’anticorruzione in questo Paese. Noi di @spazioetico, probabilmente, gestiamo una rete di RPC superiore a quella dell’ANAC e ci è sempre sembrata una circostanza davvero assai strana.

Fatto sta che la Gabanelli corregge l’incipit del suo articolo anche se non corregge il tiro della ferale inchiesta in cui sembra scoperchiare una vera cupola del malaffare. Senza sapere che quasi tutte le persone indicate nell’articolo hanno avuto condanne per danno erariale, non per reati contro la pubblica amministrazione. Cioè, hanno commesso degli errori e sono stati sanzionati, ma non hanno tratto vantaggio da quelle condotte. Se dovessimo utilizzare lo stesso metro di giudizio per giudicare la credibilità e l’integrità di categorie come, ad esempio, quella dei giornalisti, allora non esisterebbe più il giornalismo in questo Paese. 

Alla fine abbiamo, nostro malgrado, dovuto leggere l’articolo anche se più andiamo avanti e più facciamo fatica a rimanere sereni di fronte a tanta approssimazione.

Pensavamo di non avere altra incombenza, quando, all’improvviso, notiamo che sul sito dell’ANAC viene pubblicata la Delibera n. 840 del 2 ottobre 2018 che contiene le risposte a tre diverse richieste di parere sulla corretta interpretazione dei compiti del  responsabile della Prevenzione della Corruzione.

La prima richiesta proviene dal Responsabile della Prevenzione della corruzione della Giunta di Regione Lombardia che vuole avere delucidazioni in merito al tipo di poteri che spettano al RPCT. In particolare richiede: “se sia doveroso da parte del RPCT verificare – anche ai fini dell’efficace attuazione del PTPC – la fondatezza delle segnalazioni pervenute, se del caso avvalendosi delle funzioni di controllo aziendali chiedendo atti e facendo audizioni con persone coinvolte, esprimendo un giudizio autonomo, diretto e terzo su quanto rappresentato”. In risposta a questo quesito, dopo una approfondita analisi normativa, ANAC stabilisce: “Dalla lettura delle norme si desume, infatti, il principio di carattere generale secondo cui non spetta al RPCT l’accertamento di responsabilità (e quindi la fondatezza dei fatti oggetto di segnalazione), qualunque natura esse abbiano“.

Questo significa che il RPCT non è un detective, né lo sceriffo di Nottingham e questo era alquanto pacifico, ma non è nemmeno colui che deve valutare se una segnalazione è fondata. La domanda sorge quindi spontanea: cosa diavolo deve fare l’RPCT, allora? 

A tale proposito ANAC stabilisce: “Dalla lettura delle norme sopra richiamate si evince, inoltre, che il RPCT, nell’esercizio delle proprie funzioni – secondo criteri di proporzionalità, ragionevolezza ed effettività, rispetto allo scopo delle norme richiamate – non possa svolgere controlli di legittimità o di merito su atti e provvedimenti adottati dall’amministrazione, né esprimersi sulla regolarità tecnica o contabile di tali atti, a pena di sconfinare nelle competenza dei soggetti a ciò preposti all’interno di ogni ente o amministrazione ovvero della magistratura“. Che non ci si pesti i piedi! La salvaguardia delle diverse competenze è, da sempre, un principio guida dell’amministrazione. Esso deve prevalere, si badi bene, anche sulla necessità che eventi corruttivi emergano alla superficie.

E, continua l’ANAC: “si può certamente affermare che, qualora il RPCT riscontri o riceva segnalazioni di irregolarità e/o illeciti, debba, innanzitutto, svolgere una delibazione sul fumus di quanto rappresentato e verificare se nel PTPC vi siano o meno misure volte a prevenire il tipo di fenomeno segnalato“. L’attività del RPCT, quindi, non si sostanzierebbe in una attiva ricerca di anomalie, attraverso, ad esempio, controlli più mirati ed attività ispettive, o l’interazione fattiva con l’organizzazione attraverso l’apertura di indagini interne al fine di raccogliere informazioni sulle effettive vulnerabilità dei processi, evitando che i controlli siano sempre fatti dagli uffici che gestiscono i processi a rischio, cioè che il controllato sia anche il controllore.

L’azione del RPCT, per come la interpreta l’ANAC, si tradurrebbe in un semplice “carteggio” con i vertici amministrativi sulla buona o cattiva salute in cui versa il Piano anticorruzione (PTPC) dell’Ente. L'”utile” carteggio viene proprio tirato in ballo da ANAC: “Se nel PTPC esistono misure di prevenzione adeguate, il RPTC è opportuno richieda per iscritto ai responsabili dell’attuazione delle misure – come indicati nel PTCP – informazioni e notizie sull’attuazione delle misure stesse”. 

Come sta funzionando? Bene grazie! E’ tutto per ora, mi stia bene. Non c’è di che mio caro“. Figuriamoci, poi, se l’azione corruttiva viene messa in atto dallo stesso responsabile dell’attuazione delle misure. Quale genere di informazioni rilascerà mai al RPCT? Sarà così stupido da mettersi nei guai da solo?

Insomma questo è lo “spettro” di azione che ANAC ha in mente quando pensa ai Responsabili anticorruzione. Con buona pace degli “stress test” che avevamo suggerito qualche tempo fa come azione pro-attiva da parte dei RPCT volti all’emersione di anomalie significative nei processi organizzativi.  

Sembra evidente a tutti quanto questo “approccio” alla prevenzione della corruzione sia lontano da una seppur minima aspettativa di efficacia. Nel  Decalogo per un’anticorruzione possibile che abbiamo presentato il 6 giugno 2018 a Roma, infatti, abbiamo auspicato la centralizzazione del sistema dei controlli interni di un’amministrazione. Scriviamo, nel Decalogo: “L’obiettivo comune deve essere l’uscita progressiva dallo “stallo” dell’adempimento burocratico. Il primo “movimento in avanti”, che in realtà la stessa legge 190/2012 richiede, è un’attività di controllo sui processi e sulle politiche dell’organizzazione, che deve essere integrata con gli altri controlli interni. Occorre superare l’idea che l’anticorruzione costituisca un corpo estraneo, un sistema ispettivo da subire – ma iniziare a considerarlo un supporto che, attraverso la promozione della cultura del rischio, sostenga la direzione (i vertici organizzativi, ndr.) nell’assunzione di decisioni strategiche ed operative nella gestione aziendale. Questo cambiamento nella cultura organizzativa potrebbe trovare una efficace leva nella creazione di un sistema unitario o coordinato di controlli interni“.

Crediamo che questi tre eventi, pur nella loro diversità, gettino tutti un’ombra oscura sul futuro possibile della prevenzione della corruzione in questo Paese. Un’inchiesta superficiale frutto di un giornalismo pseudo-investigativo ce la aspettavamo, una posizione così debole dell’Autorità che dovrebbe promuovere la prevenzione della corruzione, per la verità ce la aspettavamo un po’ di meno. 

Ma è l’autunno caldo che fa brutti scherzi…

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Sicilia, l’inizio di un lungo cammino

…ricevo con piacere da Patrizia Schifano, responsabile della linea 3 del progetto “Riforme della PA” di FormezPA e, molto volentieri, pubblico…

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Credo che l’esperienza professionale (ma anche umana) che ho realizzato con Massimo Di Rienzo tra ottobre e dicembre 2014, in Sicilia, rimarrà tra quelle che nel tempo si ricordano con soddisfazione e con piacere.

Sono tanti i motivi che la rendono fino adesso una esperienza molto positiva e “promettente” rispetto alle evoluzioni future, molto più di quanto non potessimo prevedere in fase di avvio vista la sperimentalità del progetto, la delicatezza del tema e l’assenza di esperienze analoghe già realizzate in Italia (almeno per quanto ne sappiamo!).

L’idea di formare i formatori sui temi dell’anticorruzione è, in sé, un’idea abbastanza scontata anche in considerazione di quanto indicato nel Piano Nazionale Anticorruzione, (3.1 Azioni e misure per la prevenzione  – 3.1.12 La Formazione)  “…le iniziative devono tener conto del contributo che può essere dato dagli operatori interni all’amministrazione, inseriti come docenti…”  e laddove si promuove, in un’ottica di valorizzazione delle risorse in organico all’amministrazione, di utilizzare il personale, a tutti i livelli, per realizzare interventi formativi per prevenire la corruzione, arrivando anche a indicare il coinvolgimento dei funzionari che operano all’estero o a contatto con l’estero, al fine di prevenire la corruzione nelle transazioni internazionali .

L’innovatività infatti non sta nel ricorrere alla rete dei formatori per trasmettere questi contenuti, ma nella sostanza dei contenuti stessi: tutti i temi affrontati hanno avuto carattere valoriale, la dimensione dell’INTEGRITÀ  è stata  l’oggetto prioritario che abbiamo cercato di “maneggiare con cura” nel corso dei laboratori realizzati. È stato un oggetto così importante e che ci ha coinvolto ben oltre il livello professionale e che ha richiesto una declinazione peculiare di alcuni sperimentati metodi e strumenti della formazione formatori. All’inizio ho pensato che fosse importante includere nel patto formativo con l’aula la condivisione dei criteri di fondo che avrebbero orientato la nostra azione, nostra in senso di staff e aula insieme ai responsabili delle due amministrazioni, nostri committenti interni in merito ai contenuti progettuali.

Sette punti sono stati proposti come principi-guida delle nostre scelte e dei nostri output intermedi e finali.

  1. adesione di tutti agli obiettivi, ai contenuti, al metodo, alla strategia di lungo periodo che necessariamente accompagna azioni di questo tipo (è l’inizio di un lungo cammino…)
  2. condivisione, come impegno a lavorare il più possibile insieme, dentro e fuori dall’aula, per fare sì che le cose possano succedere e che l’impostazione teorica dei tanti temi possa trovare una sua declinazione nelle soluzioni pratiche, collaborativamente individuate dal gruppo in formazione, da realizzare dentro l’amministrazione;
  3. sperimentazione, lo sforzo di accettare consapevolmente l’idea di muoversi all’interno di un progetto pilota,  affrontando un problema (realizzare iniziative di formazione valoriale in maniera diffusa nei due enti), senza partire  da un piano onnicomprensivo, ma lavorando ad aggiustare il tiro per approssimazioni successive (prevedendo successi e insuccessi);
  4. concorso al coinvolgimento  di più soggetti, tutti rilevanti ai fini della realizzazione degli obiettivi, a partire dalla risorse interne alle amministrazioni, cercando di allargare via via la cerchia degli interessati (e con lo sguardo costante ai non interessati!);
  5. integrazione  con i vari livelli organizzativi delle amministrazioni, tra amministrazioni,  tra amministrazioni e contesto esterno da ricercare anche quando le situazioni non sembrano proprio favorevoli;
  6. diffusione, dentro e fuori le amministrazioni, trovare e creare le occasioni per diffondere l’iniziativa e la cultura dell’integrità anche nel contesto sociale di riferimento, con una attenzione particolare agli studenti, alle scuole;
  7. continuità, individuare metodi e strumenti perché, anche quando il progetto di Formez PA sarà concluso, questa esperienza possa essere protratta e sviluppata nel tempo e costituisca la base comune per la pratica quotidiana del gruppo in formazione in merito ai temi valoriali.

Dopo il “patto” su questi punti, discussi nel corso delle prime ore del primo laboratorio, è iniziata la nostra bella avventura che ritengo riuscita e che è ancora in corso grazie alle attività formative che stanno realizzando a spron battuto Regione e Comune.  Abbiamo avuto notevoli  punti di forza da cui abbiamo tratto vantaggio nel corso dei sette laboratori, ma di questo vi parlerò nel prossimo post :o)

A scuola di integrità. L’esperienza del Comune di Velletri

…ricevo con piacere da Rossella Menichelli, ottimo Segretario Comunale e Responsabile della Prevenzione della Corruzione del Comune di Velletri e, molto volentieri, pubblico…

comune velletri

Come richiesto da Massimo Di Rienzo, ottimo formatore che sa sempre arrivare al cuore di chi lo ascolta, trasmetto un contributo sul tema della cultura della legalità che mi è particolarmente caro come dipendente pubblico ma, ancor più, come nonna.

La riflessione è fatta con il pensiero al mio nipotino Samuele (anno del drago 2012), cittadino del futuro, nativo digitale, al quale spero di non lasciare in eredità un mondo troppo “ammaccato” .

A richiesta sarò felice di illustrare anche le attività dei prossimi mesi…

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E’ un po’ che le notizie di corruzione, concussione, tangenti, appropriazione indebita di denaro pubblico,funzionari infedeli, furbetti vari invadono le nostre istituzioni, le nostre case, le nostre riflessioni.

Ogni volta mi rimbombano nella mente parole, dati , concetti forti e anche parole chiave per invertire la tendenza…..

………..l’Italia perde 60 miliardi di euro ogni anno in corruzione/ Trasparenza/ Integrità / risvegliare la coscienza civica del paese/ Trasparenza Integrità / Papa Francesco : “ la corruzione la pagano i poveri, gli ospedali senza medicine, gli ammalati senza cure, i bambini senza educazione …sui corrotti la maledizione di Dio perché hanno sfruttato i deboli”/ Trasparenza Integrità/ Agenda Riparte il futuro Libera e Gruppo Abele: Prevenire e contrastare la corruzione è una priorità assoluta per il Paese perché rappresenta una insostenibile tassa occulta che tutti noi siamo costretti a pagare e che blocca il futuro dell’Italia. Ogni settore della vita pubblica e privata è chiamato a fare la sua parte per sconfiggerla e la storia insegna che è possibile” / Trasparenza Integrità/ Raffaele Cantone (ANAC) : «papa Francesco ha avuto il coraggio di dire che il peccato si può perdonare ma la corruzione no. Laddove c’è corruzione le migliori energie sono costrette ad andare via. Il sistema ‘degli amici degli amici’ danneggia tutti.” ……… Integrità Integrità Integrità Integrità IntegritàTrasparenza Trasparenza Trasparenza Trasparenza Trasparenza………………………………..

Ogni volta che le notizie si ripetono sembra spegnersi la speranza, una speranza davvero ambiziosa: vedere l’Italia divenire Paese normale, fatta di istituzioni normali.

Anche a Velletri stiamo cercando di contribuire a costruire una città normale nella quale cresca sempre di più la cultura della legalità, delle regole, dell’etica delle responsabilità.

Il progetto istituzionale parte dal Piano Triennale per la Prevenzione della corruzione e dal Programma integrato per la trasparenza, fatti non solo per rispettare un adempimento ma per divenire opportunità di cambiamento di cultura e di organizzazione (Non a caso la struttura amministrativa dedicata alle attività del Piano anticorruzione l’abbiamo voluta chiamare “Ufficio per la Buona amministrazione“).

Il progetto è impegnativo, l’intento è quello coinvolgere i dipendenti del comune, i ragazzi e le ragazze quali cittadini del futuro, le forze dell’ordine le associazioni locali.

I dipendenti alla scoperta dei dilemmi etici. Siamo partiti a fine 2013 con un piano di attività formativa rivolta ai dipendenti del Comune di Velletri per la prevenzione della corruzione con l’obiettivo dell’aggiornamento delle competenze e delle conoscenze (approccio contenutistico) e della crescita della cultura dell’etica e della legalità (approccio valoriale).

La formazione di approccio valoriale, rivolta nel corso dell’anno 2014 a circa 20 dipendenti e dirigenti in rappresentanza di tutti i settore ed aree della struttura organizzativa, ha puntualizzato il significato di integrità evidenziando i motivi in base ai quali il dipendente deve scegliere di operare correttamente, aldilà di ogni previsione normativa e sanzionatoria e quali siano i vantaggi della legalità.

L’attività formativa, avviata con il Consorzio tra enti locali Castelli della sapienza , ha visto la partecipazione /confronto tra i dipendenti di diversi comuni. I dipendenti di Velletri coinvolti nell’attività sono divenuti formatori/animatori tra i loro colleghi, in grado di impostare confronti e riflessioni tra gli stessi.

Sotto questo profilo è stata avviata in questo mese di maggio un’attività formativa che coinvolge tutti i 240 dipendenti del Comune di Velletri nell’obiettivo della diffusione, illustrazione e condivisione dei codici di comportamento nazionale e locale e del codice disciplinare secondo due moduli di formazione generale con approccio valoriale:

– Laboratorio sperimentale sul codice di comportamento. Questo modulo viene realizzato fornendo ai dipendenti, coinvolti all’interno di focus group, una situazione di vita lavorativa quotidiana più o meno complessa su cui i dipendenti stessi (individualmente o in gruppo) devono indicare le varie opzioni comportamentali e valoriali, così come le implicazioni di carattere disciplinare, le implicazioni che si scaricano sulla collettività sull’organizzazione e sull’individuo, sull’immagine dell’amministrazione rispetto ad una scelta non etica, ecc… Tecnicamente l’approccio si chiama “Real-life scenario training“;

-Gestione dei dilemmi etici e promozione della cultura della segnalazione per la tutela dell’interesse pubblico (whistleblowing). Le attività sono gestite con la collaborazione di un formatore del Consorzio Castelli della sapienza e, soprattutto nella gestione dei gruppi dei dipendenti, con il pieno coinvolgimento di coloro che sono stati formati nel corso del 2014. Dopo una iniziale reazione di scettica sufficienza credendo di trovarsi di fronte al “solito” corso di formazione di approfondimento di norme e principi astratti, i dipendenti hanno partecipato in maniera diffusa e vivace.

Nell’anno 2014 è stato avviato nel Comune di Velletri l’Ufficio segnalazioni per l’attuazione della policy di whistleblowing (la procedura, cioè, che permette di inviare e gestire le segnalazioni d’illecito e che tutela il dipendente pubblico che segnala). Il modulo formativo ha la finalità di accompagnare i dipendenti pubblici alla risoluzione di un particolare dilemma etico che ha che fare con il “segnalare” o “ignorare” un comportamento non etico o illecito. Il modulo servirà anche a presentare la policy di whistleblowing, le modalità di segnalazione e la specifica tutela prevista.

La promozione dell’integrità, dell’etica e della legalità entra nelle scuole di Velletri. Da febbraio 2015 il Comune di Velletri si è fatto promotore di un intervento di ampio respiro culturale ed educativo sui temi dell’integrità, dell’etica e della legalità nell’intento di coinvolgere l’intera città .

In tale ottica è stato promosso ed avviato con le scuole, le forze dell’ordine il commando di polizia locale , il progetto “Rafforzare lo spazio etico dei cittadini del futuro” allegato al Piano di formazione del PTPC 2015/2017.

Siamo convinti che Comune, scuola, forze dell’ordine possano davvero interagire con efficacia, quali soggetti istituzionali, per la realizzazione di iniziative coordinate e innovative di educazione alla legalità, indispensabili a capire e trasmettere il senso profondo delle regole.

Lo scopo di tali iniziative è quello di promuovere l’integrità dei decisori pubblici del futuro, politici, amministratori, tecnici, operatori amministrativi , dirigenti che saranno chiamati a scegliere avendo come unico riferimento l’interesse pubblico.

La necessità di rafforzare lo “spazio etico” dei cittadini del futuro è ormai una pratica consolidata a livello internazionale e si costruisce e si realizza, come per i dipendenti comunali attraverso la “formazione valoriale” (o “formazione all’etica, alla legalità, all’integrità”).

E’ noto che i Paesi che investono maggiormente nella costruzione e manutenzione dello spazio etico dei propri bambini/e si trovano ad avere decisori pubblici migliori, più integri, più eticamente orientati, più capaci di prendere posizione nei confronti di tentativi di corruzione e/o collusione, meno inclini a cedere di fronte alla richieste di tenere un comportamento non etico da parte dei propri superiori.

Negli incontri e nelle n. 3 giornate di formazione realizzate con i dirigenti degli istituti scolastici, i docenti referenti per il progetto, le forze dell’ordine è stata approfondita la metodologia per sviluppare nuovi e originali interventi di sistema sia con i bambini/e e adolescenti che con gli insegnanti ed il personale scolastico e i genitori.

Auspichiamo che i progetti elaborati dalle singole scuole siano inseriti Piani delle Offerte formative (POF) e realizzati già nel l’anno scolastico 2015/2016

Target: l’iniziativa è rivolta a Bambini/e e adolescenti a partire dall’età di 9 e fino ai 16 anni, in contesti scolastici ed educativi.

Risultati attesi: La discussione, sotto la guida di un facilitatore, sui dilemmi etici tra bambini/e aumenta la probabilità che tali situazioni e problemi saranno discussi apertamente in futuro, contribuendo così a creare una cultura di comunicazione aperta e solidale di comportamento etico.

Carta d’intenti . Con l’inizio dell’anno scolastico 2015 /2016 verrà proposta la sottoscrizione di una carta d’Intenti “Rafforzare lo spazio etico dei cittadini del futuro” a tutti gli operatori istituzionali e le associazioni che sul territorio possono promuovere iniziative per la definizione di regole scritte e non, di comportamenti virtuosi imperniati all’educazione alla legalità e all’etica delle responsabilità quale aspetto fondamentale della formazione della persona.

I Manager dell’Integrità

3bA volte è importante anche come chiami le cose.

E se trasformassimo i Responsabili per la Prevenzione della Corruzione in “Manager dell’Integrità“? No, non si tratta soltanto di fare il gioco delle tre carte con i nomi e introdurre qualche accattivante parolina inglese.

In realtà appare sempre più chiaro come i Responsabili per la Prevenzione della Corruzione (RPC) possano operare pienamente solo in determinate circostanze che dipendono dal loro particolare processo di individuazione e nomina che, guarda caso, assegna all’organo di indirizzo politico la titolarità della scelta.

Per questo, amministrazioni “eticamente orientate”, cioè dove la componente politica e/o quella amministrativa non è collusa, producono RPC in grado di esplicare al massimo la loro funzione che, in quei contesti, è di apporre confini organizzativi ed etici per prevenire atti corruttivi (o quella che io spesso, quando faccio formazione, chiamo “la predazione” e che può arrivare in qualsiasi momento).

Contrariamente, amministrazioni “eticamente disorientate”, cioè dove la componente politica e/o amministrativa è collusa o parzialmente collusa con interessi illeciti, producono RPC che, nel migliore dei casi, risultano irrilevanti, mentre nel peggiore dei casi sono asserviti agli schemi comportamentali delle leadership che li hanno nominato. Il caso di Mafia Capitale è esemplare.

Per questo, stante l’attuale legislazione, una vera e proficua politica di prevenzione della corruzione e di promozione dell’integrità si può avere solo nel primo caso, solo, cioè, in presenza di amministrazioni “eticamente orientate”.

Non cadiamo peraltro nella tentazione di affermare che così gli RPC non servono a niente, anzi. La loro funzione di “argine” al malaffare è di enorme rilevanza. Mettere in piedi un sistema di prevenzione sia di tipo organizzativo/procedurale con la gestione del rischio, che di tipo formativo/informativo su questioni che riguardano l’etica delle scelte pubbliche o il conflitto di interessi, in qualche modo, potrebbe avere l’effetto di sganciare l’amministrazione dalla (a volte) pericolosa dipendenza con gli interessi esterni che non sempre sono limpidi e volti al bene comune.

Per questo, più che essere dei Manager dell’anticorruzione, ritengo si debba più correttamente pensare ad essi come a dei “Gestori dell’integrità“.

Peraltro, la Gestione dell’Integrità (Integrity Management) è un settore emergente della consulenza organizzativa sia privata che pubblica in molti Paesi a democrazia avanzata.

L’efficacia maggiore che si può avere da una corretta Gestione dell’Integrità si raggiunge quando l’integrità, da una serie di attività poste in essere per adempiere ad un impianto normativo o da opzione etica affidata all’interpretazione del singolo o di un gruppo, diventa, magicamente, uno stile organizzativo. E questo è proprio il compito del RPC, così come lo intendo io, accompagnare le amministrazioni ad acquisire uno stile organizzativo volto all’integrità.

La ragione per cui le PA dovrebbero investire in Gestione dell’Integrità fino a farlo diventare uno stile organizzativo è che l’integrità è una chiave di volta del buon governo, condizione affinché l’azione della PA sia non solo legittimata, ma anche efficace. Inoltre, la Gestione dell’Integrità punta alla cosiddetta “giustizia organizzativa percepita“, cioè al fatto che una organizzazione non sia soltanto “giusta” ma sia anche percepita, all’interno e all’esterno, come tale. Questo elemento è condizione indispensabile per qualsiasi iniziativa volta al rafforzamento, ad esempio, del “benessere organizzativo“.

Tecnicamente parlando, la Gestione dell’Integrità si riferisce alle attività intraprese per stimolare e far rispettare l’integrità e prevenire le violazioni delle regole all’interno di una particolare organizzazione. La pianificazione della gestione dell’integrità (Piano) si riferisce, quindi, alla messa in campo di un insieme di strumenti (le “misure“), tenendo conto della loro interdipendenza, nonché dei processi e delle strutture che favoriscono l’adozione di tali strumenti. Non solo il risk management, quindi, ma anche la formazione valoriale, il whistleblowing e tanto altro.

Questo significa, più o meno, che, ad esempio, la prevenzione della corruzione, da mera applicazione della legge 190/2012 e dalla pedissequa formulazione del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione, diventa, magicamente, l’occasione per ripensare un nuovo assetto organizzativo, per applicare nuove modalità di selezione e valutazione della dirigenza, per una discussione aperta dei dilemmi etici per sviluppare capacità decisionale etica, per una reale partecipazione alla scrittura delle regole, ecc.

Ad esempio, la AUSL di Modena, in netta controtendenza con il resto delle amministrazioni italiane, ha adottato un “Piano Triennale per l’Integrità” in luogo del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione.

A volte è importante anche come chiami le cose.

 

 

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