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lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Archivi Categorie: Valutazione del rischio di corruzione

A quando la concessione di servizi pubblici nel PNA?

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Il processo di concessione di servizio pubblico è da considerarsi ad altissimo rischio corruttivo. La fase di pianificazione, la scrittura della convenzione, l’applicazione di clausole, l’assegnazione e, infine, la fase di controllo sono tutte ad altissimo rischio, considerati gli interessi primari in gioco e gli interessi secondari che muovono individui e organizzazioni pubbliche e private.

Non ci vuole un genio per capirlo.

Allora, come si sono mosse le amministrazioni responsabili? Scopriamo che il livello di trasparenza del processo è pressoché nullo; in tutte le fasi, le clausole rappresentano un capestro per la parte pubblica con chiaro inquinamento del processo decisionale e mala-gestio; il controllo è delegato al soggetto controllato (ebbene sì, anche questo abbiamo dovuto sentire).

Ci piacerebbe che l’aggiornamento 2019 del PNA se ne occupasse, potremmo anche fornire utili indicazioni, se ce le chiedessero (ne dubito).

Occuparsi (seriamente) della concessione di servizi pubblici a privati sarebbe un vero passo verso la prevenzione della corruzione in Italia. 

#noallanticorruzionedellecarte

Fondi europei, di “strutturale” c’è solo la cattiva amministrazione?

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I Fondi Strutturali e di Investimento Europei  (Fondi SIE), noti anche come “Fondi strutturali” (tout-court) di tanto in tanto riempiono le pagine distratte dei quotidiani nazionali. Si tratta, per chi non li conoscesse, delle risorse che l’Europa destina ai Paesi membri per favorire  la crescita economica e occupazionale. E sono una montagna di soldi che devono essere gestiti dalle Regioni sulla base di Programmi Operativi che ne determinano le linee di indirizzo e le modalità di attuazione.

E’ di ieri la notizia che la Sicilia perderà circa 380 milioni di euro. Così titola il quotidiano ilsicilia.it: “Piove sul bagnato. Sulla spesa europea la Regione accusa un duro colpo. Il Tribunale dell’Unione europea ha infatti respinto il ricorso relativo al taglio dei fondi“. Ed il Corriere della Sera tuona: “Falle nella gestione e nei controlli” (tra l’altro questo articolo ha un curioso incipit dedicato alla cosiddetta anticorruzione inutile, sul quale siamo decisamente d’accordo…). Si tratta, per la precisione, di irregolarità che si sarebbero verificate in attuazione del ciclo di programmazione 2000-2006. Ma siamo sicuri che le cose vadano meglio ora?

Recentemente  la Corte dei Conti italiana ha di nuovo stigmatizzato le amministrazioni italiane per il mancato utilizzo di ingenti risorse provenienti dai suddetti Fondi relativamente, questa volta, al ciclo di programmazione 2014-2020. 

Questa è la situazione.

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Sembra un disco rotto o un ritornello impazzito: Nel periodo di Programmazione la capacità di spesa e di pagamento è ben lungi da registrare i livelli attesi“. Quante volte in questi ultimi venti anni abbiamo sentito, letto o ascoltato questa affermazione? Da cosa dipende questa atavica “mala gestio“?

Sarebbe il caso che le Autorità competenti, compresa l’ANAC, finalmente, osservassero il macro-processo “gestione delle politiche di sviluppo locale” anche e soprattutto dal punto di vista della prevenzione della corruzione.

Si accorgerebbero che c’è un altissimo livello di esposizione a rischi corruttivi praticamente in tutte le fasi del processo.

Il processo è “peculiare“: cioè è particolarmente esposto ad asimmetrie informative in tutte le fasi; inoltre, il processo è spesso “vulnerabile“: le amministrazioni, specialmente quelle dove le risorse destinate sono maggiori, sono da sempre in carenza operativa e gestionale. Esiste una (sostanziale) “opacità” nonostante esistano specifiche regole comunitarie che impongono un “(teoricamente) alto livello di trasparenza.

A dire il vero, le regole europee, sancite dal Regolamento europeo 1303/2013, si limitano a rendere visibile solo parte del processo di gestione dei fondi. In particolare, parte dell’attuazione ed i risultati degli interventi. In realtà, la visibilità di gran parte del processo dipende da un certo “atteggiamento” di apertura che le amministrazioni, in particolare le Regioni, adottano (o non adottano).

In sintesi, possiamo distinguere tre distinte fasi nel macro-processo:

PROGRAMMAZIONE: si tratta della fase di adozione e consolidamento dei regolamenti europei e della scrittura dei documenti di programmazione nazionali e locali. Rendere trasparente questa fase è cruciale per elaborare documenti di programmazione che contestualizzino meglio gli obiettivi e favorire la partecipazione al dibattito pubblico. 

ATTUAZIONE: si tratta della fase di selezione degli interventi e di esecuzione degli interventi. La trasparenza della fase di selezione richiede l’apertura di informazioni in merito:

  • ai criteri di selezione delle operazioni,
  • alla tracciabilità del processo di selezione delle operazioni,
  • alla pubblicazione dei bandi o avvisi pubblici
  • alla tracciabilità del processo di scelta delle procedure da applicare
  • alla tracciabilità della procedura per l’individuazione del soggetto fornitore e dei servizi o esecutore delle opere.

La trasparenza della fase di esecuzione degli interventi, invece, richiede l’apertura di informazioni in merito:

  • all’oggetto fisico acquistato,
  • all’infrastruttura realizzata,
  • agli interventi costruttivi realizzati.

VALUTAZIONE: Il Regolamento richiede di attuare azioni di informazione e comunicazione sui risultati e sull’impatto dei contratti di partenariato, dei programmi operativi e degli interventi. La trasparenza di questa fase richiede l’apertura di informazioni in merito:

  • ai risultati ottenuti da ogni singolo intervento,
  • ai risultati ottenuti a livello di singolo Programma operativo,
  • agli impatti a livello di singolo Programma operativo.

La soluzione contro l’opacità nella gestione dei Fondi Strutturali era stata individuata in Opencoesione, il portale  sull’attuazione dei progetti finanziati dalle politiche di coesione in Italia.

Il limite di Opencoesione, tuttavia, è che rende visibile solo la trasparenza dell’evento, cioè del singolo intervento, ma non la trasparenza dei processi decisionali (dove sta la corruzione vera). Quindi Opencoesione è un ottimo strumento, ma può darsi che la corruzione abbia già lavorato a monte, ad esempio nella selezione degli obiettivi del programma e nella selezione delle operazioni.

I fattori di rischio che abbiamo osservato da vicino sono del tutto peculiari. Ad esempio, quando si fanno i conti sull’attuazione c’è sempre un’autorità nazionale o europea che tuona più o meno con le stesse parole: “la situazione è di forte affanno in termini di volumi sia di impegno che di spesa in quasi tutti i programmi operativi, nazionali regionali e nei diversi Fondi“?

La spiegazione che viene “istituzionalmente” fornita è sempre la solita: “il quasi fisiologico ritardo nell’inizio delle attività progettuali vere e proprie, derivante dai tempi tecnici necessari all’avvio della fase progettuale e alla scelta dei progetti da realizzare“, ma questo è solo parte del problema e riguarda la maladministrationcioè l’atavica incapacità di amministrare queste risorse. 

La Corte dei Conti aggiunge: “Le predette ragioni, peraltro, non possono esimere questa Sezione dallo stigmatizzare il grave ritardo di attuazione dell’attuale periodo di Programmazione, che si rivela addirittura in peggioramento rispetto al precedente, considerando lo stesso momento valutativo (circa metà del settennio). Le conseguenze potrebbero essere molto critiche, qualora questa situazione di quasi stallo non trovi una decisa accelerazione nel breve termine. L’ottimismo iniziale ha dovuto fare il conto con la situazione reale. Né le percentuali di spesa finali del periodo di Programmazione 2007-2013, che sono risultate positive dopo un inizio critico, debbono alimentare l’ottimismo dato dalla  convinzione che, alla fine, i fondi europei si sono spesi quasi per intero; come si è visto nel relativo capitolo della presente relazione, non è importante solo la quantità della spesa, ma soprattutto la qualità“.

In realtà ci sono fortissimi “interessi secondari” che spingono affinché sia così. Interessi che interferiscono con l’interesse primario ad una buona gestione dei fondi. Per buona gestione intendiamo non solo la capacità di spendere, cioè di assorbire le risorse che vengono stanziate per l’Italia, ma anche la qualità della spesa, cioè, progetti che realizzino una “discontinuità” in termini di sviluppo economico di un determinato territorio (ora, peraltro, si parla per lo più di un rallentamento del declino).

Arrivare sempre fuori tempo massimo favorisce la polverizzazione delle risorse attraverso il gioco dei “progetti sponda“, cioè di progettualità già realizzate o in fase di realizzazione che nulla hanno a che fare con lo sviluppo locale ma che permettono di aumentare il tasso di assorbimento e la percentuale di spesa. E’ così che “interessi secondari” di amministratori locali ed operatori economici, legandosi all’interesse primario di spendere i soldi, ma escludendo l’altro interesse primario a spenderli bene, invadono il campo della gestione dei fondi, orientandone le scelte. Un meccanismo corruttivo (è bene utilizzare le parole appropriate) arcinoto ma che sembra impermeabile a qualsiasi ciclo di programmazione. 

Una valutazione “addomesticata” attraverso meccanismi di selezione del cosiddetto “valutatore indipendente” e di successiva gestione che metto in stretta relazione controllante e controllato, con buona pace dell’indipendenza del giudizio. 

Interessanti anche i processi di selezione delle Autorità di Gestione dei Fondi, nonché di selezione e gestione delle Assistenze tecniche. Lo scorso novembre l’Antitrust ha multato il cosiddetto cartello della consulenza che si si era accordato per spartirsi una gara Consip per fornire supporto tecnico nel monitoraggio dell’uso dei fondi strutturali.

 

In ogni fase del ciclo di pianificazione, attuazione e valutazione dei fondi europei ci sono rischi specifici, ben noti agli addetti ai lavori, che andrebbero approfonditi perché ormai da molto tempo è chiaro che i meccanismi corruttivi sono costantemente all’opera nella gestione di queste importanti risorse.

Appunto, qualcuno potrebbe chiedersi: di “strutturale” c’è solo la cattiva amministrazione?

 

 

 

Nuove risorse disponibili su @spazioetico

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Carissimi lettori,

In vista della scadenza di gennaio 2018 per la presentazione degli aggiornamenti ai Piani triennali di prevenzione della corruzione, @spazioetico mette a disposizione NUOVE RISORSE sulle materie di maggior interesse.

Si tratta di 7 nuove presentazioni, scaricabili dal profilo SLIDESHARE che abbiamo realizzato (Massimo Di Rienzo e Andrea Ferrarini) in quest’ultimo mese, frutto di interminabili chiacchierate tra di noi e di più di un centinaio di incontri con amministrazioni pubbliche nell’arco dell’anno 2017.

Abbiamo, in particolare, notevolmente approfondito un nuovo modello di analisi della corruzione che prende in considerazione tre “dimensioni. A noi sembra che affrontino meglio la complessità di questo fenomeno.

Le tre dimensioni sono: la dimensione organizzativa, quella economica e quella eticaE’ il cosiddetto “triangolo della corruzione”.

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Le presentazioni sono:

Tutte le presentazioni contengono uno o più “casi” o “dilemmi etici“.

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Il lato B della corruzione

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“Le strategie di prevenzione della corruzione falliscono perché non prendono in considerazione le esternalità (positive e negative) sia della corruzione, sia delle strategie stesse”.

Tempo fa ci siamo perduti in questa riflessione che abbiamo aggiustato così come la vedete qui sopra, dopo averla letta in un Manuale di Integrity Action (IA), un’organizzazione inglese che si occupa di integrità nella cooperazione allo sviluppo.

IA ha sviluppato l’idea che il fallimento delle riforme pubbliche in questa materia e, in generale, il motivo per cui l’integrità è qualcosa di così difficile da perseguire, dipende da cinque diversi motivi:

  • La corruzione è un “meme“. Un “meme” è un fenomeno che costantemente evolve attraverso un processo di selezione naturale,
  • Le riforme semplificano le esternalità della corruzione e delle riforme,
  • Le dimensioni (della comunità o del Paese) ed il tempo contano,
  • Esiste un problema di “asimmetria informativa” connaturato al rapporto di agenzia tra “principale” e “agente”,
  • I “riformatori”, spesso, sottovalutano i “boicottatori”.

Ci hanno colpito tutte e cinque e abbiamo provato ad approfondirle. In questo post mettiamo in fila, disordinatamente, le riflessioni sul secondo punto e, in parte, anche sul quinto e le adattiamo al contesto organizzativo di cui ci occupiamo, cioè, il Piano triennale di prevenzione della corruzione. Non si tratta, in questo caso, di una “riforma politica”, bensì di una “riforma organizzativa e culturale” delle amministrazioni pubbliche.

  1. La dimensione economica della corruzione e il concetto di “esternalità”

Il nostro modello di analisi della corruzione prende in considerazione tre “dimensioni”, che spiegano la complessità di questo fenomeno: la dimensione organizzativa, quella etica e quella economica. E’ il cosiddetto “triangolo della corruzione”.

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La dimensione organizzativa è sicuramente la più nota, e su di essa vertono le attività di valutazione e trattamento del rischio, richieste dal PNA (mappatura dei processi, misurazione del rischio, introduzione di misure generali e specifiche).

Per quanto riguarda la dimensione etica, è proprio su di essa che si è concentrata in questi anni l’attività di formazione di @spazioetico (dilemmi etici, disonestà delle persone oneste, ecc…).

La dimensione economica, invece, è poco conosciuta.

In economia, le esternalità sono costi o benefici che non vengono presi in considerazione quando si decide il prezzo di un bene o di un servizio. Esso possono essere negative e positive.

Se associamo questo concetto al mondo della corruzione, ci rendiamo conto che esistono esternalità negative e positive della corruzione che non sono particolarmente note.

 

     2. Le esternalità negative della corruzione

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La più sconosciuta delle esternalità negative è la “selezione avversa“, che si ha quando un “agente pubblico” attraverso la sua condotta corruttiva innesca un meccanismo che modifica le condizioni di concorrenzialità di una parte del settore privato locale, provocando una selezione dei concorrenti sfavorevole per la parte pubblica.

La selezione avversa è il vero effetto nefasto della corruzione. Al di là dello spreco di risorse, infatti, la corruzione si divora letteralmente una comunità locale, passo dopo passo.

Facciamo un esempio. Sappiamo tutti, anche il P.N.A. 2015 lo afferma, che il processo di gestione del cosiddetto “post-mortem” ospedaliero è particolarmente esposto al rischio di comportamenti corruttivi, proprio perché le asimmetrie informative presenti e le particolari condizioni dell’utenza possono indurre condotte illecite.

E’ il caso classico dell’operatore sanitario pubblico che orienta la scelta del familiare di una persona appena deceduta, per favorire un operatore economico privato con il quale si è precedentemente accordato.

Ebbene, tale comportamento, se reiterato nel tempo, ad esempio in presenza di una “prassi consolidata“, può innescare un meccanismo di selezione avversa.

L’operatore economico (o il cartello di operatori economici locali) che aderisce al patto corruttivo non verrà premiato perché il suo servizio è qualitativamente migliore oppure perché è più economicamente vantaggioso, ma perché egli può vantare una particolare relazione con l’agente pubblico.

Nel breve-medio periodo tale particolare situazione “seleziona” i competitor locali.

Gli operatori economici esclusi hanno due possibilità: autoescludersi, cambiando contesto o attività o chiudendo l’attività; oppure  adeguarsi al meccanismo perverso e organizzarsi, autonomamente o, a loro volta, in cartelli, per procurarsi posizioni privilegiate presso lo stesso agente pubblico o presso altri agenti pubblici.

Abbiamo moltissimi esempi in questo senso. Roma (ex-Mafia) Capitale, purtroppo. Un intero tessuto di cooperazione sociale viene distrutto dal meccanismo della selezione avversa. Per diversi anni, le organizzazioni vicine a Buzzi e Carminati si aggiudicano gran parte degli appalti dei Dipartimento Sociale di Roma. Questo innesca un meccanismo per cui altre organizzazioni vengono attratte dalla galassia e dal “metodo” Buzzi, mentre altre, semplicemente, spariscono dalla scena.

E qui entra in scena una seconda esternalità della corruzione, stavolta positiva.

 

  1. Le esternalità positive della corruzione

La corruzione, infatti, tende a generare una certa “stabilità sociale“, legata alla possibilità di produrre utilità (economiche e/o relazionali) a gran parte delle componenti in campo.

Anche qui possiamo fare mille esempi.

Ma visto che ci siamo, possiamo immaginare il particolare ambiente universitario che il ricercatore italo-inglese si è trovato di fronte e che lo ha portato a denunciare il comportamento di alcuni professori universitari a Firenze.

Non sappiamo, perché non frequentiamo abbastanza l’Università, se questo ambiente è anche “tipico”. Molti autorevoli commentatori dicono di sì. Cantone parla di un “deficit etico” nelle università. Se contasse qualcosa, noi di @spazioetico non siamo mai stati invitati a tenere alcun corso di formazione presso alcuna università. L’ambiente sembra “impermeabile“. Perché?

La denuncia del ricercatore ha avuto l’effetto di  rompere quella specie di “pace sociale”. In generale, il Whistleblowing è proprio questo, un atto di rottura con il gruppo, con la sua cultura e con i suoi codici sottostanti.  E’ un atto di “volontaria subordinazione” all’interesse pubblico.
Ora, se dovessimo esplorare questi contesti organizzativi ed il loro “clima etico“, non dovremmo mai dimenticare di considerare che quel “modello organizzativo” scoperchiato dal whisteblower in sintonia (forse) con la sua cultura di provenienza, era funzionale alla gran parte delle componenti in campo.

  • Ai professori che, attraverso un vero e proprio meccanismo di “cooptazione”, potevano scegliersi i loro candidati senza rischiare di vedersi assegnato personale “non controllabile”.
  • A molti dei ricercatori che utilizzavano a loro volta quel meccanismo di cooptazione per eludere processi realmente selettivi.
  • All’Università, immaginiamo, per mantenere una certa “pax sociale”, accontentando, di volta in volta, le vedettes accademiche (o “papaveri”, secondo la terminologia utilizzata in alcuni contesti locali) coinvolte.

Proprio perché favorisce questi meccanismi, il contesto universitario è ad altissimo rischio corruttivo e bene ha fatto A.N.AC. ad inserire uno specifico approfondimento nell’aggiornamento del PNA di quest’anno.

Anche in campo sanitario siamo pieni di esempi. Un’Azienda ospedaliera pubblica, tanto quanto un’azienda privata, ha un forte interesse ad avere i medici più bravi. I medici, a loro volta, potrebbero avere interesse ad utilizzare l’ospedale per scopi privati, come mostrano alcune recenti indagini.

Nel caso di Parma, emerso alle cronache nello scorso maggio e tuttora in fase istruttoria, sembra che esistesse un’organizzazione in grado di effettuare ricerca non autorizzata su pazienti in alcune strutture di Terapie del Dolore dell’Università di Parma e della Regione Emilia-Romagna, di organizzare convegni medici sul controllo diretto delle stesse aziende farmaceutiche ed anche pilotare le pubblicazioni scientifiche. L’organizzazione utilizzava i pazienti che accedevano ai centri della terapia del dolore per sperimentazioni illegali.

D’accordo con le società farmaceutiche coinvolte, si sperimentavano farmaci tenendo all’oscuro i pazienti (quindi in modo illegittimo); se tutto andava a buon fine si seguiva l’iter corretto, rivolgendosi alla commissione etica e facendo partire la sperimentazione ufficiale. In più c’era il business della formazione professionale dei medici, prevista dalla legge ma fatta in modo da favorire le aziende coinvolte nell’indagine.

A capo dell’organizzazione ci sarebbe un luminare nel campo della terapia del dolore, tanto da essere uno dei principali artefici della legge che regolamenta il settore. (fonte: Gazzettadiparma).

Interessi convergenti, quindi, in conflitto con l’interesse pubblico che, come dice il nostro Andrea Ferrarini è, per definizione, uno “spazio vuoto“, come un palloncino, che se non lo riempi di qualcosa, si sgonfia.

 

  1. Le esternalità negative delle strategie di prevenzione della corruzione

Se non bastasse questo, spesso le strategie di prevenzione della corruzione semplificano e banalizzano anche le esternalità negative delle misure di prevenzione della corruzione.

Di fronte a misure che non vengono adeguatamente pianificate e di cui non si valuta il rischio, l’organizzazione reagirà, nel breve-medio periodo, con comportamenti di boicottamento o di “congelamento“. Dal momento che l’approccio alla prevenzione della corruzione è prevalentemente normativo e formalistico, si carica il processo decisionale pubblico di ulteriori regole al fine di escludere, per quanto possibile, la discrezionalità degli agenti. L’idea è che il principale ingabbi il più possibile l’agente attraverso un controllo formale delle sue operazioni.

Ma questa dinamica può avere degli effetti collaterali potentissimi. Gli agenti non sono tutti uguali. Si possono immaginare reazioni diverse, come ritardi nei processi decisionali, eccesso di centralizzazione, gestione difensiva, morale basso, barriere contro la cooperazione inter-organizzativa, “strategie di adattamento” come la creazione di entità parallele al fine di evitare i controlli.

Inoltre, c’è il rischio dell’uso strumentale delle misure di prevenzione della corruzione. L’esempio classico è la misura della rotazione degli incarichi.

 

  1. Semplificare le esternalità, cioè, banalizzare la realtà

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“Be’ io farò di voi quattro!, un’armata veloce et ardita che sia veltro et lione al tempo istesso!” (Brancaleone)

Spesso il linguaggio dell’integrità è piuttosto banale. Onestà, imparzialità, parole ripetute come un mantra, come se la loro applicazione non imponesse alcun prezzo da pagare.

In questa materia occorre acquisire maggiore consapevolezza e scaltrezza, sia nelle analisi che nelle soluzioni.

Provate ad esaminare attentamente un processo ad alto rischio corruttivo. Quando ci entrate dentro veramente, vi accorgete di diverse anomalie, di profonde asimmetrie informative, di una certa opacità delle scelte, magari.

Ma quando avete a che fare con chi lo gestisce, tutto sembra in ordine, nessuno si lamenta di come sta in piedi quel processo, né dall’interno né dall’esterno.

E non vi spiegate perché succede questo.

Provate a considerare, allora, come si determinano le esternalità positive di un processo ad alto rischio corruttivo.

Come si fa? Si parte da una “ricognizionedegli interessi in campo.

  • L’interesse del cittadino/utente (la “parte debole” secondo il Manuale di Integrity Action) è di poter fronteggiare un bisogno garantendosi un “vantaggio competitivo” nei confronti di un altro cittadino/utente; in alcuni casi, il vantaggio competitivo si traduce nella realizzazione di una “mobilità sociale” che gli sarebbe preclusa altrimenti (vedi i casi di corruzione nei concorsi universitari). E’ una guerra tra poveri, ma tutti hanno interesse a vincerla.
  • L’interesse dell’operatore economico è lo stesso del cittadino/utente; in più ha bisogno di ridurre l’incertezza ed il rischio di impresa, consolidando o espandendo quote di mercato.
  • L’interesse dell’agente pubblico è ottenere vantaggi per sé o per terzi da una posizione di potere. In genere, si considera solo questo interesse nelle analisi del rischio monodimensionali che osserviamo.
  • Infine, vi sorprenderete a scoprire che alcuni di questi interessi sono promossi dall’organizzazione pubblica stessa, attraverso politiche o prassi organizzative esplicite o implicite. Ad esempio, l’interesse per un Ospedale pubblico ad avere “il luminare” e garantire numeri adeguati potrebbe rendere l’organizzazione più indulgente verso pratiche che favoriscono interessi privati; oppure, una certa propensione a sviluppare processi produttivi in grado di “remunerare” i soggetti economici che orientano la politica locale.

Questi processi sono “tenuti insieme” dalle esternalità positive, più che da procedure o regole organizzative. Esistono in quanto strumentali a garantire utilità al maggior numero di componenti.

 

  1. Conclusioni

brancaleone_3“Fatevi sotto, fatevi sotto ché non temo anco se arrovesciato!” [disse Brancaleone mentre combatteva appeso per il piede].

Perché è così difficile cambiare, ad esempio, amministrazioni come il Comune di Roma? Perché il destino delle università italiane sembra essere segnato da un declino ineluttabile?

Entrambi i contesti esprimono il massimo delle esternalità positive della corruzione. E lo fanno da moltissimo tempo. Ed entrambi i contesti non se la caveranno con misure generiche o con la retorica dell’onestà e dell’integrità.

Se tutti gli attori in campo (cittadini/utenti, imprese e pubblici ufficiali) ritengono convenienti le condotte corruttive (e i conflitti di interesse, che sono l’anticamera della corruzione) e le condotte corruttive hanno tempo per consolidarsi, si genera quello che la teoria dei giochi chiama “Equilibrio di Nash”: “Un gioco può essere descritto in termini di strategie, che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l’equilibrio c’è, quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme”.

john nasgL’Equilibrio di Nash, pertanto, è uno stato di cose in cui nessuna delle parti in causa ha interesse a modificare, da sola, il proprio comportamento. Esso dipende dal “guadagno” (pay-off) atteso dalle scelte. E cioè dagli interessi che tendono a muovere i cittadini, le imprese e gli agenti pubblici.

L’Equilibrio di Nash della corruzione è una “trappola” dalla quale potrebbe essere difficile (forse impossibile uscire).

Tuttavia, non è detto che l’equilibrio di Nash sia la soluzione migliore per tutti. Infatti, se è vero che in un equilibrio di Nash il singolo agente non può aumentare il proprio guadagno modificando solo la propria strategia, non è affatto detto che un gruppo di agenti, o, al limite, tutti, non possano aumentare il proprio guadagno allontanandosi congiuntamente dall’equilibrio.

A rompere l’equilibrio spesso ci pensano i Whistleblower, mettendo a rischio la propria carriera professionale e, a volte, la vita stessa.

E non è detto che un’organizzazione non possa decidere di farlo utilizzando la strategia di prevenzione della corruzione.

Ma la rottura di un equilibrio non è mai a costo zero. Chiunque voglia rompere l’equilibrio fronteggerà un periodo di entropia organizzativa. Si aspetti instabilità, con un alto tasso di conflittualità interna ed esterna, boicottaggio delle misure adottate e percezione di diminuita qualità dei servizi.

Pronti alla pugna?

 

 

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