SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE

lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

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Non solo le pubbliche amministrazioni potranno acquistare il corso su MEPA, ma anche:

  • singoli dipendenti pubblici, funzionari amministrativi di Enti Locali, Sanità pubblica e di ogni altra amministrazione pubblica, Ente o società controllata o partecipata, Ministero, amministrazione regionale, ecc…,
  • membri di organizzazioni civiche che utilizzano o intendono utilizzare l’accesso civico generalizzato come opportunità di partecipazione e controllo,
  • giornalisti,
  • consulenti ed esperti,
  • studenti,
  • CHIUNQUE sia curioso di approfondire la materia della trasparenza e della libertà di accesso.

Inoltre, il corso è consigliabile per singoli dirigenti e funzionari di amministrazioni pubbliche che vogliono migliorare la qualità della gestione delle istanze di accesso civico generalizzato. In particolare:

  • Responsabili della trasparenza,
  • Responsabili e funzionari dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP),
  • DPO (Data Protection Officer) o Responsabili della Protezione dei Dati (RPD),
  • Responsabili della prevenzione della corruzione,
  • Responsabili e Posizioni Organizzative di uffici pubblici,
  • Politici e amministratori, locali e nazionali.

Ecco un breve video di presentazione del corso.

 

IL CORSO
Cosa è l’Accesso Civico Generalizzato?

Il d.lgs 97/2016 ha introdotto l’istituto dell’accesso civico generalizzato. Si tratta di una modalità di accesso a dati e informazioni prodotte o detenute dalle pubbliche amministrazioni molto più ampio rispetto al passato.

L’accesso civico generalizzato riconosce a chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti, l’accesso ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati, e salvi i casi di segreto o di divieto di divulgazione previsti dall’ordinamento.

Cosa è la checklist @SPAZIOETICO per la gestione delle istanze?

E’ elenco di domande giuste al momento giusto, da dare in mano agli uffici che gestiscono le istanze.

La checklist non decide al posto degli uffici, ma traccia il processo e lo rende tracciabile e replicabile.

Sono 14 PASSI, cioè 14 domande che devono essere svolte consecutivamente dall’ufficio che gestisce l’istanza di accesso civico generalizzato.

Perché un corso sull’accesso civico generalizzato?

Per le pubbliche amministrazioni italiane il nuovo canale di accesso rappresenta sia un’opportunità che una sfida.

Un’opportunità perché esso apre la strada all’instaurarsi di una nuova modalità di relazione che avvicina l’amministrazione ai cittadini/utenti e agli osservatori qualificati, migliorando la qualità dei processi partecipativi ed il controllo sull’operato e sui risultati della PA.

Una sfida perché il senso profondo del nuovo accesso civico generalizzato non risiede tanto nella disponibilità di un’amministrazione di “pubblicare” un’informazione o un dato o un documento, quanto piuttosto nella sua capacità di “mettersi al servizio” di chi richiede le informazioni con un atteggiamento di massima apertura.

Per accettare la sfida del nuovo accesso, le amministrazioni devono adottare adeguate soluzioni organizzative, quali, ad esempio, valorizzare risorse interne che dialogano con gli uffici che detengono i dati richiesti, raccogliere le richieste di accesso pervenute in un apposito registro, imparare a dialogare con i cittadini che richiedono dati e informazioni attraverso una cooperazione attiva, archiviare e catalogare dati e documenti per rispondere efficacemente alle richieste senza appesantire il lavoro degli uffici.

Prima di qualsiasi soluzione organizzativa, occorre che le amministrazioni comprendano che le istanze di accesso civico generalizzato debbono essere gestite con un atteggiamento diverso dal passato, dal momento che l’istituto viene introdotto all’interno di un contesto normativo che contempla altri meccanismi di accesso.

Organizzazione del corso

MODULO 1. ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: LA NASCITA DI UN DIRITTO CHE NON C’ERA

  • La nascita di un diritto che non c’era
  • “Logica Accesso Civico Generalizzato” e “Logica 241”
  • La check-list @SPAZIOETICO per la gestione delle istanze di accesso civico generalizzato

MODULO 2. LA CHECK-LIST @SPAZIOETICO PER LA GESTIONE DELLE ISTANZE DI ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: PASSI 1-4

2.1. PASSI 1, 2, 3, 4 della check-list @SPAZIOETICO

MODULO 3. LA CHECK-LIST @SPAZIOETICO PER LA GESTIONE DELLE ISTANZE DI ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: PASSI 5-7

3.1. PASSI 5, 6, 7 della check-list @SPAZIOETICO

MODULO 4. LA CHECK-LIST @SPAZIOETICO PER LA GESTIONE DELLE ISTANZE DI ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: PASSI 8-14

4.1. PASSO 8: Il test di pregiudizio

4.2. PASSO 9: Il test di interesse pubblico

4.3. PASSO 10: Il calcolo dei rischi e delle opportunità

4.4. PASSI 11-14: La decisione finale

MODULO 5. APPLICHIAMO LA CHECKLIST

  • Analisi di casi e esercitazioni pratiche

MODULO 6. CONCLUSIONI

  • La responsabilità di conoscere

Il “De Profundis” della Trasparenza: chi ha ucciso l’Accesso Civico Generalizzato?

cite

(aggiornamento del 11 giugno 2019 – Il Consiglio di Stato ha stabilito con la sentenza 3780, Consiglio di Stato, Sez. III , 05.06.2019 , n.3780, che è ammesso accesso civico generalizzato per agli atti di esecuzione  del contratto. L’articolo che segue è stato scritto nel pieno del dibattito tra ammissibilità e inammissibilità, con il secondo orientamento giurisprudenziale che sembrava prevalere, ma poi non ha prevalso – per fortuna). 

 


Sarà una Pasqua senza resurrezione per l’accesso civico generalizzato.

Non avremmo mai pensato di dirlo. Proprio noi, che abbiamo seguito con grande interesse la nascita “del diritto che non c’era” (il diritto a conoscere le informazioni detenute dalla Pubblica Amministrazione, per esercitare forme diffuse di controllo). Proprio noi, che gli abbiamo dedicato un libro, un manuale per aiutare gli uffici a gestire correttamente le istanze dei cittadini.

Proprio noi, oggi vi diciamo che l’Accesso Civico Generalizzato (il FOIA de’ noantri) è morto.

Risale a ieri (18/04/2019) l’ennesima sentenza del TAR, questa volta il TAR Toscana, che esclude l’accesso generalizzato ai documenti, ai dati e alle informazioni relativi alla fase di esecuzione di lavori pubblici. L’orientamento, afferma il TAR, si poggia su una serie di “orientamenti non univoci”, che brevemente vi riassumiamo.

In un precedente post avevamo segnalato come almeno tre sentenze stabilissero lo stesso principio:

  • TAR Parma, Sentenza 18 luglio 2018, n. 197. Il TAR ha stabilito che la speciale disciplina contenuta nell’art. 53 del d.lgs. n. 50 del 2016 (Codice degli Appalti) per l’accesso agli atti afferenti alle procedure ad evidenza pubblica deve essere considerata come un caso di esclusione assoluta della disciplina dell’accesso civico
  • T.A.R. Marche, Sez. I, n. 677 del 2018, in cui si nega la possibilità di utilizzare la forma di accesso predetta a causa delle disposizioni normative che considerano l’accesso agli atti negli appalti (ai sensi dell’articolo 53 del codice dei contratti), semplificando, come sistema chiuso considerata “come un caso di esclusione della disciplina dell’accesso civico ai sensi dell’art. 5-bis, comma 3, del d.lgs. n. 33/2013.
  • TAR Roma, 14.01.2019 n. 425, dove si stabilisce che l’accesso agli atti concernenti la procedura di affidamento e la fase di esecuzione dei contratti pubblici è oggetto di una disciplina ad hoc, costituita dalle apposite disposizioni contenute nel Codice dei contratti pubblici e, ove non derogate, da quelle in tema di accesso ordinario recate dalla legge n. 241 del 1990. In tale ambito non trova perciò applicazione l’istituto dell’accesso civico generalizzato, stante la clausola di esclusione contenuta nel richiamato articolo 5-bis, comma 3, del decreto legislativo n. 33 del 2013″.

Mentre, al contrario, i TAR che hanno dichiarato ammissibile il ricorso all’ACG in materia di appalti sono:

  •  TAR Campania (che avevamo, peraltro, inserito nel nostro Manuale come “caso studio”). Nel 2017, la Sesta Sezione del TAR della Campania ha riconosciuto il diritto di una azienda a ricorrere all’ACG per “visionare ed estrarre copia degli atti della Direzione dei lavori e/o del RUP, di estremi e data non conosciuta, da cui possa evincersi se l’appaltatore ha posto in opera i tubi offerti
  • T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. III, n. 218 del 2018, per cui :”L’accesso va garantito anche in relazione al documento comprovante la consegna e l’inizio del servizio, con la precisazione che, onde soddisfare il concreto interesse della ricorrente, l’Amministrazione deve porre a disposizione il documento che la locatrice consegna al locatario per attestare l’avvenuta consegna dei bagni, la loro ubicazione, il loro numero e tipo, nonché la data, ovvero, in subordine, il documento di trasporto.
  • Tar Lombardia, sez. IV, 11 gennaio 2019, n. 45, secondo cui: “L’accesso civico potrà essere in materia di appalti temporalmente vietato, negli stessi limiti in cui ciò avviene per i partecipanti alla gara, e dunque fino a che questa non sarà terminata, ma non escluso definitivamente, se non per quanto stabilito da altre disposizioni, come quella dell’art. 5 comma 2 del D.Lgs. 33/2013″.

Il problema è noto: il dlgs. 33 stabilisce che l’accesso civico generalizzato è escluso  (esclusione assoluta) nei casi di segreto di Stato e negli altri casi di divieti di accesso o divulgazione previsti dalla legge, ivi compresi i casi in cui l’accesso è subordinato dalla disciplina vigente al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all’articolo 24, comma 1, della legge n. 241 del 1990.

La disciplina vigente per la contrattualistica pubblica, cioè il codice degli appalti, viene fatta rientrare proprio nelle esclusioni assolute. I TAR stabiliscono, infatti, che la speciale disciplina contenuta nell’art. 53 del d.lgs. n. 50 del 2016 per l’accesso agli atti afferenti alle procedure ad evidenza pubblica deve essere considerata come un caso di esclusione assoluta della disciplina dell’accesso civico. Questa esclusione ricomprende tutta la materia della contrattualistica, dagli atti di pianificazione all’espletamento delle procedure di affidamento, all’esecuzione.

Ora, noi sappiamo bene che la fase di esecuzione è la più critica. Spesso le amministrazioni non riescono ad esercitare un controllo efficace proprio in questa delicatissima fase. E in un paese in cui cadono i ponti, è legittimo pensare che esista un interesse diffuso a controllare. Senza dimenticare poi che la fase di esecuzione è anche una fase a rischio di corruzione e di riciclaggio.

Ed è paradossale avere introdotto un diritto attraverso modalità tali da escludere la trasparenza, laddove ci sarebbe un disperato bisogno di trasparenza.

Non sono i TAR ad avere ucciso L’ACG. avevamo previsto che l’ACG avrebbe generato contenzioso.

Lo ha ucciso l’indifferenza. L’indifferenza della politica, soprattutto. Perché la trasparenza non può essere lasciata in mano ai tribunali, agli uffici della pubblica amministrazione e ai cittadini senza un indirizzo, un progetto, una visione d’insieme che dia un senso agli strumenti attraverso cui si esercita. Sperando che i cittadini e gli uffici si arrangino e i tribunali aiutino tutti quanti a vederci chiaro.

La trasparenza non è un sogno che si avvera. La Trasparenza è un meccanismo, i cui ingranaggi (canali di accesso, obblighi di pubblicazione, modalità di riutilizzo delle informazioni) richiedono un delicato sistema di pesi e contrappesi, per non bloccarsi a contatto con il diritto alla privacy e con gli interessi pubblici e privati. O funziona o non funziona. E se è costruita male, la Trasparenza di solito non funziona.

L’Accesso Civico Generalizzato è stato costruito indubbiamente male. Non è mai stato chiarito il rapporto che intercorre tra accesso documentale ex legge 241/1990 e il decreto 33/2013. L’accesso civico generalizzato (ACG) è un ibrido: un accesso totale ma condizionato, un accesso documentale senza obbligo di motivazione. E’ un paradosso che si sovrappone sistematicamente alla L. 241/1990.

Si è fatto davvero poco, per tenerlo in vita. Una Linea Guida ANAC. Una circolare del Dipartimento della Funzione Pubblica. Qualche statistica, il Centro Nazionale di Competenza FOIA del DFP che ci dice che “qualcosa non ha funzionato!” (ma dai?)  e che da solo difficilmente riuscirà a “guarire” l’Accesso Civico Generalizzato con formule e discussioni “omeopatiche”. Pensate che nel resoconto finale della giornata dedicata al dialogo con le organizzazioni della società civile, la questione della esclusione assoluta della contrattualistica pubblica non è stata nemmeno menzionata. Per dire, ci si preoccupa se le amministrazioni non rispondono in modo univoco, ma a chi importa se tutta la contrattualistica pubblica è una questione che riguarda solo le parti in causa di una procedura di evidenza pubblica?

La Trasparenza non sembra più essere al centro dell’agenda politica italiana. Se mai lo è stata.

I paladini della Trasparenza sono tutti invitati alle esequie del caro FOIA estinto.

R.I.P … Requiescat in pace… in una bara rigorosamente di vetro…

 

 

 

 

 

IL CODICE DI COMPORTAMENTO DEI DIPENDENTI PUBBLICI. SCHEDA PRODOTTO ELEARNING.

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IL CODICE DI COMPORTAMENTO DEI DIPENDENTI PUBBLICI.

 

Corso in modalità ELEARNING che guida i dipendenti pubblici ad esplorare le regole del codice di comportamento nazionale.

100% online
Tempi di fruizione: 12 ore
Erogazione corso: max 30 giorni dall’acquisto

ELEARNING FACTORY @SPAZIOETICO 
info@spazioetico.com

 

VIDEO DI PRESENTAZIONE DEL CORSO

 

QUOTE DI ISCRIZIONE COSTO COMPLESSIVO CODICE MEPA**

(SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE)

50 partecipanti massimo Euro 2.000*

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In alternativa, contattare SPAZIOETICO (info@spazioetico.com) e verrete guidati nella scelta.

 

IL CORSO

Il Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici

In Blind Spots (2011), Max Bazerman e Ann Tenbrunsel dimostrano in maniera brillante come la rimozione dell’etica nei processi decisionali abbia condotto a scandali, corruzione, addirittura catastrofi, come il disastro dello shuttle Challanger.

La conformità è essenziale in un’organizzazione, dal momento che rende chiari i confini entro cui ci si può muovere; tuttavia, se la formazione si riduce ad essere un mero trasferimento di regole e procedure, si finisce per compromettere l’autonomia decisionale dei dipendenti.

Il campo dell’etica dei comportamenti è ricco di promesse.

Si tratta di capire come le persone decidono quando si trovano a fronteggiare un dilemma etico. C’è molta distanza tra la percezione delle regole in astratto ed il comportamento in concreto delle persone, soprattutto se si considerano i diversi contesti lavorativi in cui siamo immersi.

 

A chi è rivolto?

A tutti i dipendenti pubblici, senza limite alcuno.

 

Tempi di fruizione?

I tempi di fruizione per questo corso sono stimati in 12 ore

 

Perché un corso sul codice di comportamento?

La necessità di rafforzare lo “spazio etico” dei dipendenti pubblici, pertanto, è ormai una pratica consolidata a livello internazionale e si costruisce e si realizza attraverso la cosiddetta “formazione valoriale” (o “formazione all’etica, alla legalità, all’integrità”).

Il Piano Nazionale Anticorruzione (P.N.A.), alla sezione 3.1.12., propone anche per l’Italia l’attivazione di questa pratica attraverso una specifica misura obbligatoria “FORMAZIONE”, che deve essere inserita nel Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione (P.T.P.C.).

In virtù di tale disposizione, le amministrazioni dovranno attivare percorsi formativi su due livelli:

livello specifico, rivolto al responsabile della prevenzione, ai referenti, ai componenti degli organismi di controllo, ai dirigenti e funzionari addetti alle aree a rischio;

livello generale, rivolto a tutti i dipendenti: riguarda l’aggiornamento delle competenze (approccio contenutistico) e le tematiche dell’etica e della legalità (approccio valoriale).

In particolare, il Piano Nazionale Anticorruzione, a proposito di formazione generale con approccio valoriale, riporta: “Le amministrazioni debbono avviare apposite iniziative formative sui temi dell’etica e della legalità: tali iniziative debbono coinvolgere tutti i dipendenti ed i collaboratori a vario titolo dell’amministrazione, debbono riguardare il contenuto dei Codici di comportamento e il Codice disciplinare e devono basarsi prevalentemente sull’esame di casi concreti; deve essere prevista l’organizzazione di appositi focus group, composti da un numero ristretto di dipendenti e guidati da un animatore, nell’ambito dei quali vengono esaminate ed affrontate problematiche di etica calate nel contesto dell’amministrazione al fine di far emergere il principio comportamentale eticamente adeguato nelle diverse situazioni“.

La lettura di queste disposizioni normative ci porta a considerare la cosiddetta “formazione valoriale” come uno strumento di recupero di efficienza ed efficacia, nonché di credibilità complessiva, del settore pubblico in Italia. Il modello contiene tutti gli elementi che, attraverso la formazione valoriale, potranno essere trasferiti ai dipendenti pubblici in questa nuova prospettiva. Per questo crediamo che una naturale evoluzione della Scuola sia proprio nello sviluppo di contenuti e modelli formativi per il settore pubblico che necessità (forse anche più di qualsiasi altro settore) di metodologie innovative in materia di formazione.

 

Organizzazione del corso

  • 1-3 CdC_PA. Introduzione al Codice di Comportamento come misura del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione
  • 4 CdC_PA. Il divieto di accettare compensi, regali e utilità; una regola che viene da lontano
  • 5, 6, 7 CdC_PA. Il Conflitto di interessi. Il dovere di segnalazione e l’obbligo di astensione.
  • 8 CdC_PA. Il Whistleblowing e ed il “comportamento di segnalazione”
  • 9 CdC_PA. La pubblicazione dei dati e l’obbligo di tracciabilità del processo decisionale
  • 10 e 11 CdC_PA. Il comportamento nei rapporti con i privati e il comportamento in servizio
  • 12 CdCPA. Il comportamento del dipendente pubblico nei rapporti con il pubblico
  • 13 CdC_PA. Il comportamento del dirigente e la leadership etica

 

 

 

 

 

TRASPARENZA E PRIVACY. SCHEDA PRODOTTO ELEARNING.

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TRASPARENZA E PRIVACY.
Data governance, bilanciamento tra interessi, soluzioni organizzative.

Corso in modalità ELEARNING che  guida le amministrazioni ed i dipendenti a mettere in campo una corretta politica di DATA GOVERNANCE, che sappia far dialogare trasparenza e privacy.

100% online
Tempi di fruizione: 8 ore
Erogazione corso: max 30 giorni dall’acquisto

ELEARNING FACTORY @SPAZIOETICO 
info@spazioetico.com

 

QUOTE DI ISCRIZIONE COSTO COMPLESSIVO CODICE MEPA**

(SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE)

50 partecipanti massimo Euro 2.000*

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IL CORSO

Privacy e Trasparenza: quale relazione?

L’accesso generalizzato alle informazioni della pubblica amministrazione (introdotto dal d.lgs. 97/2016) e la tutela della Privacy  sembrano  destinate ad entrare sempre in conflitto, soprattutto dopo l’entratain vigore del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR).

In realtà, Trasparenza e Privacy sono due facce di una stessa medaglia, chiamata DATA GOVERNANCE ed è possibile e possono essere gestite con i medesimi strumenti di risk assessment.

 

A chi è rivolto?

Il corso è rivolto a tutte le pubbliche amministrazioni.

In particolare è rivolto ai responsabili della trasparenza, ai DPO e ai soggetti che devono gestire i dati e le informazioni generate o detenute dalla pubblica amministrazione

 

Tempi di fruizione?

I tempi di fruizione per questo corso sono stimati in 12 ore

 

Contenuti del corso

  • Dati, informazioni e documenti
  • I canali di accesso alle informazioni della pubblica amministrazione
  • L’Accesso Civico Generalizzato
  • Il GDPR
  • Il ciclo di vita delle opportunità
  • Supporti, minacce e pregiudizi
  • Rischi e opportunità associate alla divulgazione delle informazioni
  • La trasparenza come : “rischio accettabile” o “opportunità limitata”?

 

 

 

 

 

ECOLOGIA DELLE RELAZIONI DELL’AGENTE PUBBLICO. SCHEDA PRODOTTO ELEARNING.

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ECOLOGIA DELLE RELAZIONI DELL’AGENTE PUBBLICO

Corso in modalità ELEARNING che guida agenti e organizzazioni pubbliche ad orientarsi nelle situazioni di conflitto di interessi e nella corretta categorizzazione e gestione delle relazioni della sfera privata dell’agente pubblico.

100% online
Tempi di fruizione: 8 ore
Erogazione corso: max 30 giorni dall’acquisto

ELEARNING FACTORY @SPAZIOETICO 
info@spazioetico.com

 

QUOTE DI ISCRIZIONE COSTO COMPLESSIVO CODICE MEPA**

(SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE)

50 partecipanti massimo Euro 2.000*

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500 partecipanti massimo Euro 10.000*

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IL CORSO

Cosa sono le “RELAZIONI SENSIBILI” dell’agente pubblico

Gli interessi sono potenzialmente infiniti. Mentre le relazioni che si generano nella sfera privata del dipendente pubblico e che tendono a interferire con il suo mandato istituzionale sono un numero limitato.

Chiameremo relazioni sensibili questo tipo particolare di relazioni.

Le relazioni sensibili sono l’eco-sistema in cui in cui si generano le premesse del patto occulto della corruzione.

Certamente questo eco-sistema è molto popolato e anche molto confuso. Nella loro sfera privata, infatti, le persone sono coinvolte in un alto numero di relazioni: hanno relazioni familiari, hanno delle amicizie (più o meno strette), e delle inimicizie, hanno incarichi, hanno debiti e crediti, economici e relazionali.

La complessità delle relazioni sensibili richiama l’agente pubblico alla responsabilità di conoscere e categorizzare correttamente le interazioni che si generano nella sua sfera privata, personale o professionale, e che possono interferire in qualche modo con la sfera professionale pubblica.

Ma non basta. L’ordinamento richiede espressamene all’agente pubblico di “segnalare” tutti i rapporti che in qualsiasi modo sono idonei a generare un’interferenza.  

Il dovere di segnalazione è sancito dall’articolo 6 del Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Ma al di là dell’aspetto formale, tale dichiarazione assume il carattere di una assunzione di responsabilità reale solo se accompagnata da una buona dose di consapevolezza .

Quello che vi proponiamo in questo corso è un esercizio di corretta categorizzazione delle relazioni e di misurazione dell’intensità delle relazioni.

Questa valutazione prescinde dal ruolo ed alla funzione svolta in ambito pubblico dall’agente. Di questo ci occuperemo nella prossima sezione. Pertanto, se una o più relazioni risulteranno “sensibili” questo non significa che emergerà automaticamente un obbligo di astensione .  

La mappatura delle relazioni sensibili, in buona sostanza, è un esercizio che aiuta agenti ed organizzazioni pubbliche a fare due cose: categorizzare correttamente le relazioni della sfera personale e valutare l’intensità di tali relazioni.

 

A chi è rivolto?

A tutti i responsabili della prevenzione della corruzione che vogliono approfondire il conflitto di interessi e le dinamiche prodromiche ad esso.

A tutte le pubbliche amministrazioni che si trovano a gestire situazioni di conflitto di interessi o di relazioni sensibili dei propri dipendenti.

A tutti gli agenti pubblici che si trovano a dover dichiarare situazioni di assenza o presenza di conflitto di interessi.

 

Tempi di fruizione

I tempi di fruizione per questo corso sono stimati in 12 ore

 

Perché un corso sulle “relazioni sensibili”?

Le relazioni sensibili non sono situazioni da sanzionare, né tantomeno, a volte è necessario segnalare situazioni del tutto generiche e astratte. Questo significherebbe ingessare l’attività amministrativa. Piuttosto, le organizzazioni dovrebbero accompagnare i propri dipendenti, a tenere sotto osservazione le loro relazioni sensibili; ad esempio, monitorando:

  • l’attivazione, la trasformazione e la tossificazione delle relazioni sensibili, alcune delle quali devono es-sere fatte emergere e gestite;
  • gli scenari futuri che si potrebbero generare dando vita ad un conflitto di interessi;
  • la capacità delle leadership (tecnica e politica) di valutare e gestire il conflitto di interessi dei propri collaboratori.

 

Obiettivi del corso

  • Esplorazione della dimensione “relazionale” del rischio di corruzione
  • Mappatura delle relazioni sensibili
  • Corretta categorizzazione delle relazioni sensibili
  • Corretta gestione delle relazioni sensibili (ecologia delle relazioni).

 

 

 

ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO. SCHEDA PRODOTTO ELEARNING.

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ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO.
LA CHECK-LIST @SPAZIOETICO PER LA GESTIONE DELLE  ISTANZE

Corso in modalità ELEARNING che guida nella gestione delle istanze di accesso civico generalizzato.

100% online
Tempi di fruizione: 12 ore
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Guarda un breve video di presentazione del corso.

QUOTE DI ISCRIZIONE COSTO COMPLESSIVO CODICE MEPA**

(SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE)

50 partecipanti massimo Euro 2.000*

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In alternativa, contattare SPAZIOETICO (info@spazioetico.com) e verrete guidati nella scelta.

 

IL CORSO

Cosa è l’Accesso Civico Generalizzato?

Il d.lgs 97/2016 ha introdotto l’istituto dell’accesso civico generalizzato. Si tratta di una modalità di accesso a dati e informazioni prodotte o detenute dalle pubbliche amministrazioni molto più ampio rispetto al passato.

L’accesso civico generalizzato riconosce a chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti, l’accesso ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati, e salvi i casi di segreto o di divieto di divulgazione previsti dall’ordinamento.

 

A chi è rivolto?

  • A tutte le pubbliche amministrazioni, senza limite alcuno.
  • A tutti gli uffici che si sono trovati o si possono trovare in futuro a gestire un’istanza di accesso civico generalizzato.

 

Tempi di fruizione

I tempi di fruizione per questo corso sono stimati in 12 ore

 

Cosa è la checklist @SPAZIOETICO per la gestione delle istanze?

E’ elenco di domande giuste al momento giusto, da dare in mano agli uffici che gestiscono le istanze.

La checklist non decide al posto degli uffici, ma traccia il processo e lo rende tracciabile e replicabile.

Sono 14 PASSI, cioè 14 domande che devono essere svolte consecutivamente dall’ufficio che gestisce l’istanza di accesso civico generalizzato.

 

Perché un corso sull’accesso civico generalizzato?

Per le pubbliche amministrazioni italiane il nuovo canale di accesso rappresenta sia un’opportunità che una sfida.

Un’opportunità perché esso apre la strada all’instaurarsi di una nuova modalità di relazione che avvicina l’amministrazione ai cittadini/utenti e agli osservatori qualificati, migliorando la qualità dei processi partecipativi ed il controllo sull’operato e sui risultati della PA.

Una sfida perché il senso profondo del nuovo accesso civico generalizzato non risiede tanto nella disponibilità di un’amministrazione di “pubblicare” un’informazione o un dato o un documento, quanto piuttosto nella sua capacità di “mettersi al servizio” di chi richiede le informazioni con un atteggiamento di massima apertura.

Per accettare la sfida del nuovo accesso, le amministrazioni devono adottare adeguate soluzioni organizzative, quali, ad esempio, valorizzare risorse interne che dialogano con gli uffici che detengono i dati richiesti, raccogliere le richieste di accesso pervenute in un apposito registro, imparare a dialogare con i cittadini che richiedono dati e informazioni attraverso una cooperazione attiva, archiviare e catalogare dati e documenti per rispondere efficacemente alle richieste senza appesantire il lavoro degli uffici.

Prima di qualsiasi soluzione organizzativa, occorre che le amministrazioni comprendano che le istanze di accesso civico generalizzato debbono essere gestite con un atteggiamento diverso dal passato, dal momento che l’istituto viene introdotto all’interno di un contesto normativo che contempla altri meccanismi di accesso.

 

Organizzazione del corso

MODULO 1.  ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: LA NASCITA DI UN DIRITTO CHE NON C’ERA

  • La nascita di un diritto che non c’era
  • “Logica Accesso Civico Generalizzato” e “Logica 241”
  • La check-list @SPAZIOETICO per la gestione delle istanze di accesso civico generalizzato

MODULO 2.  LA CHECK-LIST @SPAZIOETICO PER LA GESTIONE DELLE ISTANZE DI ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: PASSI 1-4

  • PASSI 1, 2, 3, 4 della check-list @SPAZIOETICO

MODULO 3.  LA CHECK-LIST @SPAZIOETICO PER LA GESTIONE DELLE ISTANZE DI ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: PASSI 5-7

  • PASSI 5, 6, 7 della check-list @SPAZIOETICO

MODULO 4.  LA CHECK-LIST @SPAZIOETICO PER LA GESTIONE DELLE ISTANZE DI ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO: PASSI 8-14

  • PASSO 8: Il test di pregiudizio
  • PASSO 9: Il test di interesse pubblico
  • PASSO 10: Il calcolo dei rischi e delle opportunità
  • PASSI 11-14: La decisione finale

MODULO 5.  APPLICHIAMO LA CHECKLIST

  • Analisi di un caso concreto

MODULO 6.  CONCLUSIONI

  • La responsabilità di conoscere

 

 

 

Accesso Civico Generalizzato. Tagliando, revisione o sostituzione del veicolo?

Trasparenza

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

Siamo all’alba del terzo anno di attuazione dell’istituto dell’accesso civico generalizzato. Qui su @spazioetico ne abbiamo parlato tanto ed abbiamo accompagnato la nascita e lo sviluppo di questo controverso nuovo meccanismo di accesso a dati e documenti della pubblica amministrazione. Durante questi anni abbiamo avuto la possibilità, attraverso numerosi interventi formativi e la realizzazione del Manuale Operativo sull’accesso civico generalizzato, di farci una idea di come sta funzionando e delle criticità applicative che sta mostrando.

Spesso si sente dire in giro che l’accesso civico generalizzato ha bisogno di un “tagliando“, cioè, di un intervento correttivo da parte del legislatore, un po’ come si fa con le automobili che, dopo un periodo di utilizzo, devono essere portate dal meccanico per una serie di verifiche che consentono di viaggiare in sicurezza e, nel lungo periodo, di risparmiare sulla manutenzione, allungando la vita dell’automobile. Interventi non strutturali ma la sostituzione di parti deteriorabili.

Siamo proprio sicuri che per l’accesso civico generalizzato sia sufficiente un tagliando? I due anni di attuazione hanno evidenziato alcuni problemi strutturali. Proviamo ad approfondire un po’.

Partiamo dalla prima questione: l’assenza di motivazione. Come noto, infatti: “in forza del comma 3 dell’art. 5 del d.lgs. 33/2013, il diritto all’accesso “non è sottoposto ad alcuna limitazione quanto alla legittimazione soggettiva […] e non richiede motivazione”.

Nel Manuale operativo sull’accesso civico generalizzato, pubblicato nel giugno 2018, scrivevamo:


“L’assenza di motivazione è uno degli aspetti più problematici dell’ACG. Il cittadino non è obbligato a comunicare le ragioni che lo spingono a voler accedere ai dati e ai documenti detenuti dall’ufficio, né l’uso che intende fare delle informazioni che ne potrà ricavare.

Veramente il non dover dare motivazione aumenta le garanzie di trasparenza? Oppure crea semplicemente asimmetria informativa, rendendo difficile la valutazione delle istanze? I dati e i documenti acquisiti tramite ACG sono pubblici e quindi possono essere liberamente diffusi. I rischi associati a tale diffusione non possono essere calcolati in modo razionale, se non sono note le motivazioni del richiedente e il possibile conseguente uso che il richiedente farà dei dati, dei documenti e delle informazioni acquisite. 

Un proverbio dice che “il mondo e bello perché è vario” e quindi il cittadino potrebbe voler accedere ai dati, alle informazioni e ai documenti per le ragioni più disparate:

  • per esprimere un’opinione sulla base di dati e informazioni qualificate;
  • per controllare l’attività dell’amministrazione e sull’uso delle risorse pubbliche;
  • per favorire i propri interessi personali o commerciali;
  • per raccogliere informazioni su un soggetto interno all’amministrazione o su un soggetto che è in relazione con l’amministrazione;
  • per far perdere tempo all’amministrazione;
  • per curiosità personale.

Solo le prime due motivazioni sono in linea con gli obiettivi che il legislatore si era prefissato, quando ha introdotto l’ACG nell’ordinamento italiano. Tuttavia, come chiarito dal comma 3 dell’art. 5 del d.lgs. 33/2013, l’accesso generalizzato non richiede motivazione e quindi le intenzioni del richiedente non influiscono sul suo diritto alla conoscenza e non possono essere addotte come motivazione per negare l’accesso.

In conclusione l’ACG, come descritto nel d.lgs. 33/2013, è una sorta di “ibrido”: una specie di accesso documentale finalizzato alla trasparenza, che rende pubblici dati e documenti non soggetti ad obbligo di pubblicazione, scarsamente coordinato con la L. 241/1990, ma che interferisce continuamente con la L. 241/1990, perché può essere usato dal cittadino anche per accedere agli atti amministrativi, senza fornire agli uffici tutte le informazioni utili, per valutare la sua istanza.

L’enfasi posta sull’assenza di motivazione doveva, nelle intenzioni del legislatore, fare intendere che si stava introducendo un meccanismo di accesso assai diverso da quello documentale.

Nella prima fase di attuazione della normativa, effettivamente, abbiamo assistito e ci sono stati riferiti diversi eventi di “stalking istituzionale” che sono stati resi possibili attraverso il nuovo istituto dell’ACG; si tratta di una emergente e pericolosa modalità di relazione tra cittadino e pubblica amministrazione”.


 

Puntualmente, i nodi sono venuti al pettine. In maniera sempre più evidente nel corso dei primi due anni di attuazione. E in maniera eclatante a febbraio di quest’anno (2019) con un Parere del Garante della Privacy (n. 9086500 del 7 febbraio 2019).

Questo Parere prende in considerazione una richiesta di accesso alla liquidazione di incarichi a professionisti risalenti nel tempo, che – secondo quanto evidenziato dall’amministrazione – sarebbero riferibili «ad un arco temporale dal 1992 all’anno 2010, non oggetto, pertanto, di pubblicazione obbligatoria ai sensi del D Lgs 33/2013».

Il richiedente che aveva presentato l’istanza aveva stretti legami con un precedente richiedente che si era visto negare l’accesso “in ragione di vicende giudiziarie che hanno coinvolto il richiedente e il soggetto controinteressato e della conseguente «esigenza di tutelare taluni degli interessi pubblici e privati di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 5 bis del D.Lgs. 33/2013, in riferimento a gravi vicende giudiziarie che hanno visto vittima [lo stesso] professionista controinteressato», come descritto più specificamente in atti“.

Il Comune ha, pertanto, condotto una indagine volta a individuare un legame (sospetto) tra primo e secondo richiedente ed è giunto alla conclusione che il secondo accesso era stato formulato “allo scopo di eludere quanto deciso dal Comune con il primo provvedimento di diniego, considerando che i motivi del precedente diniego si fondavano, come detto, sull’esistenza di vicende personali intercorrenti fra l’istante e il soggetto controinteressato“. Il termine “stocastica” viene dal greco antico e ha a che fare con quel brivido di delusione che ti prende alla schiena quando compri un gratta e vinci e sotto la lastrina c’è scritto: “Ritenta, sarai più fortunato“. E’ più o meno quello che è successo con questa istanza di accesso civico generalizzato. Se ti viene negato un accesso (civico generalizzato oppure ex 241/90), ritenta e sarai più fortunato!

Insomma, il primo richiedente “c’aveva provato“; poi visto che si era visto rigettare l’istanza ha pensato: “mo’ te frego io” (immaginate il tutto in dialetto agrigentino). Ha chiamato una specie di prestanome e ha reiterato la richiesta d’accesso.

Tipica vicenda italiana si direbbe, che però apre uno squarcio profondo sulla debolezza del (nuovo?) istituto chiamato accesso civico generalizzato.

Infatti il Garante afferma:

  • Spetta all’Ente destinatario dell’istanza di accesso civico valutare la veridicità delle predette circostanze.

Cosa significa? Che, diversamente da quanto stabilito dalla legge, l’ufficio che gestisce l’istanza dovrebbe verificare (nella gran parte dei casi in condizioni di assoluta asimmetria informativa visto che non c’è obbligo di motivazione) CHI ha richiesto l’accesso e perché.

Poco tempo dopo il TAR Puglia afferma, nella sentenza SEZ. III, 11 febbraio 2019, n. 242, una importante massima, con cui fa rientrare dalla finestra quello (la motivazione) che era uscito dalla porta:

A meno che non si voglia dare un’interpretazione così estensiva da risultare abrogativa della Legge n. 241/1990, la disciplina dell’accesso civico generalizzato prevista dal comma 2 dell’articolo 5 del D.Lgs. n. 33/2013, non può che essere interpretata come del tutto alternativa alla disciplina di cui alla Legge n. 241/1990 e azionabile, da chiunque, solo in caso di un interesse alla legittima azione amministrativa e al suo controllo da parte della collettività e non nei casi in cui venga, invece, azionata una pretesa del singolo per suo esclusivo e concreto vantaggio“.

Proviamo a mettere insieme le due interpretazioni. L’ufficio che riceve le istanze di accesso DEVE valutare se la richiesta è motivata da un interesse al controllo sull’operato della PA. L’accertamento della incoerenza della motivazione legittima il diniego, diversamente da quanto espresso dalla legge al comma 3 dell’art. 5 del d.lgs. 33/2013, secondo cui l’accesso non è sottoposto ad alcuna limitazione se non per tutelare interessi pubblici e privati.

Queste ed altre ricostruzioni giurisprudenziali sembrano affermare, dunque, il principio che una “motivazione” del richiedente sia dirimente al fine di distinguere i due meccanismi di accesso (ACG e 241/90) che altrimenti si sovrappongono sempre. 

Si sancisce, pertanto, ciò che quasi un anno fa avevamo paventato, cioè che l’assenza di motivazione non fa altro che gettare gli uffici nella più totale asimmetria informativa. Agli uffici viene richiesta un’attività istruttoria complicatissima. 

Inoltre, si genera un concreto rischio di azzardo morale, dal momento che se un ufficio vuole rigettare l’istanza per coprire mala-gestio o peggio, avrà a disposizione un’ulteriore motivazione ad escludere, peraltro fortemente discrezionale.

Veniamo alla seconda questione: la esclusione della materia della contrattualistica pubblica dall’accesso civico generalizzato.

Come è noto, l’accesso civico generalizzato è escluso (esclusione assoluta) nei casi di segreto di Stato e negli altri casi di divieti di accesso o divulgazione previsti dalla legge, ivi compresi i casi in cui l’accesso è subordinato dalla disciplina vigente al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all’articolo 24, comma 1, della legge n. 241 del 1990.

Nel nostro Manuale avevamo individuato almeno due casi in cui si verificherebbe una esclusione assoluta (si tratta del Passo 4 della nostra check-list):

  1. La Legge Urbanistica (L. 1150/1942) prevede, all’art. 9, primo comma, che “il progetto di piano regolatore generale del Comune deve essere depositato nella Segreteria comunale per la durata di 30 giorni consecutivi, durante i quali chiunque ha facoltà di prenderne visione”. Quindi, l’ufficio che riceve un’istanza avente ad oggetto un progetto di piano regolatore generale dovrebbe negare l’accesso e indicare al richiedente le modalità previste dalla legge per prenderne visione.
  2. Anche l’accesso alle liste elettorali è regolato dall’art. 51 del DPR. 223/1967 (Approvazione del testo unico delle leggi per la disciplina dell’elettorato attivo e per la tenuta e la revisione delle liste elettorali), in base al quale, gli atti relativi alla revisione semestrale delle liste elettorali sono sempre ostensibili a chiunque. Le liste elettorali, pertanto. possono essere rilasciate in copia per finalità di applicazione della disciplina in materia di elettorato attivo e passivo, di studio, di ricerca statistica, scientifica o storica, o carattere socio-assistenziale o per il perseguimento di un interesse collettivo o diffuso.

Ci siamo chiesti più volte se esistessero altri casi in cui l’accesso ai dati, alle informazioni o ai documenti richiesti fosse subordinato dalla disciplina vigente al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all’art. 24, co. 1 della L. 241/1990.

Quando, lo scorso anno, con la Sentenza 18 luglio 2018, n. 197 il TAR Parma ha stabilito che la speciale disciplina contenuta nell’art. 53 del d.lgs. n. 50 del 2016 (Codice degli Appalti) per l’accesso agli atti afferenti alle procedure ad evidenza pubblica deve essere considerata come un caso di esclusione assoluta della disciplina dell’accesso civico, Eccone un altro!” abbiamo esclamato.

Ma non avevamo fatto i conti con una precedente sentenza del TAR Campania (che avevamo, peraltro, inserito nel nostro Manuale come “caso studio”). Nel 2017, la Sesta Sezione del TAR della Campania ha riconosciuto il diritto di una azienda a ricorrere all’ACG per “visionare ed estrarre copia degli atti della Direzione dei lavori e/o del RUP, di estremi e data non conosciuta, da cui possa evincersi se l’appaltatore ha posto in opera i tubi offerti

Si parla di tubi, perché l’azienda aveva partecipato a una procedura selettiva avente ad oggetto l’affidamento dei lavori di estensione della rete fognaria di un Comune. La gara era stata vinta da una ditta concorrente, che aveva offerto di porre in opera tubi in PVC rigido denominati Alvehol, di diametro mm. 800 e mm. 1.200 con rigidezza anulare SN 16, di difficile (se non impossibile) reperimento sul mercato.

Il Comune aveva  negato l’accesso, sostenendo che:

  • l’istanza di ACG era ispirata da motivazioni diverse (quelle del concorrente che ha perso la gara) da quelle che dovrebbero ispirare l’accesso civico generalizzato;
  • inoltre, non vi sarebbero i presupposti (previsti dal codice degli appalti) per concedere l’accesso agli atti avendo la ricorrente fatto acquiescenza agli esiti della gara.

IL TAR CAMPANIA HA OSSERVATO QUANTO SEGUE:

  • l’istanza non è stata formulata ai sensi della normativa sugli appalti.
  • la richiesta di verificare l’effettiva posa in opera dei tubi promessi dalla controinteressata rientra pienamente nella finalità voluta dalla legge di consentire un controllo sull’uso delle risorse pubbliche.
  • l’indagine sulle “reali motivazioni” del richiedente l’accesso civico generalizzato esula dai compiti attribuiti al Comune che deve limitarsi a verificare che non ricorrano casi di esclusione previsti dalla legge.

CHIARAMENTE, PER IL TAR DELLA CAMPANIA, LA NORMATIVA SUGLI APPALTI NON PREVEDE ESCLUSIONI ALL’ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO.

La sentenza del TAR Parma, invece, ribalta questo punto di vista. Il caso si riferiva ad un’istanza di ACG inviata da un consorzio di auto manutentori  ad una Azienda Sanitaria Locale, per visionare:

  • i documenti di una gara di appalto già espletata e dalla quale era stato escluso;
  • una serie di dati inerenti ad aspetti relativi all’esecuzione del rapporto contrattuale scaturito da tale gara

La ASL ha respinto la richiesta di ACG in quanto: «la richiesta, così come formulata, non si ritiene che rientri nel diritto di accesso civico generalizzato ai documenti, dati e informazioni non soggetti ad obbligo di pubblicazione».

Anche in questo caso, un operatore economico che ha partecipato ad una gara presenta una richiesta di ACG che concerne l’esecuzione dei lavori da parte dell’operatore economico che ha vinto la gara. Anche in questo caso l’Amministrazione nega l’ACG, entrando nel merito delle motivazioni del richiedente. TUTTAVIA, LA DECISIONE DEL TAR IN QUESTO CASO E’ COMPLETAMENTE DIVERSA. Secondo il TAR, infatti:

I dati, gli atti e le informazioni richiesti possono essere totalmente ricompresi nel concetto più generale di “atti delle procedure di affidamento e di esecuzione dei contratti pubblici” di cui al comma 1, dell’art. 53 del d.lgs. n. 50/2016».

Art. 53, c. 1 d.lgs. N. 50/2016 (codice degli  appalti)

  • «Salvo quanto espressamente previsto nel presente codice, il diritto di accesso agli atti delle procedure di affidamento e di esecuzione dei contratti pubblici, ivi comprese le candidature e le offerte, è disciplinato dagli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241».

Secondo il TAR  il codice degli appalti, facendo riferimento all’accesso documentale ex L. n. 241/1990, escluderebbe la possibilità di ricorrere all’Accesso Civico Generalizzato. Inoltre:

  • risulta del tutto giustificata una scelta del Legislatore volta a sottrarre anche solo implicitamente una possibilità indiscriminata di accesso alla documentazione di gara e post-gara da parte di soggetti non qualificati.
  • nell’attuale contesto sociale e ordinamentale – in cui la trasparenza dell’operato delle amministrazioni ha assunto il ruolo di stella polare – il legislatore potrebbe compiere una scelta diversa (volta cioè ad estendere la possibilità di controllo generalizzato anche su documenti che possono costituire la “spia” di una deviazione dai fini istituzionali)…
  • …ma tale scelta, proprio per la forte conflittualità degli interessi coinvolti e per la specialità del campo in cui andrebbe ad operare, deve essere necessariamente espressa ed inequivocabile.

La Sentenza del TAR Campania è in linea con gli orientamenti espressi da ANAC e Dipartimento della Funzione Pubblica, per quanto riguarda i rapporti tra ACG e Accesso Documentale 241:

  • ACG e Accesso Documentale sono due «canali di accesso» che devono essere tenuti chiaramente distinti,
  • L’Accesso Documentale serve per tutelare interessi «qualificati» e necessita di motivazione,
  • L’ACG serve per promuovere forme diffuse di controllo sull’operato della P.A. e può essere azionato da chiunque, anche in assenza di posizioni giuridiche qualificate.

I DUE «CANALI DI ACCESSO» SI SOVRAPPONGONO MA NON INTERFERISCONO TRA LORO.

La Sentenza del TAR di Parma, invece, evidenzia un orientamento completamente nuovo:

  • L’accesso documentale della L.241/1990 ESCLUDE L’ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO se viene citato nelle normative di settore che regolano i procedimenti pubblici.
  • La restrizione dei canali di accesso può essere decisa dal legislatore, per tutelare interessi pubblici o privati.
  • Se il legislatore vuole autorizzare l’ACG a documenti e informazioni regolati da specifiche normative di settore, allora deve DIRLO ESPLICITAMENTE.

La sentenza del TAR Parma è stata seguita da altre due sentenze dello stesso tenore:

  • T.A.R. Marche, Sez. I, n. 677 del 2018, in cui si nega la possibilità di utilizzare la forma di accesso predetta a causa delle disposizioni normative che considerano l’accesso agli atti negli appalti (ai sensi dell’articolo 53 del codice dei contratti), semplificando, come sistema chiuso considerata “come un caso di esclusione della disciplina dell’accesso civico ai sensi dell’art. 5-bis, comma 3, del d.lgs. n. 33/2013.
  • TAR Roma, 14.01.2019 n. 425, dove si stabilisce che l’accesso agli atti concernenti la procedura di affidamento e la fase di esecuzione dei contratti pubblici è oggetto di una disciplina ad hoc, costituita dalle apposite disposizioni contenute nel Codice dei contratti pubblici e, ove non derogate, da quelle in tema di accesso ordinario recate dalla legge n. 241 del 1990. In tale ambito non trova perciò applicazione l’istituto dell’accesso civico generalizzato, stante la clausola di esclusione contenuta nel richiamato articolo 5-bis, comma 3, del decreto legislativo n. 33 del 2013″.

Mentre, al contrario, i TAR che hanno dichiarato ammissibile il ricorso all’ACG in materia di appalti sono:

  • T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. III, n. 218 del 2018, per cui :”L’accesso va garantito anche in relazione al documento comprovante la consegna e l’inizio del servizio, con la precisazione che, onde soddisfare il concreto interesse della ricorrente, l’Amministrazione deve porre a disposizione il documento che la locatrice consegna al locatario per attestare l’avvenuta consegna dei bagni, la loro ubicazione, il loro numero e tipo, nonché la data, ovvero, in subordine, il documento di trasporto.
  • Tar Lombardia, sez. IV, 11 gennaio 2019, n. 45, secondo cui: “L’accesso civico potrà essere in materia di appalti temporalmente vietato, negli stessi limiti in cui ciò avviene per i partecipanti alla gara, e dunque fino a che questa non sarà terminata, ma non escluso definitivamente, se non per quanto stabilito da altre disposizioni, come quella dell’art. 5 comma 2 del D.Lgs. 33/2013″.

Quindi ora siamo 3 a 3. Palla al centro.

La tendenza ad escludere la materia degli appalti semplifica la vita alle amministrazioni che altrimenti sarebbero costrette ad esperire una valutazione molto complessa (un metodo lo abbiamo indicato nel nostro Manuale operativo sull’accesso civico generalizzato).

Inoltre, siamo assolutamente d’accordo che la materia degli appalti, vista la delicatezza del contenuto documentale, sia dal punto di vista della trasparenza, sia dal punto di vista della riservatezza, meriterebbe un’attenzione particolare da parte del legislatore. Tuttavia, tale tendenza, se si consolidasse, porterebbe ad escludere una buona fetta di materia oggetto di accesso, data la rilevanza della contrattualistica pubblica in termini di dati, informazioni e documenti. Infine, se si consolidasse la tendenza ad escludere, si porrebbero alcune questioni chiave sulla stessa sostanza dell’istituto dell’accesso civico generalizzato.L

L’esclusione della possibilità di accesso generalizzato ai documenti di gara solleva tre interrogativi che travalicano gli orientamenti giurisprudenziali e vanno dritti al cuore della questione, cioè al senso dell’accesso civico generalizzato

Prima domanda: perché lo Stato dovrebbe scegliere dove e come farsi controllare? L’ACG serve ai cittadini per controllare il buon andamento della Pubblica Amministrazione. Se lo Stato può scegliere dove farsi controllare, allora l’ACG rischia di diventare uno strumento inutile. Tra l’altro, l’ACG ha già dei limiti (art. 5bis, c. 1 e 2) che servono proprio per evitare che la trasparenza possa ledere interessi pubblici o privati.

Seconda domandacos’è l’accesso documentale? I cittadini hanno bisogno di «canali di accesso» alle informazioni detenute dalla pubblica amministrazione. E l’ambito di applicazione di un canale di accesso (ACG, Accesso 241, Open data, ecc …) dovrebbe essere chiaro a priori, per consentire al cittadino di scegliere il canale di accesso più idoneo ai suoi bisogni. Secondo il TAR di Parma, l’accesso agli atti ex L. 241/1990 (che è un canale di accesso generico ai procedimenti) può trasformarsi in un accesso specifico (che disinnesca l’ACG) se la L. 241/1990 viene citata in una normativa di settore. Questo potrebbe essere fonte di confusione (anche perché molte normative di settore non sono stabili).

Terza domanda: ma davvero il Legislatore non vuole troppa trasparenza negli appalti? Secondo il TAR di Parma «risulta del tutto giustificata una scelta del Legislatore volta a sottrarre anche solo implicitamente una possibilità indiscriminata di accesso alla documentazione di gara e post-gara da parte di soggetti non qualificati». In realtà, il Legislatore sembra pensarla in modo opposto. Il d.lgs. 33/2013 prevede, a carico delle stazioni appaltanti, un elevatissimo numero di obblighi di pubblicazione: documenti che sono pubblicati nella Sezione Amministrazione Trasparente e che sono accessibili a chiunque. Con tutto il rispetto per il TAR, sembra che in realtà il Legislatore abbia a cuore l’accesso indiscriminato (cioè generalizzato) alla documentazione di gara!

Proviamo a ricostruire un contesto in cui potrebbe esistere un concreto interesse a conoscere da parte della collettività.

  • Il Comune di Spericolato è una cittadina tutta salite e discese, con strade dissestate.
  • Il servizio Scuolabus è stato appaltato ad una ditta locale, mentre per le riparazioni il Comune ha selezionato, attraverso gara ad evidenza pubblica, un’officina anch’essa locale.
  • Le vetture che sono state messe a disposizione per lo Scuolabus sono in continua riparazione, tanto che i cittadini sono costretti, assai spesso, ad accompagnare i propri figli a scuola nonostante abbiano pagato il servizio con un contributo ad hoc.
  • Pertanto monta una crescente insoddisfazione che ha spinto alcuni cittadini a costituire un comitato civico ed a richiedere le informazioni oggetto dell’istanza.

Presso il Comune di Spericolato giunge una istanza di accesso civico generalizzato volta ad ottenere la documentazione inerente al servizio di manutenzione e riparazione degli automezzi appartenenti all’amministrazione per il periodo dall’1.1.2013 al 31.12.2015. In particolare si richiede:

  • la documentazione di gara nella sua interezza;
  • il contratto stipulato con l’aggiudicatario;
  • i documenti attestanti i singoli interventi, i preventivi dettagliati degli stessi,
  • l’accettazione dei preventivi, i collaudi ed i pagamenti “con la relativa documentazione fiscale dettagliata”.

Come rispondere? Nella checklist @spazioetico per la gestione delle istanze di accesso civico generalizzato del nostro Manuale, ce ne occupiamo al PASSO 4.

PASSO 4. ESISTONO ESCLUSIONI ASSOLUTE ALL’ACCESSO?

Se seguissimo le indicazioni del TAR Parma, limiteremmo il diritto del comitato civico locale ad accedere a dati e documenti utili per esercitare un controllo sull’operato della PA locale. Se seguissimo le indicazioni del TAR Campania, daremmo accesso a dati e documenti utili per esercitare un controllo sull’operato della PA locale. Questa seconda ipotesi implica il sacrificio di interessi privati (interessi commerciali).

Quando si ragiona in termini di trasparenza non bisognerebbe tenere eccessivamente in considerazione le intenzioni del Legislatore. Bisognerebbe piuttosto considerare l’interesse pubblico connesso alla conoscenza delle informazioniBisognerebbe considerare le opportunità associate alla conoscenza di informazioni relative al funzionamento della P.A, e all’uso delle risorse pubbliche.

L’interesse pubblico dipende dal contesto sociale e culturale, le intenzioni del Legislatore, invece, spesso sembrano guidate dal «guazzabuglio del cuore umano».

 

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I PNA invecchiano … Ma non invecchiano loro. Invecchiano te!

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Giorgio De Chirico “La coorte invincibile” (1928)

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

I PNA invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te.

I PNA ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro. E la colonna prende per buona quella postura. Perché li leggi lentamente per capire quello che c’è scritto. E alla fine capisci che chi li ha scritti era di certo un esperto in prevenzione della corruzione… Solo che non è la stessa corruzione che intendevi tu!

I PNA ti invecchiano anche perché quando arrivano mettono fine, con violenza inaudita, a quella stagione di speranze, in cui credevi veramente che l’etica pubblica, la trasparenza e la buona amministrazione potessero qualcosa contro la corruzione!  

Chiuso in casa, adesso pubblichi le tabelle dell’Amministrazione Trasparente e poi ti mandi le istanze di Accesso Civico da solo. Tanto per essere sicuro che qualcuno le legga. Ed hai un vago ricordo di ciò che eri e di ciò che avresti ancora potuto esprimere, ma non sai più dire con precisione. Hai solo molto sonno.

I PNA si insinuano nella tua mente in modo subdolo e perverso. Se li applichi, ti soffocano; se non li applichi, ti mancano.

Parliamo di PNA al plurale perché quando c’era solo il primo, l’impresa ci sembrava ancora fattibile. Il PNA 2013 era gentile, dormiva, e sebbene la normativa fosse nuova, avevamo ancora l’illusione di essere noi stessi. Poi ne sono arrivati altri quattro ed è cominciato il casino… 2015, 2016, 2017, 2018 … “

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Abbiamo deciso di iniziare questo post parafrasando un bellissimo dialogo, scritto da Mattia Torre e interpretato da Valerio Mastrandrea, dedicato ai figli.   Ma in questo post non parleremo di figli ma del nuovo Piano Nazionale Anticorruzione, pubblicato sul sito di ANAC il 25 ottobre 2018 e in consultazione pubblica fino al 15 di novembre.  

In effetti, noi tutti invecchiamo, ma il PNA no… A sei anni dall’approvazione della Legge n. 190/2012 ci saremmo aspettati un documento che affrontasse una serie di nodi problematici che, a nostro parere, devono essere trattati per garantire l’efficacia delle strategie di prevenzione:

  • I PTPC delle pubbliche amministrazioni riescono veramente a prevenire la corruzione?
  • in che modo è possibile testare l’efficacia delle misure previste nei PTPC?
  • i comportamenti a rischio di corruzione possono essere sistematicamente rilevati dalle amministrazioni?

Anche noi di @spazioetico abbiamo cercato di dare una risposta a queste domande, proponendo alcuni strumenti: lo stress test e le indagini interne. E ci saremmo aspettati una presa di posizione di ANAC su questi temi. Anche  per supportare quelle amministrazioni che, negli ultimi anni, hanno investito nella prevenzione, mappando i processi, valutando il rischio è monitorando l’attuazione delle misure generali e specifiche.

E invece no! Nella prima parte del PNA (la Parte Generale) ANAC  ritorna su temi che dovrebbero essere già chiariti: ruolo, poteri e tutela dei RPCT, funzione dell’autorità, prevenzione della corruzione nelle società e negli enti in controllo pubblico. E, come vedremo, affronta il tema “privacy e trasparenza” senza andare al cuore del problema.

Chiaramente, non è colpa di ANAC se dopo sei anni non è ancora chiaro ai più quale sia il ruolo dei responsabili della prevenzione della corruzione. Questa situazione un po’ imbarazzante dipende in parte dai limiti culturali della pubblica amministrazione Italiana (incapace di vedere il  rischio corruttivo andando oltre il piano angusto della legittimità amministrativa)  e in parte dalla scarsa qualità della normativa. La L. 190/2012, infatti, è una “legge quadro” sulla prevenzione della corruzione che non contiene nemmeno una definizione di cosa sia la corruzione e che trasforma la prevenzione in un adempimento formale. E i suoi decreti attuativi sono di chiara e facile lettura tanto quanto i geroglifici dell’antico Egitto.

La seconda parte del PNA (denominata Parte Speciale) affronta invece in modo approfondito il profilo di rischio presente in tre  attività che hanno un forte impatto sulla vita dei cittadini: la gestione dei rifiuti, l’impiego dei fondi europei e le attività delle agenzie fiscali. Proprio lo scorso anno, in occasione dell’uscita dell’aggiornamento del 2017, avevamo caldeggiato, in un articolo,l’avvio di una seria riflessione sul rischio corruttivo nell’ambito della programmazione, gestione e valutazione dei fondi europei di sviluppo; pertanto abbiamo accolto con una certa soddisfazione la presenza di un Capitolo speciale dedicato a questa importante tematica.

In questo articolo vogliamo commentare brevemente ed esclusivamente il contenuto della parte generale (destinata a tutte le amministrazioni).

 

superman1. Poteri del RPCT

Il paragrafo 4 del PNA 2018 chiarisce quali sono i poteri del RPCT e fa con un rimando a due delibere dell’Autorità: 

  1. La Delibera ANAC n. 840/2018: indicazioni interpretative ed operative con particolare riferimento ai poteri di verifica, controllo e istruttori del RPCT nel caso rilevi o siano segnalati casi di presunta corruzione.
  2. La Delibera ANAC 833/2016: poteri conferiti al RPCT per l’accertamento delle inconferibilità ed incompatibilità di incarichi

In pratica, i poteri del RPCT cambiano in base alla situazione rilevata. Tecnicamente (cioè nel gergo dell’analisi dei processi) l’azione del RPCT è “orientata dagli eventi”:

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Se arriva una segnalazione di presunta corruzione, il RPCT si gioca la carta 840/2016. Se si concretizza un caso di inconferibilità, invece, può giocarsi la carta 883/2016 …  Sembra di giocare a briscola. O ai Pokémon… 

Scherzi a parte, crediamo che l’analisi del PNA sia di sicuro corretta. Per capire quali sono i poteri dei responsabili della prevenzione, bisogna coordinare tra loro le diverse norme che assegnano ai RPCT specifici poteri e specifiche responsabilità:

  • La L. 190/2012 (prevenzione della corruzione)
  • il D.lgs. 33/2013 (obblighi di pubblicazione e accessi civici)
  • il D.lgs. 39/2013 (incompatibilità e inconferibilità)
  • il DPR 62/2013 (codice di comportamento dei dipendenti pubblici)
  • la L. 179/2017 (tutela del whistleblowing)

Ma coordinare le normative non basta: bisognerebbe anche chiedersi se i poteri del RPCT sono adeguati alla prevenzione della corruzione. E la risposta non è così scontata.

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In primo luogo, se i poteri del RPCT sono “orientati dagli eventi”, si rischia di ingabbiare e ingessare l’azione dei responsabili della prevenzione con “regole di ingaggio” che potrebbero avvantaggiare i corrotti. La corruzione corre veloce da una parte all’altra dell’Italia, agendo fuori da ogni regola … e la coorte invincibile degli RPCT dovrebbe inseguirla indossando pesanti corazze di regole e di procedure. Come strategia non sembra vincente!

 

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In secondo luogo, come spesso accade in Italia, le singole normative, se lette da sole, sembrano efficaci e sensate, ma se le metti insieme sembrano un quadro di Pablo Picasso. In particolare, la delibera 240/2018 di ANAC (richiamata nel PNA) chiarisce che i poteri del RPCT in materia di prevenzione della corruzione sono funzionali al ruolo che il legislatore assegna al RPCT: predisporre adeguati strumenti interni all’amministrazione per contrastare l’insorgenza di fenomeni corruttivi (PTPC). Tali poteri si inseriscono e vanno coordinati con quelli di altri organi di controllo interno al fine di ottimizzare, senza sovrapposizioni o duplicazioni, l’intero sistema di controlli previsti nelle amministrazioni anche al fine di contenere fenomeni di maladministration. E’ escluso che al RPCT spetti accertare responsabilità e svolgere direttamente controlli di legittimità e di regolarità amministrativa e contabile“.

Invece, in materia di inconferibilità (d.lgs. 39/2013) la delibera ANAC 833/2016 chiarisce che il RPCT è il soggetto cui la legge, secondo l’interpretazione dell’ANAC e della stessa giurisprudenza amministrativa, riconosce il potere di avvio del procedimento, di accertamento e di verifica della sussistenza della situazione di inconferibilità, di dichiarazione della nullità dell’incarico, nonché il successivo potere sanzionatorio nei confronti degli autori della nomina dichiarata nulla perché inconferibile.”

Insomma,  se il RPCT deve contestare una situazione di inconferibilità ha addirittura il potere di sanzionare il proprio organo di indirizzo … invece, per prevenire la corruzione, può solo adottare il PTPC e verificare che venga applicato. 

Non so a voi, ma a noi qualcosa non torna … 

 

2. I rapporti tra ANAC e RPCT.

Ego_networkIl punto 4.2. si occupa di approfondire le interconnessioni tra ANAC e i responsabili anticorruzione. Materia che scotta. Recentemente i RPCT sono stai messi sotto speciale osservazione in quanto non avrebbero comunicato (segnalato) ad ANAC casi di corruzione nelle loro relazioni. Ci sarebbe molto da discutere su questo presunto obbligo dei RPCT di segnalare ad ANAC eventi corruttivi (a noi risulta che se un RPCT viene a conoscenza di un evento corruttivo denuncia all’Autorità Giudiziaria, non ad ANAC), fatto sta che a causa di questo clima che si è venuto a creare e che abbiamo provato a descrivere nell’articolo “L’autunno caldo dei responsabili anticorruzione“, forse ANAC ha deciso di chiarire i propri rapporti con i RPCT. E lo fa dedicando un intero paragrafo a questo tema. Nel PNA, quindi si legge che “per l’Autorità è di estremo rilievo valorizzare i rapporti con i RPCT. Si tratta di figure chiave nelle amministrazioni e negli enti per assicurare effettività al sistema di prevenzione della corruzione come declinato nella l. 190/2012. Da qui il particolare rilievo che ANAC attribuisce alla scelta del RPCT nelle Amministrazioni e negli altri enti tenuti a nominarlo. Con tale soggetto ANAC interagisce nello svolgimento della propria attività di vigilanza per verificare sia l’efficacia delle misure di prevenzione della corruzione di cui alla l. 190/2012, sia il corretto adempimento degli obblighi di pubblicazione di cui al d.lgs. 33/2013 negli enti”.

Quello che emerge è un rapporto che si instaura effettivamente solo in occasione dell’attività di vigilanza di ANAC, sia essa volta a verificare l’efficacia delle misure di prevenzione, sia essa volta a favorire la corretta attuazione della disciplina sulla trasparenza.

Non si ravvisa alcuna attività di supporto da parte di ANAC nei confronti dei RPCT, né, tanto meno, alcuna azione di ANAC volta ad acquisire, dagli RPCT, informazioni, punti di vista, buone pratiche, azioni innovative tali da far ritenere che i RPCT non siano solo degli esecutori materiali della regolamentazione (aggiornamento del PNA, Determine, Delibere, ecc…), ma ne siano anche gli ispiratori. Il rapporto tra ANAC e RPCT, insomma, al di là di scambi informali che dipendono dalla sensibilità personale, non sembra uscire da uno schema fortemente formalistico. 

Tralasciando l’incontro annuale con i RPCT che, evidentemente è assolutamente insufficiente a costruire una rete e a farla lavorare, una delle perplessità più forti che abbiamo sempre avuto sul ruolo o sull’effettiva interpretazione del ruolo dell’Autorità è proprio il non aver mai provato a costituire e alimentare una rete di RPCT. Sembra davvero la più grande delle occasioni mancate. Emergono tutti i limiti di un’organizzazione che all’interno non trova o non può trovare competenze diverse da quelle giuridiche, mentre in questo campo, in un campo così complesso come la prevenzione della corruzione, si avverte la necessità di coinvolgere competenze di altra natura, come, ad esempio, promuovere ed alimentare reti e piattaforme di innovatori, facilitare scambi di esperienze, incorporare approcci sociologici, antropologici, economici, ecc…

Nel Decalogo che abbiamo presentato il 6 giugno 2017 abbiamo dedicato il terzo punto allo sviluppo di comunità di RPCT a livello regionale. Si tratta di recepire questa raccomandazione a livello nazionale e sviluppare un network che abbia la doppia finalità di sviluppare dal basso metodologie, strumenti, approcci e di far sentire i RPCT realmente al centro della strategia nazionale anticorruzione.

 

3. Rapporti tra Privacy e Trasparenza

wersm-twitter-privacy-transparencyQuando abbiamo letto l’indice, non abbiamo potuto fare a meno di incuriosirci nel trovare un argomento controverso e attuale come il rapporto tra Privacy e Trasparenza soprattutto a seguito dell’introduzione del nuovo Regolamento europeo (GDPR). E invece … NULLA DI FATTO!  Quando siamo andati a leggere lo specifico paragrafo (n. 7), ci siamo accorti che ANAC si limita a dire che il RPCT non può essere anche DPO e che il RPCT in caso di riesame di stanze di ACG deve rivolgersi al Garante Privacy. Il supporto del DPO alla gestione delle istanze non è caldeggiata da ANAC, quando invece, a nostro parere, un coordinamento tra RPCT e DPO è sicuramente necessario, per evitare che privacy e trasparenza continuino a non parlarsi e a entrare in conflitto nella PA italiana. In particolare, ANAC non propone strategie per integrare e coordinare tutela della privacy e trasparenza, che sono,secondo noi, due aspetti, due facce di una stessa medaglia che ormai prende il nome di data governance”

 

4. Codici di comportamento

codici di comportamento 1Altrettante aspettative erano riposte nel paragrafo “Codici di comportamento” (n. 8). Qui ci sono punti di vista davvero diversi con ANAC. L’Autorità: “constatata la scarsa innovatività dei codici di amministrazione che potremmo chiamare di prima generazione, in quanto adottati a valle dell’entrata in vigore del d.P.R. 63/2013 e delle prime Linee Guida ANAC dell’ottobre del 2013. Tali codici, infatti, si sono, nella stragrande maggioranza dei casi, limitati a riprodurre le previsioni del codice nazionale, nonostante il richiamo delle Linee guida ANAC sulla inutilità e non opportunità di una simile scelta”. 

Noi riteniamo che l’integrazione del codice di comportamento dell’Ente sia importante, ma non fondamentale. Lo avevamo già sottolineato in sede di Consultazione delle Linee Guida per i Codici di comportamento del comparto sanitario. Esiste una pericolosa tendenza (peraltro in atto da sempre nel nostro Paese): si tratta dell’illusoria quanto ingenua idea che quante più regole possono essere inserite in un Codice, tanto più efficace sarà la misura. E’ stato ampiamente dimostrato da vari studi internazionali (su tutti, citiamo gli esperimenti di KATZ-NAVON T., “Safety climate in health care organizations. A multidimensional approach” (2005), in ambito sanitario) che le persone hanno un limite di tollerabilità alle regole e che introdurre nuove disposizione finisce per immobilizzare la capacità decisionale delle persone (ipengiofobia). E’ un processo difficilmente arrestabile perché auto-rinforzante. Per le amministrazioni, la sfida è trovare il giusto equilibrio tra regole e responsabilità personale. La nostra idea, pertanto, è di semplificare codici e regole, adottarne solo se strettamente necessarie e coinvolgere le persone in attività formative che permettano loro di applicare le regole di fronte a degli eventi critici, come nel caso dei “dilemmi etici”.

 

5. Il pantouflage

pantouflesSu questo argomento, dopo una serie di puntualizzazioni di carattere giuridico, l’ANAC afferma: L’Autorità, in una recente istruttoria che ha portato ad accertare la violazione del divieto di cui all’art. 53, co. 16-ter, del d.lgs. 165/200113, ha messo in luce la criticità connessa alla lacuna normativa che non consente di stabilire quale sia l’organo deputato a svolgere il procedimento per l’applicazione delle sanzioni. Una volta accertata l’effettiva violazione, nei sensi esposti dal Consiglio di Stato nella sentenza n. 126/2018, cit., l’ANAC non ha ulteriori poteri in merito al compimento degli atti conseguenti“.

Non crediamo ci sia molto altro da dire, se non che le leggi dovrebbero essere scritte meglio.

 

6. La rotazione del personale

chain-carousel-1689985_960_720Questo paragrafo si limita a prendere atto della sostanziale mancata attuazione di questa misura, sia quella ordinaria sia quella straordinaria, raccomandando le amministrazioni a provvedere nel corso del 2019.  La rotazione del personale è un “tormentone” che ormai caratterizza tutti i Piani Nazionali Anticorruzione. Se ne parla da anni (a volte presentandola come la panacea di tutti i mali) ma poi quasi nessuna amministrazione sembra applicarla. La scelta di far ruotare i dirigenti e il personale degli uffici di una pubblica amministrazione mette in conflitto due interessi primari: l’equidistanza dagli interessi secondari (che sarebbe favorita dalla rotazione) e l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, cioè il “buon andamento” (che invece sembra essere messa a rischio dalla rotazione). Per passare “dal dire al fare” non è necessario attraversare il mare. Basterebbero forse solo due cose:

  • una incisiva azione di ANAC, per contestare agli Enti la mancata rotazione straordinaria (quella da applicare nel caso in cui in un ufficio si verifichino casi di corruzione);
  • indicazioni chiare agli RPCT, per aiutarli a capire quando (sulla base del profilo di rischio corruttivo presente in un processo)  la rotazione ordinaria è necessaria. 

La rotazione, insomma, deve essere applicata con attenzione. Così come devono essere introdotte con attenzione le misure alternative alla rotazione. Inoltre, andrebbe approfondito il rischio di “perdita di buon andamento” che una cattiva rotazione genera nei processi. Se ci pensate, se si vuole artificialmente elevare il rischio di corruzione in un processo, allora una delle strade più promettenti è operare una rotazione di incarichi.

 

7. Conclusioni

Ci fermiamo qui, per non annoiarvi e per non togliervi il gusto di leggere la bozza di PNA e partecipare alla consultazione pubblica.

Secondo noi di @spazioetico il Piano Nazionale Anticorruzione 2018 è un buon documento nella Parte Speciale, mentre la Parte Generale incide poco o nulla sulle reali problematiche dell’intero sistema di prevenzione italiano.

D’altronde, per sentire ciò che ANAC ha veramente da dire di interessante, per sconfiggere la corruzione, non bisogna leggere le delibere, le linee guida o i documenti di programmazione dell’Autorità. Piuttosto, bisognerebbe leggere la varia letteratura che i Commissari hanno prodotto in questi anni.

Buona lettura (del PNA)!

 

 

 

 

 

 

 

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