SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE

lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

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Verso un “Modello Evolutivo” per la prevenzione della corruzione

“La nostra indagine non è diretta verso i fenomeni, ma verso le ‘possibilità’ dei fenomeni”.
(Ludwig Wittgenstein – Ricerche Filosofiche, § 90)

 

ciclo divita dei lepidotteri

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

1. “Dove sono i corrotti?”:  il Modello Evolutivo

Abbiamo concluso il post precedente, promettendovi un un nuovo modello di lettura ed interpretazione del “fenomeno corruzione”. Lo faremo in questo post, partendo da un (finto) articolo di giornale:

newspaper (2)

Perché le persone diventano disoneste? Nessuno dei Piani Anticorruzione approvati dalle singole amministrazioni, anche in conformità con i Piani Nazionali di ANAC, riesce a rispondere a questa domanda. Tutto il sistema di prevenzione è orientato a ridurre i fattori di rischio nei processi, per impedire la corruzione. Ma è una lotta contro un nemico invisibile.

Dove sono i corrotti contro cui i piani triennali di prevenzione della corruzione innalzano muri di procedure e accendono fari di trasparenza? Non si sa. E quando i reati di corruzione si verificano, ci si accorge che il sistema non era in realtà in grado di prevenire le dinamiche corruttive….

Il “non detto” delle strategie di prevenzione della corruzione è che le persone oneste possono diventare disoneste. E tutto l’arsenale di regole, controlli, adempimenti della Legge 190/2012 serve a difendere le amministrazioni e i cittadini da persone che si credono oneste e che diventano corrotte, spesso senza nemmeno saperlo. Il “non detto” delle strategie di prevenzione è al centro del nostro modello di analisi dei fenomeni corruttivi: il cosiddetto “Modello Evolutivo”.

In questo post cercheremo di spiegare. con una necessaria sintesi, in cosa consiste questo nuovo (o forse vecchio) modo di osservare il fenomeno corruttivo. Nel prossimo post, invece, affronteremo il nodo di come applicare questo modello all’interno dell’architettura di prevenzione della corruzione. Per ragioni di sostenibilità dell’articolo non potremo illustrare le nostre ipotesi come solitamente facciamo con una serie di casi ed esemplificazioni. Pertanto, il lettore dovrà, in alcune circostanze, fidarsi di tali affermazioni nell’attesa di una nostra illustrazione più ampia e completa, che contiamo comunque di realizzare in un prossimo futuro.

Il Modello Evolutivo cerca di spiegare l’origine e lo sviluppo degli eventi corruttivi attraverso un percorso che, partendo dalla dimensione relazionale, attraversa la dimensione etica e si conclude all’interno della dimensione organizzativa. Un quadro d’insieme del modello è rappresentato nella figura seguente:

flusso modello evolutivo

Figura 1: il Modello Evolutivo

Il termine “evolutivo” non deve trarre in inganno: l’evoluzione spesso è considerata un sinonimo di progresso. L’evoluzione di un evento corruttivo, invece, porta soltanto danni. Il termine, quindi, deve essere inteso in linea con il significato del verbo latino ēvolvĕre, che è associato semplicemente all’idea a qualcosa che scorre, si srotola, si dispiega. 

Come si vede nella figura 1, il Modello Evolutivo contiene al suo interno, come una matrioska, un altro modello: il Modello Principale-Agente, che è sicuramente il modello più utilizzato per spiegare la corruzione. Partiremo da lì, per cominciare il nostro viaggio alla scoperta delle condizioni che rendono “possibile” (e non solo “probabile”) la corruzione…

 

2. Il Modello Principale-Agente

immagine_1

Il modello Principale-Agente, elaborato negli anni ’70 nell’ambito delle scienze politiche ed economiche[1], studia la situazione in cui un soggetto o un ente (l’Agente) è in grado di prendere delle decisioni e/o di intraprendere delle attività per conto di un altro soggetto o ente (il Principale), ma le due parti (Principale e Agente) hanno interessi divergenti e informazioni asimmetriche (l’Agente ha più informazioni). In questa situazione, l’Agente potrebbe commettere un azzardo morale, cioè agire nel proprio interesse, ledendo gli interessi del principale. La deviazione dall’interesse del principale da parte dell’agente è incluso nei cosiddetti costi di agenzia[2].

Proviamo ad applicare il modello Principale-Agente alla nostra (falsa) storia di corruzione:

responsabile progetti di ricercaIl dott. Pierugo Patriarca è dirigente dell’ Azienda Sanitaria Locale di Caciucco e gestisce le verifiche e i controlli nei confronti delle strutture private accreditate.

Il dott. Patriarca avrebbe favorito una azienda, in cambio dell’assunzione di sua figlia.

A cose fatte, cioè quando la corruzione ha già avuto luogo, il modello Principale-Agente permette di decodificare alcune dinamiche. Il dottor Patriarca, in effetti, ha un interesse secondario (ha interesse che la figlia trovi un lavoro) e in forza della delega ricevuta dal Principale (che gli ha assegnato l’incarico di dirigente) gode di una certa asimmetria informativa e di un certo grado di discrezionalità. Insomma, Il dott. Patriarca era nelle condizioni di commettere un azzardo morale e lo ha commesso: ha favorito una azienda (presumibilmente non ha effettuato i controlli o li ha fatti effettuare in modo superficiale) e in questo modo ha leso un interesse primario del Principale: garantire che le strutture accreditate abbiano tutti i requisiti per garantire di operare senza pregiudicare la salute dei pazienti. 

Il modello Principale-Agente, tuttavia, consente di spiegare solo in parte i fenomeni corruttivi. In base a questo modello la corruzione è un reato di calcolo, e il corrotto e il corruttore sono dei decisori razionali in grado di capire quando la corruzione è un buon affare. Questo approccio, tuttavia, non spiega uno strano fenomeno: molto spesso gli agenti pubblici (politici o dipendenti della P.A.) chiedono tangenti e utilità non parametrate con i guadagni che il soggetto privato ricava dall’accordo corruttivo. Cioè si vendono per niente.

 

3. Quanti sono e quanto sono profondi gli abissi della fragilità umana?

Le cronache sui giornali e sul web ci raccontano del finanziere che blocca le verifiche fiscali in una concessionaria, chiedendo in cambio di usare gratuitamente auto di grossa cilindrata. O di politici che dirottano i finanziamenti pubblici verso determinate aziende, chiedendo in cambio cene e incontri di natura sessuale. Dal Trentino alla Puglia, dalla Val d’Aosta alla Sicilia leggiamo di funzionari che finiscono in galera per avere chiesto ad una impresa edile di ristrutturare gratis il bagno o di tinteggiare la casa, in cambio di appalti milionari per la ristrutturazione di interi padiglioni ospedalieri. Corrotti che si vendono per niente e corruttori per cui la tangente è sempre un buon investimento! Chiaramente in questi casi l’Agente pubblico corrotto non sembra razionale, non sembra massimizzare i propri guadagni. 

Il soggetto privato (il corruttore) quasi certamente valuta lo scambio occulto usando categorie di tipo economico: il valore delle utilità richieste dall’agente pubblico è un costo che non deve ridurre eccessivamente i propri margini di guadagno. Oppure è un investimento che deve garantire guadagni futuri superiori alla cifra investita. Ma se guardiamo le cose dal punto di vista dell’agente pubblico, le cose stanno un po’ diversamente. Per il corrotto le tangenti e le utilità non hanno solo un valore economico, ma anche un valore simbolico.

Guidare gratis un’auto di grossa cilindrata o trascorrere le vacanze in un luogo “esclusivo” sono cose che non hanno un valore semplicemente perché si risparmiano dei soldi. Hanno un valore aggiuntivo, perché sono uno status symbol, cioè sono il segno visibile della condizione sociale privilegiata di una persona. Avere il bagno ristrutturato o la casa tinteggiata senza pagare un euro hanno un valore superiore ai materiali e alla manodopera impiegati: sono la dimostrazione tangibile del fatto che si può esercitare un potere sugli altri. 

L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Ci sono anche casi di corruzione, in cui un dipendente pubblico ha chiesto tangenti perché era indebitato o perché era dipendente dal sesso o dal gioco d’azzardo. Gli abissi della fragilità umana sono tanti e molto profondi… 

Sia ben chiaro: non stiamo giustificando la corruzione! Stiamo solo dicendo che c’è dell’altro, al di fuori della relazione tra Principale e Agente, che deve essere tenuto in considerazione.  Il modello Principale-Agente identifica il contesto in cui la corruzione viene alla luce. 

ME prima faseMa i percorsi che le persone seguono per giungere alla corruzione si snodano altrove, nella penombra delle relazioni private e nella profondità dei bisogni umani.

Questo altrove è rappresentato nella parte bassa e a destra del modello evolutivo ed è la dimensione relazionale.

 

 

4. Dove tutto comincia … la dimensione relazionale 

farfalla e brucoQuanti di voi, senza averlo studiato a scuola, vedendo un bruco penserebbero che diventerà una farfalla? In effetti il ciclo di vita dei lepidotteri è assai prodigioso: lo sviluppo di questi insetti prevede una metamorfosi, che trasforma un tozzo bruco senz’ali in un’agile farfalla!

Anche la corruzione si sviluppa più o meno in questo modo. Gli eventi corruttivi nascono dentro la dimensione relazionale, che è fatta di bisogni, di relazioni (relazioni della sfera pubblica e relazioni della sfera privata) e di interessi che “corrono” sulle relazioni. Ma quando nascono … non sembrano assolutamente eventi corruttivi!

uovoNella dimensione relazionale infatti troviamo una serie di fenomeni abbastanza difficili da cogliere e da definire, che sono però i precursori “primitivi” degli eventi corruttivi: le interazioni tra interessi, le ambiguità relazionali e le derive nella percezione dei bisogni. 

Le interazioni tra interessi. Gli interessi “che corrono sulle relazioni” (e che sono delle strategie per soddisfare i bisogni) possono interagire tra loro, dando origine a fenomeni di conflitto o di convergenza. Se un interesse della sfera privata di un agente pubblico (cioè un interesse secondario) entra in conflitto con un interesse della sua sfera pubblica (interesse primario) ha luogo quel particolare tipo di interazione che chiamiamo CONFLITTO DI INTERESSI. Il conflitto di interessi (non ci stancheremo mai di dirlo) non è un reato, ma è una situazione in cui un interesse secondario “tende” a interferire con un interesse primario. Cioè potrebbe interferire, ma l’interferenza non si è ancora verificata. 

Ma il conflitto di interessi (e le interazioni tra interessi) sono solo la punta dell’iceberg di qualcosa di più profondo e complesso.

Le ambiguità relazionali. Ciascuno di noi è coinvolto in un gran numero di relazioni, anche molto diverse tra loro: relazioni interpersonali, relazioni di delega, relazioni di debito/credito economico, relazioni di debito/credito relazionale. Un agente pubblico, inoltre, può essere coinvolto in ulteriori tre tipi di relazioni, che abbiamo chiamato relazioni fondamentali: la relazione tra Principale e Agente, la relazione tra Agente e Utente e la relazione tra Principale Delegante (per esempio gli elettori) e Principale Delegato (per esempio gli organi elettivi di una P.A.). Il problema fondamentale dei sistemi relazionali in cui noi tutti siamo coinvolti è la loro ambiguità: non è sempre facile capire in che tipo di relazione si è coinvolti: quand’è che la relazione tra un uomo e una donna sposati, ma in crisi, cessa di essere coniugale e diventa conflittuale? Se presto dei soldi ad un amico, dove finisce la relazione di amicizia e dove inizia la relazione di debito/credito economico? Spesso le persone coinvolte in una stessa relazione possono interpretarla in modo diverso … A qualcuno è mai capitato di provarci con una donna che lo considerava solo un buon amico, mentre lui, chissà perché, aveva capito tutt’altro? Anche le relazioni fondamentali della sfera pubblica possono evidenziare fenomeni di ambiguità. Una società pubblica che si occupa di gestione dei servizi pubblici (trasporto, rifiuti, ecc…) potrebbe trovarsi ad avere, per esempio, delle amministrazioni comunali nel ruolo di Principale (i Comuni sono soci), nel ruolo di utente (viene stipulato un contratto di servizio con i Comuni) e nel ruolo di Agente (se per svolgere la propria attività devono richiedere delle autorizzazioni ai Comuni) … Siamo davvero sicuri che chi lavora all’interno della società pubblica, quando interagisce con un Comune, riesca sempre a capire chiaramente se sta interagendo con un Principale, un Utente o un Agente?   Le ambiguità relazionali sono un precursore della corruzione perché se non ci è chiaro in quale relazione siamo coinvolti, allora non sono nemmeno chiari gli interessi che possiamo o dobbiamo favorire in quella relazione.     

Piramide_maslowLe derive (non patologiche e patologiche) nella percezione dei bisogni. I bisogni sono, in un certo senso, il “dark side of the moon” della natura umana… Indubbiamente, i bisogni sono una componente fondamentale del comportamento umano. Ma quanti sono i bisogni? E quali sono? esiste una gerarchia dei bisogni universale, comune a tutti gli esseri umani? Gli psicologi non hanno ancora trovato una risposta a questa domanda. Forse qualcuno di voi conosce la”Piramide dei Bisogni di Maslow”  [3]  … Ecco sappiate che secondo alcuni studiosi funziona perfettamente, secondo altri è tutta sbagliata! Noi abbiamo identificato non proprio una piramide, ma 4 gruppi fondamentali (o “cluster“) di bisogni umani:

  • BISOGNI PRIMARI (sopravvivenza, sicurezza, bisogni fisiologici)
  • BISOGNI IDENTITARI (Appartenenza, affiliazione)
  • BISOGNI DI AUTO-REALIZZAZIONE (Status, prestigio, auto-stima)
  • BISOGNI DI GENERATIVITA’ (continuità nel progetto di vita, acquisizione e mantenimento del partner, genitorialità, creatività, trascendenza).

Li possiamo anche rappresentare in questo modo:

bisogni

I bisogni sono il “motore” che ci spinge a stabilire delle relazioni con gli altri, mentre gli interessi possono essere descritti semplicemente come delle strategie per soddisfare i bisogni. Gli interessi “corrono” sulle relazioni.

I bisogni sono, in estrema sintesi, il “perché” delle cose che facciamo. Tuttavia, nessuno di noi è veramente in grado di dire quali bisogni vengono soddisfatti dai propri comportamenti. Perché lavoriamo? Per la sicurezza economica? Per il senso di appartenenza al nostro ente o alla nostra azienda? Per aumentare la nostra auto-stima? Per “lasciare un segno” nella vita? Ognuno di noi darà una risposta diversa e in certi casi, qualcuno potrebbe dire: “Tutte queste cose insieme”. 

Per comprendere come si generano gli eventi corruttivi non è tanto importante esplorare la dimensione dei bisogni in una modalità statica, perché ciò che conta è considerare il modo in cui le persone percepiscono i propri bisogni e le deviazioni (patologiche e non) alle quali queste percezioni sono soggette:

Derive

L’equilibrio psichico è una condizione di bilanciamento e di armonia delle diverse componenti della personalità (bisogni, affetti, schemi cognitivi di sé e dell’altro). Limitandoci a prendere in esame i bisogni, l’equilibrio si determina attraverso una corretta competizione tra cluster.

Prendete, ad esempio, la nascita di un figlio. Come nessun altro evento critico della vita questo accadimento genera un forte scompiglio nella percezione dei bisogni di un individuo. Il primo cluster, di per sé già attivo prima della nascita, è il bisogno forte di generatività, cioè di combattere e vincere la frustrazione di qualcosa che finisce con la propria esistenza e che porta uomini e donne a soddisfare il bisogno di acquisire e mantenere il partner. Non capita a tutti di percepire tale bisogno, ma è comunque abbastanza comune. Un secondo cluster si attiva alla nascita e ha a che fare con i bisogni primari di sopravvivenza familiare, economica e psichica del nucleo familiare.

Questi bisogni emergenti, percepiti come intensi, cominciano ad interagire con gli altri cluster. I bisogni di identità che fanno in modo che noi (uomini) partecipiamo ad eventi sportivi sociali, come le partite di calcetto settimanali, cominciano a recedere; si generano frustrazioni per impossibilità di soddisfare bisogni che prima ci sembravano prioritari.

Anche i bisogni di autorealizzazione vengono messi in discussione. Se prima denegavamo quasi con disprezzo una committenza che non garantiva la giusta visibilità o che metteva in discussione il prestigio all’interno della nostra categoria professionale, ora siamo più inclini ad accettarla avendo in mente le bocche spalancate dei pulcini nel nido che reclamano cibo e attenzioni.

Questa “naturale” competizione tra bisogni rappresenta per un individuo il raggiungimento di un certo grado di maturità. Purtroppo alcuni di noi non riescono a mandare in competizione i propri bisogni, per diverse ragioni:

  • a causa di una manipolazione nella percezione dei bisogni tale da disinnescare ogni conflittualità tra bisogni e scongiurare sentimenti di frustrazione e impotenza;
  • a causa di una alterazione nella percezione dei bisogni dovuta al contesto (organizzativo, sociale), tale da far prevalere alcuni cluster rispetto agli altri.
  • a causa di una vera e propria “deriva patologica” nella percezione dei bisogni e, eventualmente, ma non sempre, la presenza di disturbi della personalità.

Attenzione! Ora vi stiamo per dare una informazione che potrebbe non piacervi. Tutti gli esseri umani, prima o poi, cadono nella prima o nella seconda situazione. Fortunatamente pochi cadono nella terza. Questi ultimi sono da considerare alla stregua di sociopatici da tener con grande cautela al di fuori dell’ambito di agenzia pubblica. Comunque, automanipolati, influenzati dal contesto oppure sociopatici che siano, una percezione manipolata o alterata dal contesto, oppure una percezione patologica dei bisogni della sfera privata di un agente pubblico genera un certo rischio che si verifichino eventi corruttivi.

Adesso, torniamo dal dott. Patriarca e proviamo “riavvolgere il nastro”, per scrivere l’incipit della nostra (falsa) storia di corruzione:

responsabile progetti di ricercaIgnava, la figlia del dott. Patriarca sta frequentando da qualche anno, senza particolare successo, il corso di laurea in Scienze della Comunicazione Social. Era stato il dottor Patriarca a insistere perché la figlia (che invece voleva fare l’estetista) si iscrivesse all’università:  “Oggi senza una laurea non sei nessuno … Non vorrai mica passare la vita a fare cerette e pedicure!”. Sua moglie non era d’accordo e avrebbe voluto lasciare alla figlia la libertà di scegliere. Ma in casa, come sul lavoro, è sempre il dott. Patriarca a prendere tutte le decisioni, senza perdersi in inutili chiacchiere!

E’ chiaro che il dottor Patriarca non ha fiducia nella figlia e vuole controllare la sua vita. Questa è una chiara (e diffusa) deriva nella percezione dei bisogni: il dottor Patriarca, nella relazione con sua figlia e con sua moglie, ma anche sul lavoro, sembra voler soddisfare esclusivamente il proprio bisogno di controllo sugli altri.

In che modo le derive nella percezione dei bisogni possono essere un precursore critico della corruzione? Per esempio, provate a chiedervi che cosa spinge una persona ad impegnarsi in politica: potrebbe farlo perché vuole difendere i propri diritti (bisogno di sicurezza), o perché si riconosce in certi ideali (bisogno di appartenenza), oppure perché vede nell’attività politica un modo per realizzare le aspirazioni (bisogno di autostima). Fin qui nulla di male! Ma se una persona si mette in politica perché la politica assicura potere, visibilità, belle donne, auto di lusso e possibilità di controllare gli altri, allora quella persona ha una percezione deviata del perché si fa politica … e potrebbe intraprendere una strada che conduce verso la corruzione!   

Dunque, forse, una delle cose più complicate da gestire per un essere umano è proprio la conflittualità tra bisogni. Un escamotage che la nostra psiche adotta per allontanarsi da questa guerra dispendiosa e dalla frustrazione che da essa deriva, è, come abbiamo visto, la automanipolazione.

 

5. Secondo STEP: la “tossificazione” delle relazioni

Farfalle-brucoIl secondo “STEP” di sviluppo dei fenomeni corruttivi è la tossificazione, un processo che rende tossiche le relazioniIn pratica, un individuo che si trova in una situazione di conflitto di interessi, o che percepisce in modo deviato i propri bisogni, o che è coinvolto in relazioni ambigue, potrebbe, a un certo punto, cominciare a modificare sempre di più le proprie relazioni oppure utilizzale in modo strumentale per soddisfare bisogni e interessi che sono estranei a tali relazioni.

Come abbiamo affermato in precedenza, le relazioni sono “ponti” tra bisogni ed interessi. Sulle relazioni, cioè, corrono gli interessi che sono strategie per soddisfare i bisogni.

Così come per i bisogni, anche per le relazioni abbiamo bisogno di “inventare” categorie che ci permettano di rendere più comprensibili gli schemi (o “pattern“) relazionali. Per questo abbiamo suddiviso le possibili relazioni di un agente in: RELAZIONI INTERPERSONALI, RELAZIONI DI SCAMBIO, RELAZIONI DI DELEGA (o AGENZIA).

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La figura mostra il Panopticon delle relazioni sensibili dell’agente pubblico. Sono divise in ragione del diverso pattern a cui fanno riferimento. Le frecce che puntano a cerchi più o meno prossimi all’agente stanno a significare il livello di intensità “assoluta”, cioè l’intensità che un osservatore esterno percepisce. Ad esempio, se l’agente ha un figlio, tale relazione (interpersonale convergente esclusiva) è percepita da un osservatore esterno come “assai intensa” e potenzialmente foriera di interferenza nella sfera pubblica dell’agente.

Di nuovo, se osserviamo le relazioni solo nella loro dimensione statica, non riusciremo a comprendere come si possano generare fenomeni corruttivi. La dimensione “dinamica” di tale figura ha a che fare con le trasformazioni che le relazioni subiscono, che sono spesso inevitabili e del tutto indipendenti dalla volontà delle persone.

A volte, invece, le relazioni vengono modificate intenzionalmente ed in maniera strumentale dai soggetti che ne sono coinvolti. In questi casi, parliamo di “TOSSIFICAZIONE“.

I processi di tossificazione sono di vario genere e sono abbastanza difficili da tipizzare. Ma tornando al nostro caso concreto, forse possiamo chiarire meglio la natura di questi fenomeni:

responsabile progetti di ricercaPosto davanti all’evidenza degli scarsi risultati della figlia, il dottor Patriarca si è finalmente convinto che Ignava è una incapace e ha deciso che deve trovarle un lavoro. Ma dove? Chi potrebbe assumere una figlia così? Un giorno, mentre pianifica il piano dei controlli sulle strutture accreditate una strana idea gli passa per la mente: “E se chiedessi ad una di queste aziende di assumere mia figlia?”

Il dott. Patriarca non ha ancora commesso alcun reato, ma la tossificazione è già in atto. Dopo aver preso atto delle difficoltà della figlia, il dott. Patriarca, anziché lasciarla libera di scegliersi il futuro, vorrebbe sfruttare il proprio ruolo  pubblico e usare la relazione con le aziende accreditate per soddisfare bisogni e interessi della propria sfera privata. Il dottor Patriarca, tuttavia, potrebbe ancora salvarsi, il processo di generazione dell’evento corruttivo potrebbe interrompersi, grazie al “filtro etico”!

 

6. Terzo STEP: L’area di filtraggio (Spazio Etico e Spazio delle Regole)

Il Modello Evolutivo prevede l’esistenza di un sistema di filtraggio e neutralizzazione dei comportamenti a rischio. Questo sistema è costituito dallo spazio etico e dallo spazio delle regole:

ME seconda fase

Lo Spazio Etico può intervenire a valle del processo di tossificazione e impedire che si concretizzi lo scambio occulto. Lo Spazio dell Regole, invece, interviene a monte dell’azzardo morale e può impedire che l’evento corruttivo si scarichi nei processi organizzativi.

DILEMMA ETICOAbbiamo spiegato il funzionamento dello spazio etico in un precedente post. In pratica Il filtro dei valori è un filtro di secondo livello (il filtro di primo livello sono gli interessi) che interviene nel processo decisionale innescando dei conflitti tra bisogni. Un comportamento, che promuove un interesse associato ad un certo bisogno “X” (vorrei fare ciò che mi CONVIENE), non viene selezionato perché causerebbe la violazione di un valore e la conseguente frustrazione di un diverso bisogno (vorrei fare ciò che è GIUSTO). 

La competizione tra bisogni quindi è alla base anche dell’emersione di quello che chiamiamo “dilemma etico”, che viene percepito come il dover scegliere tra la soddisfazione di bisogni diversi che non possono essere soddisfatti contemporaneamente, ma alternativamente.

Lo spazio etico, pertanto, è quella dimensione in cui, come abbiamo già accennato, l’agente manda in competizione bisogni diversi.

Lo Spazio delle Regole, invece, fa leva su un meccanismo più razionale di calcolo di costi e benefici: l’azzardo morale può essere bloccato se il rischio di essere sanzionati è superiore all’opportunità derivanti dall’azzardo morale. Il termine “regole” deve essere inteso in senso molto ampio e si riferisce a tutte quelle forme di codificazione (codici etici e di comportamento, codici deontologici, leggi, articoli del codice penale) che prevedono delle sanzioni a fronte dell’adozione di certi comportamenti o omissioni di comportamento. Lo spazio delle regole è l’ultima barriera che si frappone tra la corruzione e l’organizzazione, ma interviene quando ormai (come vedremo) l’evento corruttivo ha quasi terminato il proprio sviluppo e non è una barriera molto efficace. Innanzitutto perché i fenomeni corruttivi non sono mai pienamente visibili e quindi non in tutti i casi è possibile identificare e sanzionare chi commette l’azzardo morale. In secondo luogo, il filtro delle regole fa leva su meccanismi razionali di calcolo dei costi e dei benefici e, come abbiamo visto chiaramente, i fenomeni corruttivi non si basano (quasi mai) su calcoli razionali. 

Lo Spazio Etico potrebbe essere più efficace, perché interviene quando gli eventi corruttivi sono ancora ad uno stadio embrionale: sono ancora “pensieri tossici”, cioè progetti (non ancora messi in atto) di uso tossico delle relazioni. Purtroppo, lo Spazio Etico può essere facilmente manipolato.

Purtroppo, sì, perché la corruzione è un problema che riguarda non tanto e non solo la razionalità di un singolo individuo, bensì il modo attraverso cui gli individui prendono le decisioni influenzati dalle dinamiche di gruppo e dalle percezioni. Ad esempio, se gli scenari non vengono correttamente categorizzati e le condotte corruttive sono considerate delle “prassi consolidate” dal gruppo di riferimento (nella corruzione sistemica spesso lo è, si guardi Tangentopoli in primis), allora gli individui saranno meno inclini ad astenersi da tali condotte. Il comportamento degli individui è quindi profondamente influenzato dal gruppo e dalle percezioni. 

Qualche tempo fa abbiamo avuto modo di osservare dal vivo tali dinamiche:

“Eravamo in un corso di formazione con una trentina di partecipanti. Davanti a noi, il registro presenze includeva il campo della firma di entrata e della firma di uscita. Quando i partecipanti cominciarono ad accedere, il primo a compilare i vari campi decise, per un qualche motivo, di firmare sia l’entrata che l’uscita. Un’occasione imperdibile! Ci schierammo davanti al registro ad osservare cosa avrebbero fatto gli altri partecipanti. Il secondo partecipante firmò anch’egli l’uscita senza dire nulla, mentre il terzo e il quarto partecipante firmarono affermando che così si sarebbe resa più veloce la procedura di uscita. Insomma, di circa trenta partecipanti, ventotto firmarono sia entrata che uscita, alcuni chiedendoci un avallo formale, altri in piena tranquillità. Forse era una prassi consolidata di quella organizzazione. Solo due non firmarono, uno dei quali affermando a voce alta che firmare l’uscita era una condotta illecita!”

In sintesi, le persone possono percepire in modo non corretto gli scenari e produrre una valutazione errata o una categorizzazione fuorviante dei comportamenti. 

Nel concetto di “percezione” confluiscono gli approcci della psicologia sociale che approfondiscono lo studio dei cosiddetti “bias cognitivi“, cioè gli errori di valutazione che derivano da una scorretta categorizzazione di un evento o dalla parziale ricostruzione di uno scenario. Questo è un campo sterminato di approfondimento. In una presentazione  di qualche anno fa isolammo addirittura dieci esperimenti di psicologia sociale che hanno illuminato questo campo. Il problema della presunta razionalità delle scelte, inoltre, lo abbiamo affrontato nella presentazione “Etica delle scelte pubbliche“. 

Infine, nella “Disonestà delle persone oneste“, una brillante ricerca condotta da Università canadesi e americane, i ricercatori hanno dimostrato che anche le persone oneste, in alcuni particolari contesti, rischiano di diventare (dis)oneste. Si tratta della teoria della “manutenzione del concetto-di-se“. Le persone, in generale, possono comportarsi in maniera disonesta, beneficiando di premi esterni ed interni e di un contesto favorevole, e mantenere al contempo una visione positiva di sé stessi nel senso che continuano a percepirsi come individui onesti.

Per capire, in concreto, in che modo le persone si possono auto-ingannare, disattivando il proprio filtro etico, andiamo a vedere cosa combina il dott. Patriarca

Tornato a casa, il dottor Patriarca illustra alla moglie il suo piano per aiutare Ignava a trovare un lavoro. 

“E’ corruzione” risponde laconica la moglie.

Ma il dottor Patriarca ha le sue buone ragioni e difende le sue posizioni:

4b.jpg“Non è corruzione. Io non chiedo soldi a nessuno e non favorisco nessuno! Qualunque padre farebbe quello che sto facendo io: usare la propria esperienza e le proprie relazioni per avviare i figli nel complesso mondo del lavoro. Io e te lo sappiamo! Nessuno viene assunto perché manda un curriculum … Se non ti conoscono, non ti chiameranno mai per un colloquio! Perché io non posso farlo per mia figlia? Lei ha meno diritti, perché è figlia di un dipendente pubblico? Mai e poi mai … E poi … io mica obbligo nessuno ad assumerla. Se hanno bisogno, bene … mi fanno un piacere … altrimenti mi dicono “Dottor Patriarca, non abbiamo bisogno di personale” e la storia finisce lì…”

Il riferimento a tutto quello che fanno gli altri, al “diritto” di sua figlia a giovarsi delle relazioni del padre e alla libertà delle aziende contattate di non assumerla, se non hanno bisogno di personale, sono delle chiare strategie di disattivazione del filtro etico. Il dottor Patriarca sta per mettere in atto un comportamento scorretto, che però gli consentirà, per l’ennesima volta, di controllare le scelte di vita di sua figlia. Ed ha bisogno di alibi, per non ammettere di essere disonesto e non dovere, di conseguenza, ristrutturare l’immagine che ha di se stesso (sicuramente si ritiene una persona onesta e un buon capofamiglia).

ME seconda fase_bisSe i “pensieri tossici” superano indenni lo spazio etico, il rischio che si concretizzi uno scambio occulto tra l’agente pubblico e qualche soggetto privato diventa elevato.

 

7. Quarto STEP: lo scambio occulto

Farfalle-crisalidiLo scambio occulto, secondo Alberto Vannucci è l’asse portante della corruzione[4]. Infatti, secondo Vannucci, ogni atto corruttivo si traduce in una violazione di regole ufficiali o vincoli informali da parte dell’Agente (il corrotto), che si realizza quando l’Agente esercita il proprio potere a beneficio di una terza parte (il corruttore) nell’ambito di uno scambio occulto che lede il Principale e che prevede, come contropartita a proprio vantaggio, un compenso. Attraverso la corruzione gli agenti pubblici “creano e distribuiscono posizioni di rendita ai privati e una parte del valore ricavato da tali posizioni di rendita viene redistribuito agli agenti pubblici sotto forma di compenso monetario (tangente) o di altra natura”

ME seconda fase_bisLo scambio occulto della corruzione è una relazione di scambio “tossificata”. In una relazione di scambio di solito ciascuna parte dà qualcosa di proprio, che possiede al momento dello scambio o che potrà possedere in un momento futuro. Anche nello scambio occulto corrotto e corruttore si danno vicendevolmente qualcosa: tuttavia,  l’agente pubblico non dà qualcosa che gli appartiene, ma qualcosa (decisioni, risorse, ecc…) che gli è stato delegato e che appartiene ai cittadini. Questa relazione tossica si può instaurare in modo consapevole, per il reciproco interesse del corrotto e del corruttore, oppure può essere la degenerazione di una relazione di debito/credito relazionale. Come è accaduto al povero (ma antipatico) dott. Patriarca:

responsabile progetti di ricercaIl dott. Patriarca telefona ad alcune strutture accreditate, chiedendo se per caso hanno bisogno di assumere personale e se, in tal caso, potrebbero valutare la candidatura di sua figlia. Una di queste aziende, la H-H (Health Hazard) Spa risponde positivamente ed assume Ignava Patriarca assegnandole la mansione di referente per la foto-riproduzione dei documenti aziendali.

Dopo alcuni mesi, Marcello Mefisto, il titolare della H-H Spa telefona al dott. Patriarca, “confessando” che l’azienda non naviga in buone acque e probabilmente ha perso alcuni requisiti di accreditamento. “Dott. Patriarca, forse solo lei mi può capire!” esclama Mefisto al telefono “l’accreditamento è indispensabile per pagare i fornitori e non fallire … Se lei potesse, per qualche mese, non effettuare controlli sulla nostra struttura, la mia azienda sarà salva! Altrimenti sono guai! E anche sua figlia potrebbe perdere il posto!”.

Il dott. Patriarca non è un uomo dal cuore tenero… però non vuole assolutamente che sua figlia perda il lavoro e, inoltre, si sente un po’ il debito con la H-H Spa. Il dott. Patriarca adesso pensa che sarebbe scortese non rendere il favore … 

Farfalle-696x440Povero dott. Patriarca! Sente di aver contratto un debito relazionale con il titolare della H-H Spa e vuole sdebitarsi. Inoltre, avendo ormai disattivato il filtro etico, non percepisce il potenziale criminogeno insito nella richiesta del signor Mefisto! Ormai l’evento corruttivo è giunto a maturazione. Lo scambio occulto si è concretizzato, anche se in modo non esplicito. La farfalla della corruzione è uscita dalla crisalide e aspetta solo l’azzardo morale per prendere il volo!

 

8. Quinto STEP: L’azzardo morale

ME terza faseQuello che succede dopo la stipula (più o meno cosciente) del patto occulto è spiegato dal Modello Principale-Agente: ora l’agente pubblico può fare leva sui conflitti di interessi e approfittare delle asimmetrie informative e dell’assenza di controlli, per compiere un azzardo morale. In questo modo la corruzione si scarica nei processi organizzativi, così come un fulmine si scarica a terra. 

A valle dell’accordo corruttivo la corruzione è ancora un fenomeno relazionale: è una relazione tossificata di scambio. E’ l’azzardo morale che trasforma la corruzione in un fenomeno organizzativo.

L’azzardo morale trasforma anche l’interferenza, associata ai conflitti di interessi, da potenziale ad effettiva. Nell’ambito del Modello Evolutivo, i conflitti di interessi giocano un duplice ruolo: 

  • sono un precursore primitivo della corruzione, quando emergono dalla dimensione relazionale;
  • sono l’elemento su cui fa leva l’azzardo morale, nel senso che l’azzardo morale andrà nella direzione indicata dai conflitti di interessi.

I conflitti di interessi devono essere gestiti precocemente, nella dimensione relazionale, perché se non vengono identificati e rimossi in tempo, l’azzardo morale li userà come “trampolino di lancio” per inviare la corruzione dentro l’organizzazione.

 

9. Sesto STEP: la manifestazione organizzativa della corruzione

Quando la corruzione diventa un fenomeno organizzativo, allora, e solo allora, entrano in gioco le misure di prevenzione della L. 190/2012. Che quindi dovrebbero essere considerate più che altro delle misure di protezione, cioè delle misure che impediscono alla corruzione di aggredire i processi e non delle misure che impediscono alla corruzione di generarsi. 

La valutazione del rischio diventa allora fondamentale per capire quali processi sono vulnerabili (a causa della presenza di specifici fattori di rischio) e quindi per capire quale strada seguirà la corruzione per “scaricarsi” all’interno dell’organizzazione.

Per esempio, come farà il dott. Patriarca ad impedire che l’azienda subisca dei controlli?

4b.jpgIl dottor Patriarca conosce bene il processo di verifica del mantenimento dei requisiti di accreditamento e sa che può agire in tre modi:

Prima ipotesi: potrebbe non far partire il controllo, manipolando i criteri di programmazione delle verifiche e i criteri di campionamento, per escludere la H-H Spa dal novero delle strutture da  controllare.

Seconda ipotesi: potrebbe assegnare il controllo ad un funzionario incapace, che probabilmente non rileverà la mancanza dei requisiti.

Terza ipotesi: potrebbe non tener conto delle risultanze del controllo e non rilevare la mancanza dei requisiti.

Dopo un lungo ragionamento, il dottor Patriarca decide in che modo manipolare il processo di controllo … E commette l’errore che lo condurrà in prigione … 

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Il dottor Patriarca pensa di avere, tra i suoi collaboratori, l’ispettore più incapace del mondo: Benedetto Brocco! Un medico che ha chiesto di essere adibito a mansioni amministrative, perché non azzeccava mai una diagnosi e causava la morte di tutti i suoi pazienti! 

Il Dottor Patriarca manda Benedetto Brocco ad effettuare una verifica presso la H-H Spa e, puntualmente, Brocco non si accorge che l’azienda non ha più i requisiti di accreditamento. Tuttavia, Benedetto Brocco è incapace, ma non è completamente stupido. Ascolta per caso una telefonata del dottor Patriarca e capisce che il suo dirigente sta parlando con il titolare della H-H Spa:

4b.jpg“Signor Mefisto,come sta? Sì … ho mandato io oggi il controllo … No, non si preoccupi! Il dottor Brocco non ha rilevato niente di irregolare. E’ un incapace. Siamo in una botte di ferro, anzi … in una brocca di ferro! Ah Ah Ah!”

 

Benedetto Brocco non ci sta! E decide di segnalare tutto quanto al Responsabile della prevenzione della corruzione della ASL di Caciucco. Che denuncia l’accaduto alla Procura. Il resto della storia lo avete letto nel (falso) articolo di giornale all’inizio di questo articolo!

 

10. Sesto STEP: il ritorno alla dimensione relazionale

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La corruzione è un fenomeno che tende a diventare sistematico e sistemico. Se un evento di corruzione non viene scoperto e sanzionato, i precursori primitivi di quell’evento (conflitti di interessi, ambiguità relazionali o deviazioni nella percezione dei bisogni) rimangono all’interno della dimensione relazionale e possono continuare a generare nuovi eventi corruttivi. Con l’andare del tempo, lo scambio occulto potrebbe poi diventare una modalità usuale di relazione tra agenti pubblici e privati e l’azzardo morale un meccanismo di regolazione dei conflitti di interessi (corruzione sistemica)

Infine, la corruzione non distrugge solo le risorse pubbliche o la fiducia dei cittadini. Distrugge anche il senso delle relazioni che vengono manipolate e rese tossiche durante il percorso che conduce allo scambio occulto e poi all’azzardo morale.

Un agente pubblico che favorisce il figlio nell’ambito di una procedura amministrativa avvelena la relazione con suo figlio, perché mescola l’illegalità a quella relazione. Un agente pubblico che assegna un appalto da una impresa, chiedendo in cambio la ristrutturazione della propria casa, uccide la relazione tra agente e destinatario dell’azione amministrativa e al suo posto mette una relazione di scambio. Potremmo andare avanti a lungo ad illustrare in che modo la corruzione soffoca (come un parassita) le relazioni che utilizza per venire alla luce. Il corrotto e il corruttore bruciano volontariamente il proprio ecosistema relazionale, per ricavarne un vantaggio immediato e spesso senza pensare alle conseguenze future: sono dei piromani relazionali!

 

11. L’ecologia delle relazioni

Dunque anche le persone oneste possono diventare corrotte e la corruzione è il punto di arrivo di un percorso evolutivo. Siamo tutti esemplari di una specie (homo sapiens) che ha modificato l’ambiente in cui si è evoluta, rompendone gli equilibri, con effetti il più delle volte catastrofici. La strategia evolutiva della specie si ripresenta, in qualche modo, nelle singole esistenze individuali. Se il mondo fisico è il luogo in cui le persone esistono in quanto esseri viventi (tutti gli esseri umani nascono in qualche luogo del pianeta Terra e poi vivono spostandosi magari in altri luoghi), il mondo relazionale è il luogo in cui le persone sviluppano la propria esistenza, cioè danno senso al proprio essere al mondo. E le persone (come direbbero J.P. Sartre e gli altri filosofi esistenzialisti) sono responsabili per il modo in cui progettano la loro esistenza.

Gli agenti pubblici sono responsabili dell’uso che fanno delle loro relazioni. E devono prendersi cura del proprio ecosistema relazionale. Un’etica è quindi necessaria, per aiutare le persone a non innescare dinamiche che conducono alla corruzione. Ma non deve essere un’etica delle scelte e dei comportamenti individuali. Deve essere un’etica delle relazioni umane, che noi chiamiamo ecologia delle relazioni.

Solo un approccio ecologico alle relazioni può garantire uno sviluppo armonico degli individui e scongiurare strumentalizzazioni che confondono agire pubblico e interessi privati. Perché un corrotto e un corruttore sono sempre persone che hanno perso di vista il significato profondo delle relazioni umane. E che lasciano il deserto dietro di sé.

Il Modello Evolutivo, che abbiamo cercato di sintetizzare in questo articolo, richiede un radicale ripensamento delle politiche di prevenzione della corruzione. Tratteremo questo argomento in un prossimo post. 

 

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[1] Una buona sintesi del Modello Principale-Agente e delle sue diverse applicazioni è reperibile anche su Wikipedia, edizione inglese: https://en.wikipedia.org/wiki/Principal%E2%80%93agent_problem

[2] Jensen, Michael C. and William H. Meckling. 1976. Theory of the firm: Managerial behavior, agency costs and ownership structure, 1976.

[3] Abraham Maslow, Motivation and Personality, 1954

[4] Alberto Vannucci, Atlante della Corruzione, Edizioni Gruppo Abele, 2012

C’è Capitale e capitale. Storie di mancata prevenzione della corruzione

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di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

Capitale è una parola con significati diversi. Se ha l’iniziale maiuscola (Capitale), significa che stiamo parlando di una città meravigliosa, Roma, Capitale di un Paese meraviglioso, l’Italia.

Se invece ha l’iniziale minuscola (capitale) assume vari significati. Un capitale è la somma di denaro di cui una o più persone, fisiche o giuridiche, dispongono, investita in un’impresa commerciale, industriale, bancaria e simili, o in beni mobili o immobili, allo scopo di produrre un reddito o un interesse. Per estensione il capitale sociale è l’insieme delle risorse di tipo relazionale durature che un attore sociale (individuo, gruppo ecc.) può utilizzare, insieme ad altre risorse, per perseguire i propri fini.

Infine, “capitale” significa anche qualcosa che si riferisce al capo, alla testa, intesa come sede della vita; che comporta la morte: la pena, la sentenza capitale.

Il nuovo stadio della Roma e le vicende corruttive che animano le cronache di questi giorni rischiano di trasformare la parola “Capitale”, intesa come lo scenario all’interno del quale si muovono gruppi di potere, in una sentenza capitale per uno di questi gruppi che del “capitale sociale” avrebbe abusato per perseguire propri fini, cioè l’aumento del proprio capitale. Insomma, un bel paradosso linguistico! Condito dal fatto che nemmeno @spazioetico ne esce completamente estraneo, dal momento che un personaggio dei nostri casi, Mister Wolf, ha preso improvvisamente vita ed ha assunto nella realtà il ruolo del protagonista.

wolf & wolf

Wolf ha come compito principale, almeno nei nostri casi, la risoluzione di importanti asimmetrie informative; ma è anche in una posizione di conflitto di interessi e da quelle asimmetrie informative può trarre un vantaggio proprio o foraggiare gli interessi esterni con cui è collegato. Noi utilizziamo questi scenari per illustrare le basi del meccanismo corruttivo (asimmetria informativa + conflitto di interessi). Spesso ci accorgiamo della profonda inconsapevolezza che anima le platee di dipendenti pubblici e, a volte, di politici che assistono alle nostre presentazioni.

L’evento di corruzione romano, pertanto, non ci stupisce più di tanto. Ci convince, invece e sempre più, a promuovere una prevenzione della corruzione che riesca a trasferire le conoscenze, almeno quelle di base, sul “fenomeno corruzione” con particolare riferimento al conflitto di interessi.

Proveremo a descrivere la dinamica corruttiva di questo evento, con i limiti di avere a disposizione informazioni apprese da mezzi di informazioni, focalizzando l’attenzione sugli interessi in gioco:

  • quelli primari, cioè quelli del cittadino romano che dovrebbero essere interpretati da chi guida politicamente la Capitale,
  • quelli secondari, cioè gli interessi dei costruttori (noti a Roma come “palazzinari” con una vaga accezione negativa che tuttavia si sono conquistati e continuano a conquistarsi egregiamente sul campo),
  • gli interessi secondari di chi si è trovato a gestire la negoziazione pur senza aver ricevuto alcun formale incarico (e questa è già un’anomalia gigantesca, come spiega bene Luigi Oliveri nel suo post), in piena continuità con il passato e (ahimè) con il presente nonostante l’enfasi sul “cambiamento”.

“Conflitti” e “cospirazioni” tra interessi

Una dinamica assai interessante da osservare è come si sia progressivamente trasformato l’interesse primario in questa vicenda.

L’interesse primario di una amministrazione comunale è innanzitutto l’interesse del Principale, cioè del cittadino romano “elettore” che attraverso il voto delega la componente politica (Giunta e Consiglio) ad agire per promuovere i propri interessi.

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Possiamo descrivere tale interesse primario come un “sistema di interessi” così configurabili:

  • ricevere servizi pubblici adeguati; ad esempio, tappare le buche sulle strade, scuole pubbliche dignitose, ecc… che può essere ricompreso nel più generale interesse alla qualità della vita. Parlando di Roma ci rientra anche il non venire sommersi da cubature ulteriori soprattutto in quei luoghi che non hanno le caratteristiche per contenerle,
  • efficienza nella spesa pubblica già ampiamente devastata da scelte scriteriate nel passato.
  • imparzialità, cioè equidistanza della politica dagli interessi privati (in questo caso dei costruttori detti palazzinari) che hanno fatto il bello e cattivo tempo nelle passate stagioni politiche

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La promozione di questi interessi primari era stata, peraltro, alla base della vittoria di una nuova forza politica che si candidava ad interpretare proprio la triade: servizi, efficienza, imparzialità al grido di onestà. L’importante decisione di non candidare Roma per le Olimpiadi, per esempio, era stata fondata proprio su basi logico-razionali che richiamavano da vicino tale interpretazione degli interessi primari.

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Qualcosa di diverso è successo con lo stadio della Roma.

In questo caso una vera e propria campagna pro stadio è stata scatenata da una parte della cittadinanza, da una tifoseria accesa e da fortissimi interessi economici (sempre dei suddetti costruttori palazzinari) tutt’altro che sopiti, anzi, assai arzilli vista la situazione critica in cui versa l’economia del mattone almeno nella Capitale.

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Insomma, la Giunta Capitolina e il Consiglio si trovano a fronteggiare degli interessi secondari molto intensi. E governare significa anche saper dialogare con gli interessi secondari, senza perdere la bussola degli interessi primari.

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Oltretutto è vox populi che il Comune, se si rifiuta di costruire lo stadio, dovrà affrontare una causa milionaria con l’A.S. Roma e questo proprio non se lo può permettere.
Gli interessi primari cominciano ad entrare in conflitto tra loro. In nome dell’interesse primario a “fornire servizi adeguati” sarebbe sensato non fare più il nuovo stadio: si libererebbero risorse da impegnare per tutti i cittadini, anziché favorire l’interesse dei “palazzinari” e delle tifoserie (in contrasto, tra l’altro, con l’interesse primario all’equidistanza). In nome dell’interesse primario all’efficienza (cioè a non sprecare risorse), sarebbe invece sensato costruire lo stadio: si eviterebbe di andare in causa con l’A.S. Roma.

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Inoltre, si verifica una convergenza tra l’interesse primario all’efficienza e gli interessi secondari. E questa convergenza risulterà essere devastante più di qualsiasi conflitto di interessi.

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Tutto questo coacervo di interessi genera una pressione enorme sulla componente politica che entra in DILEMMA. Il dilemma non è cosa da poco visto che si contrappongono ferocemente due componenti importanti del Movimento 5 stelle, i “puri” che avevano contestato fin dall’inizio sia la localizzazione dell’intervento sia, in seguito, le transazioni con i privati per modificare il progetto, che erano state interpretate come “cessioni” a quegli interessi. Dall’altra parte, i “pro-stadio” che, invece, si mostrano, ad un certo punto, possibilisti a patto di ulteriori modifiche strutturali al progetto.
Il dilemma viene risolto in favore della seconda componente. La conclusione di tale dilemma non è stata indolore, dal momento che alcuni dei promotori della componente “puri” vengono estromessi; l’assessore Berdini viene rimosso, una consigliera, Cristina Grancio, che aveva aspramente criticato gli accordi, viene esclusa dal gruppo consiliare.

Quale effetto ha avuto la risoluzione di tale dilemma? Si è generato un nuovo interesse primario che potremmo tradurre in: “fate ‘sto c***o de stadio!” (detto alla romana), che non è, tecnicamente, un interesse primario, ma viene scambiato per tale da quasi tutti, compresi i cittadini romani (tifosi). In una tale “cospirazione” di interessi convergenti, ovviamente, gli interessi primari veri soccombono pesantemente. La localizzazione dell’intervento non è più un problema, il fatto che ci siano in ballo 7 milioni di euro di spesa per le pompe idrovore a carico della cittadinanza, in cambio di cubature al costruttore (palazzinaro), non rappresenta più un problema.

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Entra in scena Mister Wolf

Ma è la caduta rovinosa dell’ultimo interesse primario, l’imparzialità, che genera gli effetti più disastrosi. La Giunta, riconoscendo la propria incapacità a gestire una negoziazione così complessa, si fa aiutare da un semi-noto avvocato, Mister Wolf. Tale avvocato riceve una delega informale a trattare con gli interessi privati.

Fermiamoci un istante. Un soggetto, che non fa parte della componente degli eletti, che ha propri interessi secondari da difendere e da promuovere, viene delegato (informalmente) a gestire la negoziazione con gli interessi privati (e che interessi privati)?

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E’ vero che questa è una pratica assai diffusa, ma è anche l’ora di dire che è del tutto inappropriata, anche qualora non produca alcun evento corruttivo. Quale percezione degli interessi primari potrebbe mai avere tale personaggio? E’ vero che la componente politica avrebbe potuto indicarglieli con forza, ma ricordiamo che il contesto, in quel momento, ha trasformato gli interessi primari, promuovendo con forza l’interesse: “fate ‘sto c***o de stadio!”. Non si tratta di escludere qualsivoglia supporto tecnico da parte di professionisti esterni, ma MAI lasciarli operare in solitudine. Di fronte all’interesse privato, l’interesse pubblico deve essere sempre rappresentato dalla presenza (fisica) dell’eletto e da meccanismi di riduzione delle asimmetrie informative come, ad esempio, la trasparenza delle transazioni. Anche perché solo l’eletto o un vertice amministrativo o qualcuno di formalmente incaricato a trattare si troverebbe nel ruolo di pubblico ufficiale.

In linea con questo approccio non formalistico è utile sottolineare come anche la stessa leadership del Movimento 5 stelle sia, di fatti, anch’essa “informale”, nel senso che non è stata votata da nessuno, né ha un titolo costituzionale a rappresentare chicchessia.

Dunque, abbiamo una componente politica decisamente inconsapevole (fattore di rischio che noi chiamiamo “carenza operativa”), che, in un contesto di generale opacità (le carte vengono secretate, in particolare il parere dell’avvocatura capitolina in merito alle penali da pagare) e sotto la pressione di un interesse fortissimo alla costruzione dello stadio, si affida ad un soggetto privato per la negoziazione con interessi privati che si sono mostrati estremamente permeabili, nella storia della Capitale recente e meno recente, a condotte corruttive. Vuol dire consegnarsi al demonio.

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Peraltro, Mister Wolf ha degli evidenti interessi secondari riconducibili tutti alla sua attività professionale di avvocato e mossi, probabilmente, da un forte interesse-guida: l’essere in grado di esercitare un potere in un contesto dove può soddisfare l’ambizione di contare qualcosa (interesse-guida potentissimo). Tale interesse verrà ampiamente soddisfatto, a seguito della negoziazione andata a buon fine e proprio in ragione della brillante capacità di intervento, con la presidenza dell’ACEA, nota municipalizzata romana. A proposito, non sarebbe il caso di essere così espliciti nel dichiarare che la presidenza di un’organizzazione che gestisce risorse pubbliche così importante viene affidata sulla base di un “premio” e non magari sulla competenza e sull’esperienza.

Gli interessi secondari di Mister Wolf convergono con gli interessi secondari di numerosi componenti politici e tecnici: il vicepresidente del Consiglio regionale, il titolare della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Capitale (che poi rimuoverà i vincoli paesaggistici sulle tribune dell’ippodromo) e molti altri, di schieramenti politici diversi (anche questo è piuttosto tipico). Tutto viene foraggiato dal noto palazzinaro, il quale ci prova anche a Milano ricevendo un due di picche dall’assessore.

Espelliamo la mela marcia!

La misura “capitale” che è stata adottata è l’immediata esclusione di mister Wolf da ogni incarico, almeno finché non si chiarirà la sua posizione. Ma noi sappiamo bene che il problema non si risolve con il meccanismo noto come: “Espelliamo la mela marcia”. Come afferma mirabilmente Leonardo Ferrante in un post: [“Chi ha sbagliato deve pagare”. Ma la corruzione non è uno sbaglio, non è un errore incidentale di valutazione o di giudizio, non è un equivoco: è un’intenzione precisa e prolungata. Dichiarazioni di questo tipo, pur con il merito di dare la sensazione di una reazione, rischiano di far passare l’idea che per combattere il malaffare basti “fermare” o “espellere” un corpo, piuttosto che far inceppare un sistema reticolare. A Roma, in Italia, il problema è sistemico e richiederebbe una strategia, istituzionale e civica, sistemica.]

Perché la percezione dell’interesse primario di questi personaggi subisce un così feroce depotenziamento, anche se in partenza sembrano essere affidabili, capaci e, tutto sommato, integri? Il problema è costituito, prevalentemente, dall’aver posto un’aspettativa insostenibile, cioè l’essere onesti prima di confrontarsi con il potere. Abramo Lincoln affermava: “Se vuoi scoprire di che pasta è fatto un uomo, mettigli il potere nelle mani“.

Muel Kaptein, uno che si intende molto di integrità e dei meccanismi che mettono a rischio l’integrità delle persone, dice che gli “eletti dal popolo” che iniziano il loro lavoro animati da spirito idealistico corrono il rischio di vedere frustrate le proprie intenzioni perché, magari, raggiungono risultati minori rispetto alle attese, vengono criticati e per questo diventano cinici, persino paranoici rispetto alla condotta dei propri collaboratori. Sembra che Kaptein si sia fatto una breve vacanza a Roma.

Sono fenomeni ormai assai noti. Noi li abbiamo inseriti molto spesso nelle nostre presentazioni perché spiegano molto bene il deterioramento dell’integrità delle persone o, come preferiamo chiamarla, la disonestà delle persone oneste.

La prevenzione della corruzione ai tempi di Mr. Wolf

Quale “morale” possiamo trarre da questa triste (ennesima) tragedia capitolina?

La vicenda è un combinato di “ansia da prestazione” e inconsapevolezza che trasforma gli interessi primari (Capitale) e inserisce un network di persone (capitale sociale) che, in un clima di opacità, dimostrano di possedere potentissimi interessi secondari. Il tutto, una volta emerso, viene gestito attraverso la teoria della mela marcia (pena capitale). Insomma, tutte situazioni che dovrebbero essere “codificate” dalla prevenzione della corruzione. In particolare:

  • organizzazione del processo +
  • analisi degli interessi primari e secondari +
  • etica e consapevolezza degli individui.

Prevenzione della corruzione che, invece, è rimasta alla finestra a certificare una sostanziale fattibilità dell’opera. Con la conseguenza che nessun ruolo ha giocato in questa vicenda in presenza di anomalie gigantesche e di un rischio corruttivo elevatissimo.
Allora, come dovrebbe funzionare la prevenzione della corruzione ai tempi di Mr. Wolf?

Innanzitutto , per prevenire la corruzione, non è sufficiente puntare sull’onestà delle persone. Occorre combinare una serie di attività che che non si concentrano solo sulle persone (teoria della mela marcia), ma anche sul sistema in cui le persone agiscono:

  • analizzare il contesto e garantire adeguati livelli di trasparenza (delle decisioni pubbliche e delle interazioni tra pubblico e privato),
  • identificare chiaramente gli interessi primari e secondari (facendo molta attenzione ai conflitti tra interessi primari e alle convergenze tra interessi primari e secondari),
  • valutare attentamente il rischio corruttivo espresso dalle controparti (specialmente se la tua controparte sono i “palazzinari” romani),
  • gestire con attenzione le deleghe, evitando di assegnare a soggetti privati un potere informale,che consente loro di sostituirsi agli agenti pubblici (politici eletti e funzionari dell’amministrazione).

Potete farvi un’idea di che cosa @spazioetico intende con “prevenzione della corruzione” consultando il Decalogo che abbiamo realizzato per la Sanità.

E comunque, DI QUESTO PARLEREMO PIÙ’ DIFFUSAMENTE IN UN PROSSIMO POST.

Dialoghi sul conflitto di interessi (Parte terza). Comparare l’intensità degli interessi

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…Leggi la prima parte dei dialoghi
…Leggi la seconda parte dei dialoghi

PARTE TERZA

Nel post precedente abbiamo cominciato a dialogare sul conflitto di interessi. Oggi riprendiamo il discorso, lasciato a metà, per approfondire alcuni argomenti. Vedremo come si può rappresentare l’intensità degli interessi, in che modo gli interessi si sommano, per guidare i processi decisionali e, infine, capiremo perché si generano i conflitti di interesse. Questa volta il post è un po’ più lungo dei precedenti… perché il gioco si sta facendo più duro, il dialogo più serrato, man mano che il viaggio continua…

MASSIMO: Caro Andrea, gli interessi possono essere più o meno forti. E’ una esperienza che facciamo tutti i giorni… Vorrei andare al cinema, ma poi preferisco uscire a bere una birra con gli amici … Vorrei fare un pisolino di domenica pomeriggio, ma poi preferisco andare al parco con i miei figli… In tutti questi casi ho due interessi, ma penso che uno dei due sia più importante e decido di conseguenza. Come possiamo descrivere questo fenomeno?

ANDREA: Chiameremo intensità l’importanza (soggettiva) che una persona associa ad un proprio interesse. L’intensità di un interesse non si può misurare come si misura il calore di un liquido o l’altezza di un mobile. Però gli interessi si possono paragonare tra loro. Dati due interessi, a e b, ci sono solo tre possibilità:

  • a > b,  a è più intenso di b
  • a < b, a è meno intenso di b
  • a = b, a e b hanno la stessa intensità

I simboli “=”, “>” e “<” servono per paragonare tra loro le intensità degli interessi: in particolare, “a=b” non significa che a e b sono lo stesso interesse, ma che a e b, pur essendo interessi diversi, hanno la stessa intensità. Quindi, possiamo dire, per brevità, che a e b sono interessi equivalenti (o che a=b è una equivalenza di interessi), ma sempre ricordandoci che ad essere equivalente è solo l’intensità.

MASSIMO: Fammi capire! Se possiamo confrontare le intensità, allora possiamo anche prevedere quale sarà l’esito di un processo decisionale in cui interviene più di un interesse. Giusto?

ANDREA: Esattamente! Anche se dobbiamo sempre ricordare che l’intensità di un interesse è soggettiva. Quindi, se non sappiamo esattamente l’intensità degli interessi di una persona, possiamo solo immaginare degli scenari e procedere per simulazioni. Ad ogni modo, fissati i valori dell’intensità, il resto viene da sé!

MASSIMO: Mi puoi fare un esempio?

ANDREA: Certamente! Eccolo qui:

tramSono per strada a Milano, vedo un tram, ma non ho il biglietto. Avrei interesse a non prendere multe (perché ne ho già prese troppe questo mese). Tuttavia sono in ritardo e se arrivo tardi in ufficio mi licenziano.orario

 

Cosa faccio: prendo il tram o non lo prendo?

Il mio processo decisionale, in questo caso, è orientato da due interessi:

  • m = l’interesse a non prendere multe
  • u = l’interesse ad arrivare presto in ufficio

I due interessi reagiscono in modo opposto alla possibilità di prendere il tram:

  • m diventa  negativo (m), perché se salgo sul tram senza biglietto potrei prendere l’ennesima multa;
  • u diventa positivo (u+), perché se salgo sul tram posso arrivare in orario in ufficio.

Quando due interessi reagiscono in modo opposto di fronte a un comportamento A, diremo che A polarizza i due interessi, oppure, in modo equivalente, che i due interessi sono polarizzati. Quando  due interessi sono polarizzati, ciascuno dei due interessi, se assunto come unico criterio di scelta, condurrà ad una decisione diversa. La struttura del mio processo decisionale sarà la seguente:

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In questa situazione è logico pensare che entri in gioco l’intensità degli interessi: l’interesse più forte vince sull’interesse più debole.

Sicuramente, nella situazione che ti ho descritto, io non voglio prendere una multa, ma se mi licenziano il danno sarà maggiore. Inoltre, prenderò la multa solo se sul tram salirà il controllore, invece, in caso di ritardo, il licenziamento è certo. Quindi è probabile che, paragonando tra loro gli interessi m e u, io ottenga questo:

u+ > m, l’interesse ad arrivare in orario in ufficio è più intenso dell’interesse a non prendere una multa

Il processo decisionale avrà, quindi il seguente esito:

post3_2

MASSIMO: Quindi… prenderai il tram e accetterai il rischio di prenderti una multa!

ANDREA: Però si tratta solo di una simulazione… gli interessi “tendono” a orientare le decisioni, ma nella realtà ci sono anche altri criteri (i valori individuali, l’ethos, i comportamenti degli altri, il rispetto delle regole), che potrebbero influenzare la mia scelta e convincermi che è meglio andare a piedi.

MASSIMO: Adesso non cominciare a fare il “santerello”, Andrea! Sono certo che il tram lo prenderesti, per non essere licenziato, anche nella realtà!

ANDREA: Te lo confermo… con buona pace del fatto che tengo corsi sulla legalità!

MASSIMO: Io la chiamo “disonestà delle persone oneste”. Ma credo che ne parleremo in seguito. Torniamo, piuttosto, al nostro argomento. E se anziché due interessi, ce ne fossero tre? Potremmo prevedere l’esito del processo decisionale?

Quando in un processo decisionale sono coinvolti più interessi, i livelli degli interessi che hanno la stessa carica (positiva/negativa) possono essere sommati e sarà selezionato il comportamento che è compatibile con gli interessi che, sommati, hanno il livello maggiore. Immaginiamo questo scenario:

  • ci sono 3 interessi: b, c, d
  • b = c > d
  • [INPUT, A?, (b+, c,d+), (A/Non A)]

Il comportamento A polarizza gli interessi: b e d diventano positivi, mentre c diventa negativo. Inoltre, b e c sono equivalenti e ciascuno di essi ha una intensità maggiore dell’interesse d.

Gli interessi b+ e d+  si sommano ed è facile vedere che b+ + d+ > c . Quindi, il processo decisionale sceglierà A e la struttura della decisione avrà sarà la seguente:

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MASSIMO: Però c’è una cosa che non mi torna, nel tuo ragionamento: negli esempi che hai fatto, tutti gli interessi diventano positivi o negativi, in presenza di un certo comportamento. Ma le persone hanno moltissimi interessi: intervengono tutti in tutti i processi decisionali, oppure “selezioniamo”, di volta in volta, solo gli interessi più rilevanti? E come possiamo capire quali sono gli interessi rilevanti?

ANDREA: Hai ragione, Massimo. Stavo semplificando troppo. In realtà, i processi decisionali sono guidati da un numero limitato di interessi. E ti spiego perché.

L’intensità degli interessi varia nel tempo. Può aumentare, ma può anche diminuire, influenzata dagli eventi della vita. La variazione di intensità degli interessi nel tempo può essere rappresentata con un grafico:

post3_4

Per farti capire come si possono rappresentare queste variazioni, farò ancora una volta riferimento ai miei interessi. Per comodità, ogni interesse sarà identificato con una lettera dell’alfabeto:

  • s = il mio interesse a sapere qual è lo smalto per unghie all’ultima moda è sempre stato minimo;
  • c = il mio interesse ad imparare a suonare la chitarra era molto intenso nel 1990 (tanto che sono andato a prendere lezioni di chitarra), mentre nel 2017 è abbastanza intenso (ma non abbastanza per iscrivermi a un corso d chitarra);
  • b = il mio interesse per il ballo è sorto nel 2008 ed è cresciuto fino a diventare molto intenso nel 2017;
  • m = il mio interesse ad avere abbastanza soldi, ogni mese, per pagare il mutuo è sorto nel 2015 ed è stato sempre molto intenso.

Ecco la rappresentazione grafica della variazione nel tempo dei miei interessi:

post3_5

MASSIMO: Andrea, aspetta, aspetta! Fammi provare anche a me. Dunque, allora…

s = il mio interesse a conoscere chi è il vincitore del festival di Sanremo, che è sempre stato minimo;

f = il mio interesse ad imparare il francese era molto intenso nel 1985, tanto che mi ero iscritto ad un corso, perché avevo la fidanzata francese; mentre nel 2017 è abbastanza intenso, ma non abbastanza per iscrivermi a un corso, perché la fidanzata francese non ce l’ho più da un bel pezzo;

c = il mio interesse per la prevenzione della corruzione è sorto nel 2009 ed è cresciuto fino a diventare molto intenso nel 2017;

t = il mio interesse ad avere abbastanza soldi, ogni tre mesi, per pagare le tasse, è sorto nel 2010 ed è stato sempre (sigh!) molto intenso.

Ed ecco la rappresentazione grafica della variazione nel tempo dei miei interessi:

post3_m.jpg

Allora, che ne pensi?

Andrea: ottimo Massimo. Vedo che hai imparato subito. Certo che constatare di avere le tasse come interesse-guida non deve essere stato facile… Ma andiamo avanti!

Se il livello di un interesse è particolarmente basso, il suo contributo al processo decisionale è talmente irrilevante, da poter essere considerato nullo. Se mi interessa imparare la chitarra, ma non abbastanza da decidere di iscrivermi ad un corso di chitarra… allora è come se non mi interessasse imparare a suonare la chitarra.

Questa idea può essere formalizzata dicendo che esiste un livello-soglia di intensità degli interessi sotto il quale gli interessi rimangono inattivi. Se l’intensità cresce oltre la soglia, allora l’interesse si attiva e può contribuire al processo decisionale. Nel seguente grafico l’area al di sotto del livello-soglia, sotto il quale gli interessi rimangono inattivi, è identificato dall’area azzurra:

post3_6Quindi, solo gli interessi che hanno una intensità sopra soglia possono intervenire nei processi decisionali. Ma non è detto che lo facciano. Infatti, non tutti gli interessi diventano positivi o negativi: quelli che non sono né lesi, né favoriti dalla decisione semplicemente non partecipano al processo decisionale. In pratica, le persone gestiscono i processi decisionali usando solo una minima parte dei propri interessi. E questo rende più “snelli” ed “economici” i processi decisionali

MASSIMO: Puoi fare un esempio, per spiegare questo ultimo passaggio?

ANDREA: Te ne faccio subito uno:

post3_7

E’ venerdì sera. Schroeder e Linus decidono di uscire a cena. Schroeder ama moltissimo suonare il pianoforte, ma essendo ora di cena ha anche un sacco di fame.

Quindi, i due interessi che possono influenzare i processi decisionali di Schroeder  sono:

  • c: l’interesse a cenare
  • k: l’interesse a suonare il pianoforte.

Ipotizziamo che entrambi gli interessi siano molto elevati e che k > c (Schroeder  preferisce suonare il pianoforte, piuttosto che mangiare)

post3_8SCENARIO 1: Schroeder e Linus entrano in un ristorante, ma il proprietario dice che devono aspettare almeno mezz’ora, prima di potersi sedere. Dall’altro lato della strada c’è un locale vuoto. Schroeder non ha con sé il suo mini-pianoforte. Cosa farà Schroeder?

In questo primo caso, l’unico interesse che interviene nel processo decisionale è c (l’interesse a cenare). Questo interesse reagirà positivamente all’idea di cambiare ristorante:

  • [“ho fame, ma devo aspettare mezz’ora”, “Cambio ristorante?” c+, “cambio ristorante”]

L’interesse k (suonare il pianoforte) non è coinvolto nel processo decisionale, perché la scelta tra cambiare ristorante o aspettare mezz’ora non influisce sull’interesse di suonare il pianoforte: Schroeder, in ogni caso, non avrà un pianoforte da suonare.

post3_9SCENARIO 2: Schroeder  e Linus entrano in un ristorante e il proprietario dice che devono aspettare almeno mezz’ora, prima di potersi sedere. Dall’altro lato della strada c’è un locale vuoto. Ma nel ristorante c’è un pianoforte che Schroeder  può suonare.

In questo secondo caso interviene anche l’interesse k (suonare il pianoforte). Che reagisce negativamente all’ipotesi di cambiare ristorante. Schroeder deve aspettare mezz’ora per mangiare, ma nel frattempo può fare la cosa che preferisce in assoluto: suonare il pianoforte!

[“ho fame, devo aspettare mezz’ora, ma nel ristorante c’è un pianoforte”, “Cambio ristorante?”, k > c+, “non cambio ristorante”]

MASSIMO: Adesso è tutto più chiaro. Se non ho un pianoforte, l’interesse a suonare un pianoforte non interviene nel processo decisionale. Lo capirebbe anche un bambino. Invece, c’è una cosa che proprio non capisco: perché fino ad ora abbiamo sempre escluso l’ipotesi che due interessi abbiano la stessa intensità? Cosa succederebbe in questo caso?

ANDREA: Ti rispondo con un’altra domanda (perché sono un filosofo). Ho sempre ipotizzato una differenza di intensità, perché se due interessi sono equivalenti, ma sono uno positivo e l’altro negativo, allora non possiamo più prevedere quale sarà l’esito del processo decisionale. Secondo te questo, cosa vuol dire?

MASSIMO: Dunque… fammi pensare. Secondo me questo vuol dire che abbiamo scoperto perché si generano i conflitti di interesse!

ANDREA: Esatto! I conflitti di interessi nel settore pubblico si possono generare in presenza di:

  • un interesse privato (a), che ha la stessa intensità di un interesse pubblico (p)
  • un processo decisionale che “polarizza” gli interessi (per esempio, p+ = a)

Come al solito, possiamo assegnare una struttura al processo decisionale che genera il conflitto di interesse, e in questo caso l’output della decisione sarà “???”, perché il conflitto di interessi sfocia in un dilemma:

post3_10

Ciò che genera il conflitto di interessi è l’equivalenza p+ = a.  Il comportamento A polarizza i due interessi che, però, hanno la stessa intensità. Nessuno dei due interessi vince sull’altro.

Se potessi considerare solo p+, sceglierei A.

Se potessi considerare solo a, sceglierei Non-A.

Ma devo considerare entrambi gli interessi che, sommandosi, si annullano, come due forze che hanno la stessa intensità, ma direzione opposta. E non riesco più a decidere.

MASSIMO: Molto interessante!

ANDREA: Il conflitto di interessi è una situazione “instabile”. Genera un dilemma e quindi, le persone metteranno in atto delle strategie, per poter decidere. La prima strategia possibile è scegliere un comportamento alternativo, che non polarizza gli interessi equivalenti. Ad esempio, si potrebbe scegliere un comportamento B, alternativo al comportamento A, tale che:

  • [INPUT, B?, (p+ = a+), B]

Questa strategia è la più utilizzata, per risolvere i conflitti di interesse nella sfera privata: se la mia fidanzata vuole andare in pizzeria, ma io sono stanco e voglio restare a casa, un buon compromesso può essere farci recapitare a casa due pizze.

Purtroppo, in una pubblica amministrazione, non sempre è possibile adottare questa strategia: l’agente pubblico che, nell’esercizio della sua funzione, cade in un dilemma generato da una equivalenza di interessi non può scegliere un comportamento alternativo e uscire dal dilemma, perché l’agire pubblico è vincolato da leggi, procedure o prassi procedimentali.

Quindi, la strategia che l’agente pubblico deve adottare è più drastica, ma anche più pericolosa: deve rompere l’equivalenza di interessi.

MASSIMO: Ma questo rappresenta un grosso rischio! L’agente pubblico non può essere lasciato solo, nell’adottare questa strategia. Infatti, se l’equilibrio si rompe a favore dell’interesse privato, cioè se a > p, il conflitto di interessi potrebbe evolvere in corruzione!

ANDREA: Esatto! La struttura di un processo decisionale “corrotto” potrebbe infatti essere questa:

  •  [INPUT, A?, (a+ > p), A] (l’agente pubblico sceglie un comportamento che favorisce un interesse privato a discapito dell’interesse pubblico)

MASSIMO: Caro Andrea, direi che adesso abbiamo tutti le idee più chiare, in merito ai conflitti di interesse. Però, per capire se la nostra analisi è corretta, dovremmo prendere un caso concreto ed analizzarlo usando il tuo metodo: identificando gli interessi equivalenti e i comportamenti che li polarizzano…

ANDREA: Sei tu l’appassionato di casi: inventane uno e lo analizziamo. La prossima volta, però. Adesso devo correre in stazione: tra mezzora parte il treno per Milano e non ho ancora fatto il biglietto…

Vai alla quarta parte dei dialoghi…

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Perché si diventa corrotti (o corruttori?)

Perché le persone corrompono o si fanno corrompere. Bella domanda! Ed io vorrei condividere con i lettori del blog di @spazioetico alcune riflessioni su questo tema.

Il Legislatore, nell’elaborare il contenuto della Legge 190/2012 e dei suoi decreti attuativi, credeva probabilmente di avere già una risposta a questa domanda ed ha imposto alla Pubblica Amministrazione una serie di adempimenti (=cioè di controlli obbligatori e generalizzati a tutti i destinatari della normativa) che non sembrano incidere realmente sui fenomeni corruttivi. Quindi, o il legislatore è stupido (ogni tanto lo è, ma lascerei questa spiegazione come ultima risorsa), oppure la normativa anticorruzione italiana (e forse non solo italiana) deriva da una analisi della corruzione che non è corretta, oppure è solo parziale.

Credo che la L. 190/2012 derivi da una analisi della corruzione che riduce gli accordi/scambi corruttivi a transazioni tra decisori razionali (che calcolano il proprio interesse scegliendo l’opzione più conveniente, con un esatto calcolo dei costi e dei benefici). Ci sono molti modelli che si fondano su questa visione economica “pura” (che esclude qualunque richiamo a fattori culturali, tra cui rientrano l’etica e le convenzioni morali) [1]:

  • L’analisi di Klitgaard: Livello di corruzione = M(onopoli) + D(iscrezionalità) +A(ccountability)
  • Il modello principale agente: il dipendente pubblico/agente corrotto compie un azzardo morale, sfruttando il proprio vantaggio informativo nei confronti dello Stato/principale, e lavora per favorire un principale occulto (il corruttore)
  • Tutte le analisi basate sulla Teoria dei Giochi, che rappresentano l’accordo tra corrotto e corruttore come l’interazione tra due giocatori, che calcolano i costi e i benefici derivanti dalla legalità o dalla corruzione

Non è che queste analisi siano sbagliate. Ma sono parziali, perché conducono ad una conclusione non corretta: che tutti diventiamo corrotti (o corruttori), quando l’illegalità conviene e quando mancano forme di controllo e di sanzione. E’ una analisi descrive la legalità come la scelta che non paga: una scelta che può essere garantita solo in modo artificiale, aumentando i controlli e le sanzioni riservate all’illegalità.

Fin qui, nulla i male: le cose potrebbero stare proprio così. Gli esseri umani potrebbero essere disonesti per natura. Tuttavia, questa conclusione (che la corruzione è l’esito naturale delle decisioni umane, esclusivamente basate sul calcolo dei costi e benefici, cioè sui guadagni garantiti da certe scelte in certe situazioni) non spiega alcuni fenomeni:

  • Alcuni studi su campioni di esseri umani in carne ed ossa hanno dimostrato che effettivamente le persone sono per natura disoneste, ma fino a un certo punto. Piccole disonestà (non pagare il biglietto dell’autobus, parcheggiare senza pagare, non pagare il canone RAI!) sono tollerabili. Ma esiste una barriera (psicologica? Culturale? Etica?) alla grande disonestà generalizzata: un atto di grande disonestà ci impedirebbe di “guardarci allo specchio al mattino” [2]
  • La nostra esperienza di persone oneste ci dimostra che si può essere onesti anche in un contesto (come quello italiano) in cui l’illegalità è fortemente tollerata e non punita. Inoltre, esistono persone (ad esempio i Whistleblowers) che scelgono di denunciare fatti di corruzione, pur sapendo che la pagheranno cara (cioè scelgono l’opzione meno conveniente).

In sintesi, una teoria che voglia rendere conto della complessità non tanto della corruzione, ma del rapporto che gli esseri umani hanno con la corruzione, dovrebbe rispondere a queste tre domande:

  1. Le persone sono generalmente disoneste, ma non corrotte: in cosa consiste la disonestà delle persone oneste?
  2. I corrotti e i corruttori superano una “soglia”, che separa la piccola disonestà dal crimine (lo stesso vale per assassini, mafiosi, grandi evasori  e riciclatori di denaro nei paradisi fiscali): perché la superano?
  3. Molte persone scelgono di essere più oneste della media dei loro simili (ad esempio continuano a pagare le tasse in un paese in cui l’evasione fiscale è molto diffusa): perché lo fanno? 

Una risposta alla prima domanda, può essere fornita leggendo un altro post presente su questo stesso blog, scritto da Massimo di Rienzo,  che ringrazio ancora per avermi concesso uno spazio nel “suo” @spazioetico… Per il resto, una strategia per salvare “capra e cavoli” (e cercare di rispondere alle restanti due domande) potrebbe essere quella di includere nel “calcolo costi-benefici” i costi morali. Persone diverse associano alle stesse scelte costi morali differenti e quindi scelgono in modo diverso. Ma a me sembra una soluzione che non sta in piedi: i costi morali non sono quantificabili. Inoltre, come è possibile attribuire un costo (dare un valore, fissare un  prezzo) ai valori morali, che non vengono prodotti per essere scambiati o venduti?

I valori si difendono o si perdono: l’economia dei valori è un mercato in cui ognuno si tiene stretto quello che ha, per paura di perderlo: quindi è la negazione del mercato!  Oppure è un mercato in cui i valori si diffondono, ma solo al costo della perdita di altri valori preesistenti. E forse qui sta il bandolo della matassa! La dimensione etico-culturale non può essere inclusa nel calcolo economico dei costi e dei benefici dell’illegalità: le due dimensioni (economica e culturale) sono indipendenti, ma si influenzano a vicenda:

  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi), alcuni comportamenti si impongono su altri, perché conducono le persone a fare delle scelte vantaggiose (=il calcolo dei costi e dei benefici seleziona  alcuni valori ed alcune convenzioni sociali)
  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi) alcuni comportamenti interferiscono (in positivo o in negativo) sul calcolo dei costi e dei benefici, portando alcune persone a fare scelte fortemente disoneste ed altre persone ad essere oneste, al di là di ogni guadagno personale (= la dimensione etico/culturale influenza la razionalità delle scelte)
  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi) alcuni comportamenti possono diffondersi (a discapito di altre convenzioni, altri valori, altri comportamenti) e orientare una società verso la legalità o l’illegalità (=l’etica non conosce una economia di mercato, ma solo una economia in cui, nel tempo, si susseguono diversi tipi di monopolio morale)

Ecco, questo è quello che io sto cercando: una visione che spieghi “l’economia” e “l’etica” della corruzione, senza negare una possibile “economia” ed “etica” dell’integrità. Ma ci sono ancora molte cose che non so e che non capisco. Ma che devono essere capite. Perché la pubblica amministrazione non potrà mai prevenire qualcosa che non conosce o che descrive nel modo sbagliato!

[1] Alcuni di questi modelli sono descritti (in modo comprensibile e divertente) da Alberto Vannucci (Docente di Scienza Politica all’Università di Pisa) sul sito di ILLUMINIAMO LA SALUTE

[2] L’economista Luciano Canova parla di questi fenomeni nel suo libro “Scelgo dunque sono – Guida galattica per gli irrazionali in economia”

 

La disonestà delle persone oneste

7ASi fa un gran parlare in questi giorni di presunti paladini della legalità pizzicati ad intascare mazzette milionarie.

A volte si fa fatica a credere che una persona che conosciamo si sia potuta macchiare di un crimine così orribile come la corruzione. A volte sentiamo dire: “Su quella persona ci avrei messo la mano sul fuoco“.

Ma la frequenza di tali accadimenti ci lascia intendere che non è poi così difficile che questo accada.

Nel 2008 una autorevole ricercatrice di nome Nina Mazar pubblicò un paper dal titolo assai intrigante “La disonestà delle persone oneste“.

La ricercatrice voleva dimostrare che anche le persone oneste, in alcuni particolari contesti, rischiano di diventare (dis)oneste. Mazar proponeva e testava nella sua ricerca la teoria della cosiddetta “manutenzione del concetto-di-se“. Mazar affermava che le persone, in generale, possono comportarsi in maniera disonesta, beneficiando di premi esterni ed interni e di un contesto favorevole, e mantenere al contempo una visione positiva di se stessi nel senso che continuano a percepirsi come individui onesti.

Una dimostrazione concreta. Il Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici stabilisce all’articolo 4 comma 2 che “…il dipendente non chiede, per sé o per altri, regali o altre utilità, neanche di modico valore a titolo di corrispettivo per compiere o per aver compiuto un atto del proprio ufficio da soggetti che possano trarre benefici da decisioni o attività inerenti all’ufficio, né da soggetti nei cui confronti è o sta per essere chiamato a svolgere o a esercitare attività o potestà proprie dell’ufficio ricoperto“.

E’ l’antichissima tradizione dell’ex voto (se l’offerta del regalo o altra utilità è antecedente all’atto) e del “per grazia ricevuta” (se l’offerta del regalo o altra utilità è successiva all’atto) come remunerazione per un “atto amministrativo” che si sta per ricevere o che si è ricevuto (l’atto amministrativo è inteso come “dono” concesso da un’autorità superiore; funzionario=divinità). In questo caso, l’ordinamento giuridico si vuole tutelare da quello che potremmo definire il “mercimonio” di atti dovuti e dalla susseguente perdita di credibilità dell’azione amministrativa.

Questo fenomeno può manifestarsi in varie modalità. Proponiamo qui di seguito un caso concreto (real-life scenario) che utilizziamo nelle attività di formazione generale con “approccio valoriale” che realizziamo con i dipendenti pubblici di varie amministrazioni.

  • Il dottor Rossi è un funzionario dell’Ufficio “Autorizzazione ed accreditamento strutture sanitarie e sociosanitarie” della Regione XY.
  • Purtroppo la moglie del dottor Rossi ha avuto una grave ischemia e le è stata prescritta una ecografia da realizzare con una certa urgenza.
  • Il dottor Rossi ricorda che a breve dovrà accreditare un poliambulatorio in riferimento all’ampliamento delle attività. Accanto ai servizi di diagnostica strumentale, come le ecografie (tra cui anche quella che deve fare la moglie), il titolare del poliambulatorio ha intenzione di attivare servizi di fisioterapia e rieducazione funzionale.
  • Al dottor Rossi viene in mente di chiedere al titolare del poliambulatorio, come sorta di corrispettivo dell’atto di accreditamento che gli sta per concedere (le procedure di verifica hanno comunque dato tutte esito positivo), di poter ricevere la prestazione ecografica per la propria consorte in tempi stretti e con un certo sconto.

Il dottor Rossi è tipicamente una persona di specchiata integrità e mai si sognerebbe di violare una regola del Codice di Comportamento. Tuttavia, in ragione delle particolari circostanze che si vengono a creare, nel suo animo si fa strada proprio quella proposta che per il Codice di Comportamento è “indecente”.

Perché?

Il dottor Rossi può pensare di violare la regola, ad esempio, in ragione del fatto che:

  • non ritiene che quel comportamento sia commendevole dal momento che l’accreditamento avrebbe luogo a prescindere da tale richiesta
  • egli versa in una grave situazione economica e sa già che dovrà affrontare spese elevate per la riabilitazione della moglie
  • altri funzionari del suo stesso ufficio gli hanno confidato di aver ricevuto prestazioni scontate ed in tempi stretti da ambulatori e poliambulatori della zona; sembra che questo comportamento sia una prassi consolidata dell’ufficio
  • il responsabile dell’ufficio, pur a conoscenza di tali comportamenti, ha sempre ritenuto di non dover intervenire in ragione del fatto che il suo orientamento è: “ognuno è responsabile dei propri comportamenti
  • lo stesso titolare del poliambulatorio ha più volte fatto capire, al dottor Rossi e agli altri funzionari, che avrebbe piacere a sdebitarsi, intendendo questo comportamento come un “obbligo morale” ed in ragione delle “conseguenze sociali” che ne deriverebbero se non lo facesse.

Ed ecco che, magicamente, una persona onesta diviene disonesta (nel senso che viola una regola stabilita da un Codice di Comportamento).

Secondo la teoria di Nina Mazar il dottor Rossi potrà comportarsi in maniera disonestà e conservare tuttavia una buona opinione di sè, in ragione del fatto che il contesto, inteso come gli altri funzionari del suo ufficio, la leadership e, in particolare, l’operatore economico locale, avallano (e in un certo senso premiano) quel tipo di comportamento.

Come è abbastanza intuibile, il contesto è fondamentale. E’, come dire, un’autostrada per la violazione. Questo non significa, tuttavia, che a rendere conto della scelta non debba essere l’individuo, che, in piena libertà può comunque scegliere l’opzione più eticamente orientata.

Come dimostra il caso concreto, contesti particolarmente degradati, dal punto di vista dell’integrità, hanno la potenzialità di piegare anche coloro che in altri contesti si sono in passato dimostrati difensori della legalità. Pertanto, ritengo che l’emergere di tali situazioni debba essere considerata una spia di più gravi e perduranti violazioni della legalità.

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