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C’è Capitale e capitale. Storie di mancata prevenzione della corruzione

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di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

Capitale è una parola con significati diversi. Se ha l’iniziale maiuscola (Capitale), significa che stiamo parlando di una città meravigliosa, Roma, Capitale di un Paese meraviglioso, l’Italia.

Se invece ha l’iniziale minuscola (capitale) assume vari significati. Un capitale è la somma di denaro di cui una o più persone, fisiche o giuridiche, dispongono, investita in un’impresa commerciale, industriale, bancaria e simili, o in beni mobili o immobili, allo scopo di produrre un reddito o un interesse. Per estensione il capitale sociale è l’insieme delle risorse di tipo relazionale durature che un attore sociale (individuo, gruppo ecc.) può utilizzare, insieme ad altre risorse, per perseguire i propri fini.

Infine, “capitale” significa anche qualcosa che si riferisce al capo, alla testa, intesa come sede della vita; che comporta la morte: la pena, la sentenza capitale.

Il nuovo stadio della Roma e le vicende corruttive che animano le cronache di questi giorni rischiano di trasformare la parola “Capitale”, intesa come lo scenario all’interno del quale si muovono gruppi di potere, in una sentenza capitale per uno di questi gruppi che del “capitale sociale” avrebbe abusato per perseguire propri fini, cioè l’aumento del proprio capitale. Insomma, un bel paradosso linguistico! Condito dal fatto che nemmeno @spazioetico ne esce completamente estraneo, dal momento che un personaggio dei nostri casi, Mister Wolf, ha preso improvvisamente vita ed ha assunto nella realtà il ruolo del protagonista.

wolf & wolf

Wolf ha come compito principale, almeno nei nostri casi, la risoluzione di importanti asimmetrie informative; ma è anche in una posizione di conflitto di interessi e da quelle asimmetrie informative può trarre un vantaggio proprio o foraggiare gli interessi esterni con cui è collegato. Noi utilizziamo questi scenari per illustrare le basi del meccanismo corruttivo (asimmetria informativa + conflitto di interessi). Spesso ci accorgiamo della profonda inconsapevolezza che anima le platee di dipendenti pubblici e, a volte, di politici che assistono alle nostre presentazioni.

L’evento di corruzione romano, pertanto, non ci stupisce più di tanto. Ci convince, invece e sempre più, a promuovere una prevenzione della corruzione che riesca a trasferire le conoscenze, almeno quelle di base, sul “fenomeno corruzione” con particolare riferimento al conflitto di interessi.

Proveremo a descrivere la dinamica corruttiva di questo evento, con i limiti di avere a disposizione informazioni apprese da mezzi di informazioni, focalizzando l’attenzione sugli interessi in gioco:

  • quelli primari, cioè quelli del cittadino romano che dovrebbero essere interpretati da chi guida politicamente la Capitale,
  • quelli secondari, cioè gli interessi dei costruttori (noti a Roma come “palazzinari” con una vaga accezione negativa che tuttavia si sono conquistati e continuano a conquistarsi egregiamente sul campo),
  • gli interessi secondari di chi si è trovato a gestire la negoziazione pur senza aver ricevuto alcun formale incarico (e questa è già un’anomalia gigantesca, come spiega bene Luigi Oliveri nel suo post), in piena continuità con il passato e (ahimè) con il presente nonostante l’enfasi sul “cambiamento”.

“Conflitti” e “cospirazioni” tra interessi

Una dinamica assai interessante da osservare è come si sia progressivamente trasformato l’interesse primario in questa vicenda.

L’interesse primario di una amministrazione comunale è innanzitutto l’interesse del Principale, cioè del cittadino romano “elettore” che attraverso il voto delega la componente politica (Giunta e Consiglio) ad agire per promuovere i propri interessi.

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Possiamo descrivere tale interesse primario come un “sistema di interessi” così configurabili:

  • ricevere servizi pubblici adeguati; ad esempio, tappare le buche sulle strade, scuole pubbliche dignitose, ecc… che può essere ricompreso nel più generale interesse alla qualità della vita. Parlando di Roma ci rientra anche il non venire sommersi da cubature ulteriori soprattutto in quei luoghi che non hanno le caratteristiche per contenerle,
  • efficienza nella spesa pubblica già ampiamente devastata da scelte scriteriate nel passato.
  • imparzialità, cioè equidistanza della politica dagli interessi privati (in questo caso dei costruttori detti palazzinari) che hanno fatto il bello e cattivo tempo nelle passate stagioni politiche

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La promozione di questi interessi primari era stata, peraltro, alla base della vittoria di una nuova forza politica che si candidava ad interpretare proprio la triade: servizi, efficienza, imparzialità al grido di onestà. L’importante decisione di non candidare Roma per le Olimpiadi, per esempio, era stata fondata proprio su basi logico-razionali che richiamavano da vicino tale interpretazione degli interessi primari.

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Qualcosa di diverso è successo con lo stadio della Roma.

In questo caso una vera e propria campagna pro stadio è stata scatenata da una parte della cittadinanza, da una tifoseria accesa e da fortissimi interessi economici (sempre dei suddetti costruttori palazzinari) tutt’altro che sopiti, anzi, assai arzilli vista la situazione critica in cui versa l’economia del mattone almeno nella Capitale.

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Insomma, la Giunta Capitolina e il Consiglio si trovano a fronteggiare degli interessi secondari molto intensi. E governare significa anche saper dialogare con gli interessi secondari, senza perdere la bussola degli interessi primari.

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Oltretutto è vox populi che il Comune, se si rifiuta di costruire lo stadio, dovrà affrontare una causa milionaria con l’A.S. Roma e questo proprio non se lo può permettere.
Gli interessi primari cominciano ad entrare in conflitto tra loro. In nome dell’interesse primario a “fornire servizi adeguati” sarebbe sensato non fare più il nuovo stadio: si libererebbero risorse da impegnare per tutti i cittadini, anziché favorire l’interesse dei “palazzinari” e delle tifoserie (in contrasto, tra l’altro, con l’interesse primario all’equidistanza). In nome dell’interesse primario all’efficienza (cioè a non sprecare risorse), sarebbe invece sensato costruire lo stadio: si eviterebbe di andare in causa con l’A.S. Roma.

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Inoltre, si verifica una convergenza tra l’interesse primario all’efficienza e gli interessi secondari. E questa convergenza risulterà essere devastante più di qualsiasi conflitto di interessi.

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Tutto questo coacervo di interessi genera una pressione enorme sulla componente politica che entra in DILEMMA. Il dilemma non è cosa da poco visto che si contrappongono ferocemente due componenti importanti del Movimento 5 stelle, i “puri” che avevano contestato fin dall’inizio sia la localizzazione dell’intervento sia, in seguito, le transazioni con i privati per modificare il progetto, che erano state interpretate come “cessioni” a quegli interessi. Dall’altra parte, i “pro-stadio” che, invece, si mostrano, ad un certo punto, possibilisti a patto di ulteriori modifiche strutturali al progetto.
Il dilemma viene risolto in favore della seconda componente. La conclusione di tale dilemma non è stata indolore, dal momento che alcuni dei promotori della componente “puri” vengono estromessi; l’assessore Berdini viene rimosso, una consigliera, Cristina Grancio, che aveva aspramente criticato gli accordi, viene esclusa dal gruppo consiliare.

Quale effetto ha avuto la risoluzione di tale dilemma? Si è generato un nuovo interesse primario che potremmo tradurre in: “fate ‘sto c***o de stadio!” (detto alla romana), che non è, tecnicamente, un interesse primario, ma viene scambiato per tale da quasi tutti, compresi i cittadini romani (tifosi). In una tale “cospirazione” di interessi convergenti, ovviamente, gli interessi primari veri soccombono pesantemente. La localizzazione dell’intervento non è più un problema, il fatto che ci siano in ballo 7 milioni di euro di spesa per le pompe idrovore a carico della cittadinanza, in cambio di cubature al costruttore (palazzinaro), non rappresenta più un problema.

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Entra in scena Mister Wolf

Ma è la caduta rovinosa dell’ultimo interesse primario, l’imparzialità, che genera gli effetti più disastrosi. La Giunta, riconoscendo la propria incapacità a gestire una negoziazione così complessa, si fa aiutare da un semi-noto avvocato, Mister Wolf. Tale avvocato riceve una delega informale a trattare con gli interessi privati.

Fermiamoci un istante. Un soggetto, che non fa parte della componente degli eletti, che ha propri interessi secondari da difendere e da promuovere, viene delegato (informalmente) a gestire la negoziazione con gli interessi privati (e che interessi privati)?

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E’ vero che questa è una pratica assai diffusa, ma è anche l’ora di dire che è del tutto inappropriata, anche qualora non produca alcun evento corruttivo. Quale percezione degli interessi primari potrebbe mai avere tale personaggio? E’ vero che la componente politica avrebbe potuto indicarglieli con forza, ma ricordiamo che il contesto, in quel momento, ha trasformato gli interessi primari, promuovendo con forza l’interesse: “fate ‘sto c***o de stadio!”. Non si tratta di escludere qualsivoglia supporto tecnico da parte di professionisti esterni, ma MAI lasciarli operare in solitudine. Di fronte all’interesse privato, l’interesse pubblico deve essere sempre rappresentato dalla presenza (fisica) dell’eletto e da meccanismi di riduzione delle asimmetrie informative come, ad esempio, la trasparenza delle transazioni. Anche perché solo l’eletto o un vertice amministrativo o qualcuno di formalmente incaricato a trattare si troverebbe nel ruolo di pubblico ufficiale.

In linea con questo approccio non formalistico è utile sottolineare come anche la stessa leadership del Movimento 5 stelle sia, di fatti, anch’essa “informale”, nel senso che non è stata votata da nessuno, né ha un titolo costituzionale a rappresentare chicchessia.

Dunque, abbiamo una componente politica decisamente inconsapevole (fattore di rischio che noi chiamiamo “carenza operativa”), che, in un contesto di generale opacità (le carte vengono secretate, in particolare il parere dell’avvocatura capitolina in merito alle penali da pagare) e sotto la pressione di un interesse fortissimo alla costruzione dello stadio, si affida ad un soggetto privato per la negoziazione con interessi privati che si sono mostrati estremamente permeabili, nella storia della Capitale recente e meno recente, a condotte corruttive. Vuol dire consegnarsi al demonio.

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Peraltro, Mister Wolf ha degli evidenti interessi secondari riconducibili tutti alla sua attività professionale di avvocato e mossi, probabilmente, da un forte interesse-guida: l’essere in grado di esercitare un potere in un contesto dove può soddisfare l’ambizione di contare qualcosa (interesse-guida potentissimo). Tale interesse verrà ampiamente soddisfatto, a seguito della negoziazione andata a buon fine e proprio in ragione della brillante capacità di intervento, con la presidenza dell’ACEA, nota municipalizzata romana. A proposito, non sarebbe il caso di essere così espliciti nel dichiarare che la presidenza di un’organizzazione che gestisce risorse pubbliche così importante viene affidata sulla base di un “premio” e non magari sulla competenza e sull’esperienza.

Gli interessi secondari di Mister Wolf convergono con gli interessi secondari di numerosi componenti politici e tecnici: il vicepresidente del Consiglio regionale, il titolare della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Capitale (che poi rimuoverà i vincoli paesaggistici sulle tribune dell’ippodromo) e molti altri, di schieramenti politici diversi (anche questo è piuttosto tipico). Tutto viene foraggiato dal noto palazzinaro, il quale ci prova anche a Milano ricevendo un due di picche dall’assessore.

Espelliamo la mela marcia!

La misura “capitale” che è stata adottata è l’immediata esclusione di mister Wolf da ogni incarico, almeno finché non si chiarirà la sua posizione. Ma noi sappiamo bene che il problema non si risolve con il meccanismo noto come: “Espelliamo la mela marcia”. Come afferma mirabilmente Leonardo Ferrante in un post: [“Chi ha sbagliato deve pagare”. Ma la corruzione non è uno sbaglio, non è un errore incidentale di valutazione o di giudizio, non è un equivoco: è un’intenzione precisa e prolungata. Dichiarazioni di questo tipo, pur con il merito di dare la sensazione di una reazione, rischiano di far passare l’idea che per combattere il malaffare basti “fermare” o “espellere” un corpo, piuttosto che far inceppare un sistema reticolare. A Roma, in Italia, il problema è sistemico e richiederebbe una strategia, istituzionale e civica, sistemica.]

Perché la percezione dell’interesse primario di questi personaggi subisce un così feroce depotenziamento, anche se in partenza sembrano essere affidabili, capaci e, tutto sommato, integri? Il problema è costituito, prevalentemente, dall’aver posto un’aspettativa insostenibile, cioè l’essere onesti prima di confrontarsi con il potere. Abramo Lincoln affermava: “Se vuoi scoprire di che pasta è fatto un uomo, mettigli il potere nelle mani“.

Muel Kaptein, uno che si intende molto di integrità e dei meccanismi che mettono a rischio l’integrità delle persone, dice che gli “eletti dal popolo” che iniziano il loro lavoro animati da spirito idealistico corrono il rischio di vedere frustrate le proprie intenzioni perché, magari, raggiungono risultati minori rispetto alle attese, vengono criticati e per questo diventano cinici, persino paranoici rispetto alla condotta dei propri collaboratori. Sembra che Kaptein si sia fatto una breve vacanza a Roma.

Sono fenomeni ormai assai noti. Noi li abbiamo inseriti molto spesso nelle nostre presentazioni perché spiegano molto bene il deterioramento dell’integrità delle persone o, come preferiamo chiamarla, la disonestà delle persone oneste.

La prevenzione della corruzione ai tempi di Mr. Wolf

Quale “morale” possiamo trarre da questa triste (ennesima) tragedia capitolina?

La vicenda è un combinato di “ansia da prestazione” e inconsapevolezza che trasforma gli interessi primari (Capitale) e inserisce un network di persone (capitale sociale) che, in un clima di opacità, dimostrano di possedere potentissimi interessi secondari. Il tutto, una volta emerso, viene gestito attraverso la teoria della mela marcia (pena capitale). Insomma, tutte situazioni che dovrebbero essere “codificate” dalla prevenzione della corruzione. In particolare:

  • organizzazione del processo +
  • analisi degli interessi primari e secondari +
  • etica e consapevolezza degli individui.

Prevenzione della corruzione che, invece, è rimasta alla finestra a certificare una sostanziale fattibilità dell’opera. Con la conseguenza che nessun ruolo ha giocato in questa vicenda in presenza di anomalie gigantesche e di un rischio corruttivo elevatissimo.
Allora, come dovrebbe funzionare la prevenzione della corruzione ai tempi di Mr. Wolf?

Innanzitutto , per prevenire la corruzione, non è sufficiente puntare sull’onestà delle persone. Occorre combinare una serie di attività che che non si concentrano solo sulle persone (teoria della mela marcia), ma anche sul sistema in cui le persone agiscono:

  • analizzare il contesto e garantire adeguati livelli di trasparenza (delle decisioni pubbliche e delle interazioni tra pubblico e privato),
  • identificare chiaramente gli interessi primari e secondari (facendo molta attenzione ai conflitti tra interessi primari e alle convergenze tra interessi primari e secondari),
  • valutare attentamente il rischio corruttivo espresso dalle controparti (specialmente se la tua controparte sono i “palazzinari” romani),
  • gestire con attenzione le deleghe, evitando di assegnare a soggetti privati un potere informale,che consente loro di sostituirsi agli agenti pubblici (politici eletti e funzionari dell’amministrazione).

Potete farvi un’idea di che cosa @spazioetico intende con “prevenzione della corruzione” consultando il Decalogo che abbiamo realizzato per la Sanità.

E comunque, DI QUESTO PARLEREMO PIÙ’ DIFFUSAMENTE IN UN PROSSIMO POST.

Dialoghi sul conflitto di interessi (Parte terza). Comparare l’intensità degli interessi

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…Leggi la prima parte dei dialoghi
…Leggi la seconda parte dei dialoghi

PARTE TERZA

Nel post precedente abbiamo cominciato a dialogare sul conflitto di interessi. Oggi riprendiamo il discorso, lasciato a metà, per approfondire alcuni argomenti. Vedremo come si può rappresentare l’intensità degli interessi, in che modo gli interessi si sommano, per guidare i processi decisionali e, infine, capiremo perché si generano i conflitti di interesse. Questa volta il post è un po’ più lungo dei precedenti… perché il gioco si sta facendo più duro, il dialogo più serrato, man mano che il viaggio continua…

MASSIMO: Caro Andrea, gli interessi possono essere più o meno forti. E’ una esperienza che facciamo tutti i giorni… Vorrei andare al cinema, ma poi preferisco uscire a bere una birra con gli amici … Vorrei fare un pisolino di domenica pomeriggio, ma poi preferisco andare al parco con i miei figli… In tutti questi casi ho due interessi, ma penso che uno dei due sia più importante e decido di conseguenza. Come possiamo descrivere questo fenomeno?

ANDREA: Chiameremo intensità l’importanza (soggettiva) che una persona associa ad un proprio interesse. L’intensità di un interesse non si può misurare come si misura il calore di un liquido o l’altezza di un mobile. Però gli interessi si possono paragonare tra loro. Dati due interessi, a e b, ci sono solo tre possibilità:

  • a > b,  a è più intenso di b
  • a < b, a è meno intenso di b
  • a = b, a e b hanno la stessa intensità

I simboli “=”, “>” e “<” servono per paragonare tra loro le intensità degli interessi: in particolare, “a=b” non significa che a e b sono lo stesso interesse, ma che a e b, pur essendo interessi diversi, hanno la stessa intensità. Quindi, possiamo dire, per brevità, che a e b sono interessi equivalenti (o che a=b è una equivalenza di interessi), ma sempre ricordandoci che ad essere equivalente è solo l’intensità.

MASSIMO: Fammi capire! Se possiamo confrontare le intensità, allora possiamo anche prevedere quale sarà l’esito di un processo decisionale in cui interviene più di un interesse. Giusto?

ANDREA: Esattamente! Anche se dobbiamo sempre ricordare che l’intensità di un interesse è soggettiva. Quindi, se non sappiamo esattamente l’intensità degli interessi di una persona, possiamo solo immaginare degli scenari e procedere per simulazioni. Ad ogni modo, fissati i valori dell’intensità, il resto viene da sé!

MASSIMO: Mi puoi fare un esempio?

ANDREA: Certamente! Eccolo qui:

tramSono per strada a Milano, vedo un tram, ma non ho il biglietto. Avrei interesse a non prendere multe (perché ne ho già prese troppe questo mese). Tuttavia sono in ritardo e se arrivo tardi in ufficio mi licenziano.orario

 

Cosa faccio: prendo il tram o non lo prendo?

Il mio processo decisionale, in questo caso, è orientato da due interessi:

  • m = l’interesse a non prendere multe
  • u = l’interesse ad arrivare presto in ufficio

I due interessi reagiscono in modo opposto alla possibilità di prendere il tram:

  • m diventa  negativo (m), perché se salgo sul tram senza biglietto potrei prendere l’ennesima multa;
  • u diventa positivo (u+), perché se salgo sul tram posso arrivare in orario in ufficio.

Quando due interessi reagiscono in modo opposto di fronte a un comportamento A, diremo che A polarizza i due interessi, oppure, in modo equivalente, che i due interessi sono polarizzati. Quando  due interessi sono polarizzati, ciascuno dei due interessi, se assunto come unico criterio di scelta, condurrà ad una decisione diversa. La struttura del mio processo decisionale sarà la seguente:

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In questa situazione è logico pensare che entri in gioco l’intensità degli interessi: l’interesse più forte vince sull’interesse più debole.

Sicuramente, nella situazione che ti ho descritto, io non voglio prendere una multa, ma se mi licenziano il danno sarà maggiore. Inoltre, prenderò la multa solo se sul tram salirà il controllore, invece, in caso di ritardo, il licenziamento è certo. Quindi è probabile che, paragonando tra loro gli interessi m e u, io ottenga questo:

u+ > m, l’interesse ad arrivare in orario in ufficio è più intenso dell’interesse a non prendere una multa

Il processo decisionale avrà, quindi il seguente esito:

post3_2

MASSIMO: Quindi… prenderai il tram e accetterai il rischio di prenderti una multa!

ANDREA: Però si tratta solo di una simulazione… gli interessi “tendono” a orientare le decisioni, ma nella realtà ci sono anche altri criteri (i valori individuali, l’ethos, i comportamenti degli altri, il rispetto delle regole), che potrebbero influenzare la mia scelta e convincermi che è meglio andare a piedi.

MASSIMO: Adesso non cominciare a fare il “santerello”, Andrea! Sono certo che il tram lo prenderesti, per non essere licenziato, anche nella realtà!

ANDREA: Te lo confermo… con buona pace del fatto che tengo corsi sulla legalità!

MASSIMO: Io la chiamo “disonestà delle persone oneste”. Ma credo che ne parleremo in seguito. Torniamo, piuttosto, al nostro argomento. E se anziché due interessi, ce ne fossero tre? Potremmo prevedere l’esito del processo decisionale?

Quando in un processo decisionale sono coinvolti più interessi, i livelli degli interessi che hanno la stessa carica (positiva/negativa) possono essere sommati e sarà selezionato il comportamento che è compatibile con gli interessi che, sommati, hanno il livello maggiore. Immaginiamo questo scenario:

  • ci sono 3 interessi: b, c, d
  • b = c > d
  • [INPUT, A?, (b+, c,d+), (A/Non A)]

Il comportamento A polarizza gli interessi: b e d diventano positivi, mentre c diventa negativo. Inoltre, b e c sono equivalenti e ciascuno di essi ha una intensità maggiore dell’interesse d.

Gli interessi b+ e d+  si sommano ed è facile vedere che b+ + d+ > c . Quindi, il processo decisionale sceglierà A e la struttura della decisione avrà sarà la seguente:

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MASSIMO: Però c’è una cosa che non mi torna, nel tuo ragionamento: negli esempi che hai fatto, tutti gli interessi diventano positivi o negativi, in presenza di un certo comportamento. Ma le persone hanno moltissimi interessi: intervengono tutti in tutti i processi decisionali, oppure “selezioniamo”, di volta in volta, solo gli interessi più rilevanti? E come possiamo capire quali sono gli interessi rilevanti?

ANDREA: Hai ragione, Massimo. Stavo semplificando troppo. In realtà, i processi decisionali sono guidati da un numero limitato di interessi. E ti spiego perché.

L’intensità degli interessi varia nel tempo. Può aumentare, ma può anche diminuire, influenzata dagli eventi della vita. La variazione di intensità degli interessi nel tempo può essere rappresentata con un grafico:

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Per farti capire come si possono rappresentare queste variazioni, farò ancora una volta riferimento ai miei interessi. Per comodità, ogni interesse sarà identificato con una lettera dell’alfabeto:

  • s = il mio interesse a sapere qual è lo smalto per unghie all’ultima moda è sempre stato minimo;
  • c = il mio interesse ad imparare a suonare la chitarra era molto intenso nel 1990 (tanto che sono andato a prendere lezioni di chitarra), mentre nel 2017 è abbastanza intenso (ma non abbastanza per iscrivermi a un corso d chitarra);
  • b = il mio interesse per il ballo è sorto nel 2008 ed è cresciuto fino a diventare molto intenso nel 2017;
  • m = il mio interesse ad avere abbastanza soldi, ogni mese, per pagare il mutuo è sorto nel 2015 ed è stato sempre molto intenso.

Ecco la rappresentazione grafica della variazione nel tempo dei miei interessi:

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MASSIMO: Andrea, aspetta, aspetta! Fammi provare anche a me. Dunque, allora…

s = il mio interesse a conoscere chi è il vincitore del festival di Sanremo, che è sempre stato minimo;

f = il mio interesse ad imparare il francese era molto intenso nel 1985, tanto che mi ero iscritto ad un corso, perché avevo la fidanzata francese; mentre nel 2017 è abbastanza intenso, ma non abbastanza per iscrivermi a un corso, perché la fidanzata francese non ce l’ho più da un bel pezzo;

c = il mio interesse per la prevenzione della corruzione è sorto nel 2009 ed è cresciuto fino a diventare molto intenso nel 2017;

t = il mio interesse ad avere abbastanza soldi, ogni tre mesi, per pagare le tasse, è sorto nel 2010 ed è stato sempre (sigh!) molto intenso.

Ed ecco la rappresentazione grafica della variazione nel tempo dei miei interessi:

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Allora, che ne pensi?

Andrea: ottimo Massimo. Vedo che hai imparato subito. Certo che constatare di avere le tasse come interesse-guida non deve essere stato facile… Ma andiamo avanti!

Se il livello di un interesse è particolarmente basso, il suo contributo al processo decisionale è talmente irrilevante, da poter essere considerato nullo. Se mi interessa imparare la chitarra, ma non abbastanza da decidere di iscrivermi ad un corso di chitarra… allora è come se non mi interessasse imparare a suonare la chitarra.

Questa idea può essere formalizzata dicendo che esiste un livello-soglia di intensità degli interessi sotto il quale gli interessi rimangono inattivi. Se l’intensità cresce oltre la soglia, allora l’interesse si attiva e può contribuire al processo decisionale. Nel seguente grafico l’area al di sotto del livello-soglia, sotto il quale gli interessi rimangono inattivi, è identificato dall’area azzurra:

post3_6Quindi, solo gli interessi che hanno una intensità sopra soglia possono intervenire nei processi decisionali. Ma non è detto che lo facciano. Infatti, non tutti gli interessi diventano positivi o negativi: quelli che non sono né lesi, né favoriti dalla decisione semplicemente non partecipano al processo decisionale. In pratica, le persone gestiscono i processi decisionali usando solo una minima parte dei propri interessi. E questo rende più “snelli” ed “economici” i processi decisionali

MASSIMO: Puoi fare un esempio, per spiegare questo ultimo passaggio?

ANDREA: Te ne faccio subito uno:

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E’ venerdì sera. Schroeder e Linus decidono di uscire a cena. Schroeder ama moltissimo suonare il pianoforte, ma essendo ora di cena ha anche un sacco di fame.

Quindi, i due interessi che possono influenzare i processi decisionali di Schroeder  sono:

  • c: l’interesse a cenare
  • k: l’interesse a suonare il pianoforte.

Ipotizziamo che entrambi gli interessi siano molto elevati e che k > c (Schroeder  preferisce suonare il pianoforte, piuttosto che mangiare)

post3_8SCENARIO 1: Schroeder e Linus entrano in un ristorante, ma il proprietario dice che devono aspettare almeno mezz’ora, prima di potersi sedere. Dall’altro lato della strada c’è un locale vuoto. Schroeder non ha con sé il suo mini-pianoforte. Cosa farà Schroeder?

In questo primo caso, l’unico interesse che interviene nel processo decisionale è c (l’interesse a cenare). Questo interesse reagirà positivamente all’idea di cambiare ristorante:

  • [“ho fame, ma devo aspettare mezz’ora”, “Cambio ristorante?” c+, “cambio ristorante”]

L’interesse k (suonare il pianoforte) non è coinvolto nel processo decisionale, perché la scelta tra cambiare ristorante o aspettare mezz’ora non influisce sull’interesse di suonare il pianoforte: Schroeder, in ogni caso, non avrà un pianoforte da suonare.

post3_9SCENARIO 2: Schroeder  e Linus entrano in un ristorante e il proprietario dice che devono aspettare almeno mezz’ora, prima di potersi sedere. Dall’altro lato della strada c’è un locale vuoto. Ma nel ristorante c’è un pianoforte che Schroeder  può suonare.

In questo secondo caso interviene anche l’interesse k (suonare il pianoforte). Che reagisce negativamente all’ipotesi di cambiare ristorante. Schroeder deve aspettare mezz’ora per mangiare, ma nel frattempo può fare la cosa che preferisce in assoluto: suonare il pianoforte!

[“ho fame, devo aspettare mezz’ora, ma nel ristorante c’è un pianoforte”, “Cambio ristorante?”, k > c+, “non cambio ristorante”]

MASSIMO: Adesso è tutto più chiaro. Se non ho un pianoforte, l’interesse a suonare un pianoforte non interviene nel processo decisionale. Lo capirebbe anche un bambino. Invece, c’è una cosa che proprio non capisco: perché fino ad ora abbiamo sempre escluso l’ipotesi che due interessi abbiano la stessa intensità? Cosa succederebbe in questo caso?

ANDREA: Ti rispondo con un’altra domanda (perché sono un filosofo). Ho sempre ipotizzato una differenza di intensità, perché se due interessi sono equivalenti, ma sono uno positivo e l’altro negativo, allora non possiamo più prevedere quale sarà l’esito del processo decisionale. Secondo te questo, cosa vuol dire?

MASSIMO: Dunque… fammi pensare. Secondo me questo vuol dire che abbiamo scoperto perché si generano i conflitti di interesse!

ANDREA: Esatto! I conflitti di interessi nel settore pubblico si possono generare in presenza di:

  • un interesse privato (a), che ha la stessa intensità di un interesse pubblico (p)
  • un processo decisionale che “polarizza” gli interessi (per esempio, p+ = a)

Come al solito, possiamo assegnare una struttura al processo decisionale che genera il conflitto di interesse, e in questo caso l’output della decisione sarà “???”, perché il conflitto di interessi sfocia in un dilemma:

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Ciò che genera il conflitto di interessi è l’equivalenza p+ = a.  Il comportamento A polarizza i due interessi che, però, hanno la stessa intensità. Nessuno dei due interessi vince sull’altro.

Se potessi considerare solo p+, sceglierei A.

Se potessi considerare solo a, sceglierei Non-A.

Ma devo considerare entrambi gli interessi che, sommandosi, si annullano, come due forze che hanno la stessa intensità, ma direzione opposta. E non riesco più a decidere.

MASSIMO: Molto interessante!

ANDREA: Il conflitto di interessi è una situazione “instabile”. Genera un dilemma e quindi, le persone metteranno in atto delle strategie, per poter decidere. La prima strategia possibile è scegliere un comportamento alternativo, che non polarizza gli interessi equivalenti. Ad esempio, si potrebbe scegliere un comportamento B, alternativo al comportamento A, tale che:

  • [INPUT, B?, (p+ = a+), B]

Questa strategia è la più utilizzata, per risolvere i conflitti di interesse nella sfera privata: se la mia fidanzata vuole andare in pizzeria, ma io sono stanco e voglio restare a casa, un buon compromesso può essere farci recapitare a casa due pizze.

Purtroppo, in una pubblica amministrazione, non sempre è possibile adottare questa strategia: l’agente pubblico che, nell’esercizio della sua funzione, cade in un dilemma generato da una equivalenza di interessi non può scegliere un comportamento alternativo e uscire dal dilemma, perché l’agire pubblico è vincolato da leggi, procedure o prassi procedimentali.

Quindi, la strategia che l’agente pubblico deve adottare è più drastica, ma anche più pericolosa: deve rompere l’equivalenza di interessi.

MASSIMO: Ma questo rappresenta un grosso rischio! L’agente pubblico non può essere lasciato solo, nell’adottare questa strategia. Infatti, se l’equilibrio si rompe a favore dell’interesse privato, cioè se a > p, il conflitto di interessi potrebbe evolvere in corruzione!

ANDREA: Esatto! La struttura di un processo decisionale “corrotto” potrebbe infatti essere questa:

  •  [INPUT, A?, (a+ > p), A] (l’agente pubblico sceglie un comportamento che favorisce un interesse privato a discapito dell’interesse pubblico)

MASSIMO: Caro Andrea, direi che adesso abbiamo tutti le idee più chiare, in merito ai conflitti di interesse. Però, per capire se la nostra analisi è corretta, dovremmo prendere un caso concreto ed analizzarlo usando il tuo metodo: identificando gli interessi equivalenti e i comportamenti che li polarizzano…

ANDREA: Sei tu l’appassionato di casi: inventane uno e lo analizziamo. La prossima volta, però. Adesso devo correre in stazione: tra mezzora parte il treno per Milano e non ho ancora fatto il biglietto…

Vai alla quarta parte dei dialoghi…

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Perché si diventa corrotti (o corruttori?)

Perché le persone corrompono o si fanno corrompere. Bella domanda! Ed io vorrei condividere con i lettori del blog di @spazioetico alcune riflessioni su questo tema.

Il Legislatore, nell’elaborare il contenuto della Legge 190/2012 e dei suoi decreti attuativi, credeva probabilmente di avere già una risposta a questa domanda ed ha imposto alla Pubblica Amministrazione una serie di adempimenti (=cioè di controlli obbligatori e generalizzati a tutti i destinatari della normativa) che non sembrano incidere realmente sui fenomeni corruttivi. Quindi, o il legislatore è stupido (ogni tanto lo è, ma lascerei questa spiegazione come ultima risorsa), oppure la normativa anticorruzione italiana (e forse non solo italiana) deriva da una analisi della corruzione che non è corretta, oppure è solo parziale.

Credo che la L. 190/2012 derivi da una analisi della corruzione che riduce gli accordi/scambi corruttivi a transazioni tra decisori razionali (che calcolano il proprio interesse scegliendo l’opzione più conveniente, con un esatto calcolo dei costi e dei benefici). Ci sono molti modelli che si fondano su questa visione economica “pura” (che esclude qualunque richiamo a fattori culturali, tra cui rientrano l’etica e le convenzioni morali) [1]:

  • L’analisi di Klitgaard: Livello di corruzione = M(onopoli) + D(iscrezionalità) +A(ccountability)
  • Il modello principale agente: il dipendente pubblico/agente corrotto compie un azzardo morale, sfruttando il proprio vantaggio informativo nei confronti dello Stato/principale, e lavora per favorire un principale occulto (il corruttore)
  • Tutte le analisi basate sulla Teoria dei Giochi, che rappresentano l’accordo tra corrotto e corruttore come l’interazione tra due giocatori, che calcolano i costi e i benefici derivanti dalla legalità o dalla corruzione

Non è che queste analisi siano sbagliate. Ma sono parziali, perché conducono ad una conclusione non corretta: che tutti diventiamo corrotti (o corruttori), quando l’illegalità conviene e quando mancano forme di controllo e di sanzione. E’ una analisi descrive la legalità come la scelta che non paga: una scelta che può essere garantita solo in modo artificiale, aumentando i controlli e le sanzioni riservate all’illegalità.

Fin qui, nulla i male: le cose potrebbero stare proprio così. Gli esseri umani potrebbero essere disonesti per natura. Tuttavia, questa conclusione (che la corruzione è l’esito naturale delle decisioni umane, esclusivamente basate sul calcolo dei costi e benefici, cioè sui guadagni garantiti da certe scelte in certe situazioni) non spiega alcuni fenomeni:

  • Alcuni studi su campioni di esseri umani in carne ed ossa hanno dimostrato che effettivamente le persone sono per natura disoneste, ma fino a un certo punto. Piccole disonestà (non pagare il biglietto dell’autobus, parcheggiare senza pagare, non pagare il canone RAI!) sono tollerabili. Ma esiste una barriera (psicologica? Culturale? Etica?) alla grande disonestà generalizzata: un atto di grande disonestà ci impedirebbe di “guardarci allo specchio al mattino” [2]
  • La nostra esperienza di persone oneste ci dimostra che si può essere onesti anche in un contesto (come quello italiano) in cui l’illegalità è fortemente tollerata e non punita. Inoltre, esistono persone (ad esempio i Whistleblowers) che scelgono di denunciare fatti di corruzione, pur sapendo che la pagheranno cara (cioè scelgono l’opzione meno conveniente).

In sintesi, una teoria che voglia rendere conto della complessità non tanto della corruzione, ma del rapporto che gli esseri umani hanno con la corruzione, dovrebbe rispondere a queste tre domande:

  1. Le persone sono generalmente disoneste, ma non corrotte: in cosa consiste la disonestà delle persone oneste?
  2. I corrotti e i corruttori superano una “soglia”, che separa la piccola disonestà dal crimine (lo stesso vale per assassini, mafiosi, grandi evasori  e riciclatori di denaro nei paradisi fiscali): perché la superano?
  3. Molte persone scelgono di essere più oneste della media dei loro simili (ad esempio continuano a pagare le tasse in un paese in cui l’evasione fiscale è molto diffusa): perché lo fanno? 

Una risposta alla prima domanda, può essere fornita leggendo un altro post presente su questo stesso blog, scritto da Massimo di Rienzo,  che ringrazio ancora per avermi concesso uno spazio nel “suo” @spazioetico… Per il resto, una strategia per salvare “capra e cavoli” (e cercare di rispondere alle restanti due domande) potrebbe essere quella di includere nel “calcolo costi-benefici” i costi morali. Persone diverse associano alle stesse scelte costi morali differenti e quindi scelgono in modo diverso. Ma a me sembra una soluzione che non sta in piedi: i costi morali non sono quantificabili. Inoltre, come è possibile attribuire un costo (dare un valore, fissare un  prezzo) ai valori morali, che non vengono prodotti per essere scambiati o venduti?

I valori si difendono o si perdono: l’economia dei valori è un mercato in cui ognuno si tiene stretto quello che ha, per paura di perderlo: quindi è la negazione del mercato!  Oppure è un mercato in cui i valori si diffondono, ma solo al costo della perdita di altri valori preesistenti. E forse qui sta il bandolo della matassa! La dimensione etico-culturale non può essere inclusa nel calcolo economico dei costi e dei benefici dell’illegalità: le due dimensioni (economica e culturale) sono indipendenti, ma si influenzano a vicenda:

  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi), alcuni comportamenti si impongono su altri, perché conducono le persone a fare delle scelte vantaggiose (=il calcolo dei costi e dei benefici seleziona  alcuni valori ed alcune convenzioni sociali)
  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi) alcuni comportamenti interferiscono (in positivo o in negativo) sul calcolo dei costi e dei benefici, portando alcune persone a fare scelte fortemente disoneste ed altre persone ad essere oneste, al di là di ogni guadagno personale (= la dimensione etico/culturale influenza la razionalità delle scelte)
  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi) alcuni comportamenti possono diffondersi (a discapito di altre convenzioni, altri valori, altri comportamenti) e orientare una società verso la legalità o l’illegalità (=l’etica non conosce una economia di mercato, ma solo una economia in cui, nel tempo, si susseguono diversi tipi di monopolio morale)

Ecco, questo è quello che io sto cercando: una visione che spieghi “l’economia” e “l’etica” della corruzione, senza negare una possibile “economia” ed “etica” dell’integrità. Ma ci sono ancora molte cose che non so e che non capisco. Ma che devono essere capite. Perché la pubblica amministrazione non potrà mai prevenire qualcosa che non conosce o che descrive nel modo sbagliato!

[1] Alcuni di questi modelli sono descritti (in modo comprensibile e divertente) da Alberto Vannucci (Docente di Scienza Politica all’Università di Pisa) sul sito di ILLUMINIAMO LA SALUTE

[2] L’economista Luciano Canova parla di questi fenomeni nel suo libro “Scelgo dunque sono – Guida galattica per gli irrazionali in economia”

 

La disonestà delle persone oneste

7ASi fa un gran parlare in questi giorni di presunti paladini della legalità pizzicati ad intascare mazzette milionarie.

A volte si fa fatica a credere che una persona che conosciamo si sia potuta macchiare di un crimine così orribile come la corruzione. A volte sentiamo dire: “Su quella persona ci avrei messo la mano sul fuoco“.

Ma la frequenza di tali accadimenti ci lascia intendere che non è poi così difficile che questo accada.

Nel 2008 una autorevole ricercatrice di nome Nina Mazar pubblicò un paper dal titolo assai intrigante “La disonestà delle persone oneste“.

La ricercatrice voleva dimostrare che anche le persone oneste, in alcuni particolari contesti, rischiano di diventare (dis)oneste. Mazar proponeva e testava nella sua ricerca la teoria della cosiddetta “manutenzione del concetto-di-se“. Mazar affermava che le persone, in generale, possono comportarsi in maniera disonesta, beneficiando di premi esterni ed interni e di un contesto favorevole, e mantenere al contempo una visione positiva di se stessi nel senso che continuano a percepirsi come individui onesti.

Una dimostrazione concreta. Il Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici stabilisce all’articolo 4 comma 2 che “…il dipendente non chiede, per sé o per altri, regali o altre utilità, neanche di modico valore a titolo di corrispettivo per compiere o per aver compiuto un atto del proprio ufficio da soggetti che possano trarre benefici da decisioni o attività inerenti all’ufficio, né da soggetti nei cui confronti è o sta per essere chiamato a svolgere o a esercitare attività o potestà proprie dell’ufficio ricoperto“.

E’ l’antichissima tradizione dell’ex voto (se l’offerta del regalo o altra utilità è antecedente all’atto) e del “per grazia ricevuta” (se l’offerta del regalo o altra utilità è successiva all’atto) come remunerazione per un “atto amministrativo” che si sta per ricevere o che si è ricevuto (l’atto amministrativo è inteso come “dono” concesso da un’autorità superiore; funzionario=divinità). In questo caso, l’ordinamento giuridico si vuole tutelare da quello che potremmo definire il “mercimonio” di atti dovuti e dalla susseguente perdita di credibilità dell’azione amministrativa.

Questo fenomeno può manifestarsi in varie modalità. Proponiamo qui di seguito un caso concreto (real-life scenario) che utilizziamo nelle attività di formazione generale con “approccio valoriale” che realizziamo con i dipendenti pubblici di varie amministrazioni.

  • Il dottor Rossi è un funzionario dell’Ufficio “Autorizzazione ed accreditamento strutture sanitarie e sociosanitarie” della Regione XY.
  • Purtroppo la moglie del dottor Rossi ha avuto una grave ischemia e le è stata prescritta una ecografia da realizzare con una certa urgenza.
  • Il dottor Rossi ricorda che a breve dovrà accreditare un poliambulatorio in riferimento all’ampliamento delle attività. Accanto ai servizi di diagnostica strumentale, come le ecografie (tra cui anche quella che deve fare la moglie), il titolare del poliambulatorio ha intenzione di attivare servizi di fisioterapia e rieducazione funzionale.
  • Al dottor Rossi viene in mente di chiedere al titolare del poliambulatorio, come sorta di corrispettivo dell’atto di accreditamento che gli sta per concedere (le procedure di verifica hanno comunque dato tutte esito positivo), di poter ricevere la prestazione ecografica per la propria consorte in tempi stretti e con un certo sconto.

Il dottor Rossi è tipicamente una persona di specchiata integrità e mai si sognerebbe di violare una regola del Codice di Comportamento. Tuttavia, in ragione delle particolari circostanze che si vengono a creare, nel suo animo si fa strada proprio quella proposta che per il Codice di Comportamento è “indecente”.

Perché?

Il dottor Rossi può pensare di violare la regola, ad esempio, in ragione del fatto che:

  • non ritiene che quel comportamento sia commendevole dal momento che l’accreditamento avrebbe luogo a prescindere da tale richiesta
  • egli versa in una grave situazione economica e sa già che dovrà affrontare spese elevate per la riabilitazione della moglie
  • altri funzionari del suo stesso ufficio gli hanno confidato di aver ricevuto prestazioni scontate ed in tempi stretti da ambulatori e poliambulatori della zona; sembra che questo comportamento sia una prassi consolidata dell’ufficio
  • il responsabile dell’ufficio, pur a conoscenza di tali comportamenti, ha sempre ritenuto di non dover intervenire in ragione del fatto che il suo orientamento è: “ognuno è responsabile dei propri comportamenti
  • lo stesso titolare del poliambulatorio ha più volte fatto capire, al dottor Rossi e agli altri funzionari, che avrebbe piacere a sdebitarsi, intendendo questo comportamento come un “obbligo morale” ed in ragione delle “conseguenze sociali” che ne deriverebbero se non lo facesse.

Ed ecco che, magicamente, una persona onesta diviene disonesta (nel senso che viola una regola stabilita da un Codice di Comportamento).

Secondo la teoria di Nina Mazar il dottor Rossi potrà comportarsi in maniera disonestà e conservare tuttavia una buona opinione di sè, in ragione del fatto che il contesto, inteso come gli altri funzionari del suo ufficio, la leadership e, in particolare, l’operatore economico locale, avallano (e in un certo senso premiano) quel tipo di comportamento.

Come è abbastanza intuibile, il contesto è fondamentale. E’, come dire, un’autostrada per la violazione. Questo non significa, tuttavia, che a rendere conto della scelta non debba essere l’individuo, che, in piena libertà può comunque scegliere l’opzione più eticamente orientata.

Come dimostra il caso concreto, contesti particolarmente degradati, dal punto di vista dell’integrità, hanno la potenzialità di piegare anche coloro che in altri contesti si sono in passato dimostrati difensori della legalità. Pertanto, ritengo che l’emergere di tali situazioni debba essere considerata una spia di più gravi e perduranti violazioni della legalità.

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