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Il primo FOIA (Freedom Of Information Act) è svedese

Chydenius

“Una libertà frammentata non è libertà, mentre una costrizione, anche se frammentata, è una costrizione assoluta”
Anders Chydenius (1729-1803), statista svedese e padre del primo FOIA

Il primo FOIA è svedese

Perchè traduciamo “Freedom of Information” con “Libertà di accesso” (e non, come sembrerebbe ovvio, con “Libertà di Informazione”)?

Perchè la libertà di informazione e la libertà di accesso, in realtà, sono due facce della stessa medaglia se si tratta di considerare il rapporto di fiducia, il patto, l’alleanza che ogni singolo cittadino instaura con il proprio Governo e che si basa sulla delega di potere ad una autorità pubblica che è tenuta a rendere conto della modalità con cui tale potere è stato esercitato e dei risultati che ha ottenuto.

Non può esistere, cioè, una vera e propria libertà di informazione sull’azione di una organizzazione pubblica se le persone non hanno anche la libertà di accedere alle informazioni detenute da quella o da altre organizzazioni pubbliche, al fine di sorvegliare, orientare, partecipare alle decisioni.

La libertà di informazione, pertanto, in assenza di accesso alle informazioni non rappresenta l’esercizio di una piena libertà (in questo sta il profondo significato dell’incipit della citazione di Chydenius riportata precedentemente: “Una libertà frammentata non è libertà…” ). Tale considerazione sembra tutt’altro che banale, visto che, in molte nazioni, come anche l’Italia, che vivono una fase democratica in cui molte libertà vengono riconosciute attraverso l’inserimento in norme costituzionali, non si è ancora realizzata questa necessaria liaison. Alla libertà di informazione (o libertà di stampa) in Italia viene garantita una tutela costituzionale attraverso l’articolo 21 della Costituzione. Tuttavia, non esiste un analogo riconoscimento per la libertà di accesso alle informazioni prodotte e detenute dall’amministrazione, dal momento che, come è noto, occorre dimostrare di avere un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata alle informazioni (in realtà la norma parla di “documento”) al quale è chiesto l’accesso.

E questo nonostante siano intervenute più recenti riforme (pensiamo al dlgs 33/2013) che invocano “accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni“. Tale accessibilità, infatti, non viene riconosciuta attraverso l’esercizio di una piena libertà di accesso, cioè, rispetto a tutte le informazioni che non vengano indicate come contrarie alla sicurezza nazionale o alla privacy dei cittadini, ma viene garantita, secondo quanto il legislatore chiaramente indica, attraverso la pubblicazione obbligatoria di un catalogo di dati, informazioni e documenti concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni che, seppure cospicue, non rappresentano la totalità delle informazioni prodotte e/o detenute: “…per pubblicazione si intende la pubblicazione, in conformità alle specifiche e alle regole tecniche di cui all’allegato A , nei siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni dei documenti, delle informazioni e dei dati concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, cui corrisponde il diritto di chiunque di accedere ai siti direttamente ed immediatamente, senza autenticazione ed identificazione“.

Quindi non a tutte le informazioni si ha libertà di accedere, ma solo a quelle catalogate, prodotte e pubblicate nella sezione “Amministrazione Trasparente”, per tutte le altre vige ancora il vincolo di dover dimostrare un interesse diretto.

Da più parti libertà d’informazione connessa con la libertà di accesso vengono riconosciute come il modo più efficace per prevenire la corruzione. Thomas S. Blanton, il direttore del National Security Archive della George Washington University sottolinea il valore di tale libertà nella capacità di promuovere la sicurezza in generale. Una maggior consapevolezza dei cittadini e la loro capacità di agire sulla base di essa è un fattore di sicurezza più significativo rispetto alle misure di segretezza.

Negli Stati Uniti tale “piena” libertà è stata riconosciuta nel 1966, ed è entrata effettivamente in vigore attraverso miglioramenti apportati nel 1974. Così come in altri Paesi dell’occidente tale libertà viene progressivamente riconosciuta e promossa anche sotto la spinta degli organismi internazionali.

Tuttavia, già 200 anni prima, nel 1766, tale libertà venne riconosciuta nel Regno di Svezia, che all’epoca comprendeva anche la Finlandia. Duecento anni prima, cioè, 250 anni fa (nel 2016 si celebrerà tale anniversario), cioè dieci anni prima della rivoluzione americana e ventitrè anni prima della rivoluzione francese. Alcuni osservatori notano come tale “rivoluzione silenziosa” non ha avuto i giusti clamori della storia perchè fu, appunto, silenziosa.

Ma se chiedeste ad un abitante della Svezia, della Finlandia e dell’area geografica che va sotto il nome di Scandinavia di cosa debba andare fiero un cittadino di quelle parti, molto probabilmente vi risponderebbe con la libertà di informazione e di accesso introdotta nel 1766. A tal punto sono fieri di questo che alcuni esponenti politici scandinavi hanno messo in passato (e continuano a mettere tutt’oggi) in diretta relazione la titubanza ad entrare stabilmente a far parte dell’Unione europea con l’incertezza sul livello di apertura che le istituzioni continentali assicurerebbero.

Ne vanno fieri perchè ad essa attibuiscono un cambiamento effettivo, non fittizio, dei rapporti tra Stato e cittadini che non a caso li ha portati in testa a tutte le classifiche di integrità e di trasparenza del settore pubblico. Dal momento in cui fu introdotta tale libertà, infatti, si ebbero due risultati fondamentali per una democrazia evoluta: (1) la nascita di una stampa indipendente e critica, con la messa al bando di ogni forma di censura preventiva ed (2) un formidabile sistema di archiviazione in grado di mettere a disposizione di chiunque, più o meno in tempo reale, dati e informazioni prodotti e detenuti dalle amministrazioni pubbliche (la Svezia può essere descritta un po’ come un grande “archivio di Stato”). Già, un sistema di archiviazione, perchè è evidente che la libertà di accesso non presuppone tanto un sistema di pubblicazione efficace, quanto piuttosto un sistema di stoccaggio delle informazioni che non necessariamente debbono essere pubblicate, ma che necessariamente debbono essere a disposizione di chiunque ne faccia richiesta, qualora ne faccia richiesta.

Per comprendere meglio come fu possibile che una tale innovazione si realizzasse in quei Paesi, occorre inquadrare il contesto storico e culturale di quell’area in quell’epoca e tratteggiare i contorni della figura più rappresentativa che fece in modo che la “riforma” si realizzasse e fosse così radicale per quell’epoca e per noi oggi, cioè, un esponente della Chiesa Luterana della profonda periferia del Regno, il finlandese Anders Chydenius.

All’epoca il Regno di Svezia sperimentava un Parlamentarismo del tutto peculiare. La Dieta svedese nella cosiddetta Età della Libertà (1719-1772) fu un esperimento unico del suo genere. Il nome dato al periodo si riferisce al passaggio di potere dal monarca assoluto alle corporazioni (Estates). La dieta svedese era divisa in quattro corporazioni: nobiltà, clero, borghesia e agricoltori. Ogni corporazione esprimeva un voto. Pertanto la nobiltà o il clero non si trovavano in una posizione di preminenza rispetto alle altre corporazioni che, alleandosi potevano realmente avere un ruolo.

Il Re era poco più che una figura rappresentativa. Come accade nel parlamentarismo, c’erano partiti, ma non erano potenti organizzazioni a livello nazionale ed erano per lo più concentrati a Stoccolma.

Intorno al 1760 l’azione di governo sostenuta dal partito degli Hattarna (Cappelli), con la sua impenetrabile burocrazia e la simbiosi quasi perfetta tra i vertici dell’amministrazione pubblica e interessi economici privati, divenne progressivamente intollerabile per i suoi avversari politici, il partito dei Mössorna (Berretti).

I Cappelli, che potremmo considerare dei “tradizionalisti”, avevano l’ambizione di riportare la Svezia a livello di una grande potenza europea ed erano sostenuti dalla Francia. I Berretti ritenevano, invece, che quei tempi fossero passati; avevano il supporto di Inghilterra e Russia.

Peter Forsskäl e Anders Nordencrantz, due autorevoli intellettuali dell’epoca, sostenitori dell’area progressista (e quindi dei Berretti), sostenevano che i “segreti” dell’amministrazione pubblica dovessero essere resi visibili; Nordencrantz si avventurò in una catalogazione di quello che sarebbe dovuto essere pubblicato: il lavoro dei funzionari pubblici in generale e la loro particolare posizione di potere (oggi diremmo, i conflitti di interesse), i privilegi ed il conferimento di onori (oggi diremmo, le autorizzazioni e le concessioni) e poi le informazioni sulle finanze nazionali (i bilanci) e i tribunali speciali.

Nel 1765 i Berretti andarono al potere e, come raramente succede nella storia della politica e del diritto, si aprì la strada affinché queste idee potessero essere tradotte in dispositivi legislativi, come appunto avvenne nel 1766 in Svezia con la legge costituzionale denominata “Tryckfrihetsförordningen .

La figura di Anders Chydenius

Una caratteristica unica presente nella legge svedese, oltre alla libertà di scrittura e stampa, è, dunque, la libertà di accesso ai documenti pubblici. Altamente significativa è anche l’attribuzione di preminenza di questo diritto, lasciando le necessarie restrizioni in una posizione secondaria. Tale ordine di importanza è proprio di tutte le leggi successive sulla libertà di accesso. E, come vedremo è anche una delle caratteristiche che distingue la libertà di accesso da ciò che non lo è.

Ma per raggiungere un tale risultato la Svezia ebbe bisogno non tanto di accademici illuminati, come Forsskäl e Nordencrantz, ma di un oscuro pastore della chiesa luterana svedese. Anders Chydenius (1729-1803) nato a Sotkamo in Finlandia, esponente dell’Illuminismo svedese e come tale fautore dell’idea, rivoluzionaria per quell’epoca, che il Governo di una nazione funziona meglio se condivide più informazioni possibili con il proprio popolo.

Nei suoi scritti Chydenius rappresenta il “libero Stato” non come il nemico delle libertà ma come il garante. Le suggestioni più “radicali” per quell’epoca avevano a che fare, per Chydenius, con la responsabilità del decisore pubblico. I cittadini dovevano seguire i loro capi, ma non “ciecamente”, questo dà spazio a forme di “non conformità”, di dissenso. Una nazione si doveva considerare libera solo quando potevano partecipare alle decisioni non solo coloro ai quali veniva attribuita una rappresentanza, ma anche coloro che attribuivano tale rappresentanza.

Inoltre, alcuni passaggi di Chydenius anticipano di molto le teorie che Popper illustrò nel famoso “The Open Society”. Chydenius parla della libertà di stampa e di quello che essa porterà, cioè, “la concorrenza delle penne” (in questo fu profetico). “Nessuna fortezza può essere lodata più di quella che ha subito i più duri assedi. Se l’obiettivo è chiaro, allora la verità deve essere ricercata attraverso lo scambio di scritti“. Chydenius afferma che la ricerca della verità debba essere perseguita attraverso l’illustrazione di punti di vista diversi, attraverso, cioè, “lo scambio di scritti”. Le tesi che subiranno la critica più dura e comunque rimarranno in piedi, saranno le più convincenti. Questo ricorda una delle più significative visioni di Karl Popper nell’Open Society: “La democrazia, proprio come una teoria scientifica, non è valida di per sé, ma è fallibile, incerta, piena di errori. Essa può essere “falsificata” da un controllo esterno. Proprio come in un laboratorio al fine di rafforzare una teoria se ne cercano le falle, in democrazia, per rafforzarne i valori e le istituzioni, è necessario mettere a nudo tutto quello che non funziona o che è migliorabile“.

L’Illuminismo, di cui Chydenius fu il più autorevole rappresentante in Scandinavia, può essere considerato come un fenomeno europeo che raggiunse una influenza ben oltre i confini continentali. Gli approcci filosofici, scientifici, economici, politici, culturali e religiosi legati alla sua nascita differivano da paese a paese. L’ambizione dei sostenitori dell’Illuminismo era di condurre le nazioni verso una pace stabile, una nuova prosperità economica dopo le tempeste del primo Settecento.

Ma in nessun luogo come in Scandinavia nell’Età delle Libertà questa corrente filosofico-culturale ebbe un impatto così evidente e significativo, nonostante non ci fosse un vero e proprio movimento illuminista in quell’area, ma solo “voci” anche se estremamente autorevoli. E una di quelle voci si trovò al posto giusto nel momento giusto.

La presenza di Chydenius nell’arena politica svedese è breve ma di quelle che lasciano il segno. Nel 1763 si fa notare in un incontro pubblico a Kokkola in Finlandia. A partire dal 1765 rappresenta i Berretti nella Dieta, quando, appunto, i Berretti si trovarono a guidare la nazione dopo un lungo periodo di dominio dei Cappelli. Chydenius si trovò a far parte della Commissione che doveva redigere una nuova legge sulla libertà di stampa. Occorreva discutere dell’abolizione (parziale o totale) della censura. Chydenius affermò subito la sua leadership nella Commissione, promosse l’idea che la censura politica non fosse affatto necessaria e guidò la Comissione alla formulazione di una proposta di legge omnicomprensiva che, oltre ad abolire la figura del Censore, garantì una completa ed incondizionata libertà di rendere generalmente pubblico attraverso la stampa tutto ciò che non si trovava ad essere espressamente proibito.

Trasparenza o apertura, questo è il problema

7AA seguito della lettera aperta del 30 ottobre del Presidente dell’ANAC Raffaele Cantone e del Garante per la Privacy Antonello Soro destinata al Ministro per la semplificazione e per la Pubblica Amministrazione Marianna Madia, torniamo a riflettere sulla “trasparenza che vorremmo”.

Un elemento che vorrei portare all’attenzione è una certa ambiguità e sovrapposizione di significato che spesso rilevo tra “trasparenza” e “apertura” di dati, informazioni e documenti. Sebbene i due termini vadano progressivamente sovrapponendosi (la trasparenza ingloberà a breve il concetto di apertura) esiste, tuttavia, una notevole differenza.

Come ha brillantemente notato Larsson “…La trasparenza è un concetto più largo dell’apertura e ricomprende la semplicità e la comprensibilità, la tempestività, la rilevanza, la qualità, l’accessibilità e, in generale, la “fruibilità” del dato. Ad esempio, è possibile che un’organizzazione sia aperta riguardo alla sua documentazione e alle procedure ma che non sia trasparente nei confronti dei suoi interlocutori principali se l’informazione è percepita come incoerente, complicata, poco comprensibile, irrilevante, intempestiva, ecc.“.

26_05_2014_TRASPARENZA&TRASPARENTISMIE David Heald parla di trasparenza solo in presenza di “...recettori esterni in grado di processare l’informazione resa disponibile“. Pertanto, mentre per essere aperti basta inserire un’informazione a prescindere dalla “qualità” di tale informazione, al centro della trasparenza sta il cosiddetto “recettore esterno” o fruitore del dato o informazione. Se egli non è in grado di processare l’informazione tutti gli sforzi saranno spesi invano.

L’impossibilità di processare le informazioni può derivare da due diverse situazioni:

  • una scarsa attenzione ad elementi qualitativi del dato come la rilevanza, la completezza, la tempestività, l’aggiornamento, l’accessibilità, la riusabilità, ecc. (quello che gli O.I.V. dovrebbero controllare, per intenderci)
  • una scarsa capacità del recettore esterno in termini di lettura, interpretazione e utilizzo delle informazioni allo scopo di esercitare un controllo diffuso.

Sul secondo punto, che io considero cruciale, occorre approfondire perchè mentre il primo si potrebbe risolvere con azioni di rafforzamento della capacità del mittente (PA) ad esempio attraverso l’innovazione tecnologica, il secondo non si risolve se non con una complessiva crescita culturale ed un’azione importante sulle agenzie educative per migliorare la “capacità civica” dei cittadini.

Fenster afferma che le ipotesi di una presunta efficacia della trasparenza tendono a fare affidamento su un modello piuttosto semplicistico di comunicazione in cui il pubblico (recettore esterno) attende la divulgazione di informazioni (il messaggio) dal governo o altri centri decisionali (mittente) e successivamente capisce, impara e agisce in modo prevedibile, informato e razionale. Tutte queste ipotesi manifestano gravi debolezze, ma la natura dei recettore esterno è probabilmente l’elemento per noi più problematico.

Fenster sostiene che uno dei problemi fondamentali incorporati nella teoria che assume la trasparenza come dogma risolutivo, è che essa presume l’esistenza di un pubblico interessato che deve e vuole essere pienamente informato. Come estensione di questo ragionamento, la teoria presuppone anche che il pubblico capisca e apprenda dalle informazioni in modo prevedibile. La ricerca empirica su come le persone percepiscono e interpretano le informazioni, tuttavia, ha dimostrato che le informazioni colpiscono le persone in modo diverso a seconda della loro predisposizioni, conoscenze e interessi.

Troppe informazioni possono anche portare a un sovraccarico di informazioni che potrebbe rendere le persone più confuse invece di renderle più consapevole e fiduciose. 
Quindi, si direbbe, la trasparenza non ha effetto di per sè, ma nella relazione che esiste tra mittente (pubblica amministrazione) e recettore esterno (pubblico). Se questa relazione è asimmetrica a scapito del recettore esterno, se non si investe in capacità di processare e interpretare le informazioni anche se esse sono state rilasciate con la dovuta attenzione alla qualità del dato, probabilmente la trasparenza non avrà alcun effetto nell’esercitare il controllo.

Per leggere l’articolo “Trasparenza e Trasparentismi“, con una riflessione più articolata su questi temi, clicca qui.

 

Trasparenza e Trasparentismi

7AIl 30 ottobre il Presidente dell’ANAC Raffaele Cantone e il Garante per la Privacy Antonello Soro rompono gli indugi e scrivono al Ministro per la semplificazione e per la Pubblica Amministrazione Marianna Madia una lettera aperta.

L’applicazione del d.lgs. n. 33 del 2013 ha evidenziato talune criticità che sentiamo il dovere di rappresentarLe, anche in vista dell’esame della delega legislativa di cui all’articolo 6 del d.d.l. A.S. 1577, o comunque dell’adozione dei provvedimenti ritenuti più opportuni.

Le criticità – segnalate da vari soggetti alle Autorità da noi presiedute – attengono, essenzialmente, al carattere indifferenziato degli obblighi di pubblicità. Essi si applicano infatti, con analogo contenuto, ad enti e realtà profondamente diversi tra loro, senza distinguerne la portata in ragione del grado di esposizione dell’organo al rischio di corruzione; dell’ambito di esercizio della relativa azione o, comunque, delle risorse pubbliche assegnate, della cui gestione l’ente debba quindi rispondere.

Nel regolare così, in modo identico, situazioni diverse, tali norme rischiano di pregiudicare la ragionevolezza complessiva della disciplina in materia di trasparenza (essenziale invece per il buon andamento e la democraticità dell’azione amministrativa). E questo, con effetti in larga parte disfunzionali rispetto alla stessa esigenza di consentire “forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche“, perseguita dallo stesso decreto n. 33. […]

In tal senso, sarebbe opportuna una rivisitazione generale dell’ambito soggettivo di applicazione degli obblighi di pubblicità e del loro contenuto oggettivo; nonché delle modalità di assolvimento di tali oneri informativi, per i quali non sempre la pubblicazione in rete è garanzia di reale informazione, trasparenza e quindi “democraticità”. La divulgazione on-line di una quantità spesso ingestibile di dati comporta infatti dei rischi di alterazione, manipolazione, riproduzione per fini diversi, che potrebbero frustrare quelle esigenze di informazione veritiera e, quindi, di controllo, che sono alla base del decreto…”

Ma di cosa stiamo parlando in realtà?

Attualmente le amministrazioni pubbliche italiane sono soggette a numerosissimi obblighi di pubblicazione ex legge 33 del 2013. La legge opera soprattutto per creare uniformità e comparabilità, in realtà decide, ex autoritate, che i cittadini sono interessati a conoscere (hanno diritto a conoscere) un certo numero di informazioni (ne sono state calcolate circa 260). E questo vale per tutte le amministrazioni, siano esse ASL, Comuni di due milioni di abitanti o paesini sperduti nelle aree interne. Una induzione alla produzione di materiale informativo che ha popolato le sezioni “amministrazione trasparente” dei siti delle nostre amministrazioni.

È probabile che avessimo bisogno di una legge “caterpillar” che facesse il lavoro sporco di imporre alle amministrazioni di rilasciare le informazioni in loro possesso, ma non riteniamo che questa operazione abbia prodotto gli effetti auspicati. Ad una maggiore apertura di informazione (non trasparenza) abbiamo assistito ad un sovraccarico di adempimenti che da un lato hanno appesantito lo svolgimento del ruolo effettivo per cui le amministrazioni esistono (che non è pubblicare informazioni ma erogare dei servizi) e dall’altro hanno fatto passare il messaggio che la trasparenza coincida con un adeguamento formalistico ad un dettato normativo.

Ora l’ANAC ha giustamente posto il problema anche perchè se la trasparenza è anche una misura obbligatoria dei Piani Triennali di Prevenzione della Corruzione, fatta in questo modo tradisce le aspettative che la legge 190/2012 le affida.

Per leggere l’articolo “Trasparenza e Trasparentismi“, con una riflessione più articolata su questi temi, clicca qui.

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