SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE

lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

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L’attività di elaborazione del PTPCT non può essere affidata a soggetti estranei all’amministrazione: ma se si potesse, è normale che arrivi a costare 165.000 euro?

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Alcune brevi considerazioni a margine della Delibera di ANAC numero 748 del 05 settembre 2018 – ASL Roma 1 – procedura negoziata ai sensi dell’art. 36, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 50/2016 per l’affidamento di un incarico di consulenza specialistica e attività di supporto per gli adempimenti della normativa in materia di anticorruzione L. 190/2012 e d.lgs. 33/2013_ Fascicolo UVMAC/3274/2018.

Questa volta saremo brevi veramente, perché stiamo ancora smaltendo i postumi del Natale!

Primo. Il divieto di cui all’oggetto: “l’attività di elaborazione del piano non può essere affidata a soggetti estranei all’amministrazione”, di per sé, è un divieto privo di senso. Se ne è accorta la stessa ANAC dato che da almeno sei anni predica che il PTPCT sono fatti male; come potrebbero farli a regola d’arte soggetti che fanno anche altro e che fanno questa attività senza alcuna formazione iniziale, spesso improvvisando?

Secondo. Se c’è una regola, per quanto stupida sia, bisogna osservarla, oppure provare a cambiarla. 

Terzo. Quello che fa impressione non è tanto l’attività, quanto l’importo: 163.350 euro!!! C’è subito da precisare che le risorse messe a bando provengono interamente dal risarcimento dei danni arrecati all’Azienda da soggetti interessati da vicende penali che hanno visto come protagonisti dipendenti dell’Azienda stessa, ma forse si potrebbero spendere meglio anche questi soldi.
E’ vero anche che l’importo complessivo (consulenza + formazione) non si avvicina nemmeno ad epiche vette, cavalcate da altre amministrazioni. Tra tutte alcune prefetture calabresi peraltro citate dallo stesso Atto – “iniziative di rafforzamento della capacità amministrativa di prevenzione e lotta alla corruzione da parte degli Enti locali del territorio della provincia di Vibo Valentia, per un importo di € 553.100“. Cioè, la stessa cosa della ASL ma scritta in maniera più formalmente accettabile. Ma di nuovo, sono una montagna di soldi!!!  

Quarto. Se ne potrebbe dedurre che, come in altri casi a noi noti (qui non sappiamo), non è mai opportuno lasciare mano libera alle società di consulenza o pseudo-tali, perché, ovviamente, mirano a massimizzare i profitti ed hanno l’aspettativa di rendere “flessibile” il sistema. I nostri migliori committenti sono quelli più presenti in sede di definizione dei percorsi formativi, non quelli che ci dicono “fate un po’ quello che volete” (compreso il prezzo)!!!

Quinto. 163.350 euro per un’attività, la redazione del PTPCT e la relativa formazione, che rappresenta solo una minima parte della strategia di prevenzione della corruzione, probabilmente la meno significativa? Ma stiamo scherzando?

Sesto. Con 163.350 euro prendete Spazioetico per almeno dieci anni, lavorando sui conflitti di interessi e sulla decodifica del fenomeno corruttivo in Azienda e vedrete che nessuno si annoia, che molti troveranno un senso a quello che fanno, che non vi beccherete una denuncia alla Corte dei Conti, e, in definitiva, che non avrete buttato soldi pubblici… (si scherza, ovviamente)


ANAC – Delibera numero 748 del 05 settembre 2018

ASL Roma 1 – procedura negoziata ai sensi dell’art. 36, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 50/2016 per l’affidamento di un incarico di consulenza specialistica e attività di supporto per gli adempimenti della normativa in materia di anticorruzione L. 190/2012 e d.lgs. 33/2013_ Fascicolo UVMAC/3274/2018

Il Consiglio dell’Autorità nazionale anticorruzione

nell’adunanza del 5 settembre 2018;

visto l’art. 1, comma 2, lett. f) della legge 6 novembre 2012, n. 190, secondo cui l’Autorità esercita la vigilanza ed il controllo sull’effettiva applicazione e sull’efficacia delle misure anticorruzione adottate dalle pubbliche amministrazioni e sul rispetto delle regole sulla trasparenza amministrativa;

visto l’articolo 1, comma 3, della legge 6 novembre 2012, n. 190, secondo cui l’Autorità esercita poteri ispettivi mediante richiesta di notizie, informazioni, atti e documenti alle pubbliche amministrazioni e ordina l’adozione di atti o provvedimenti richiesti dal piano nazionale anticorruzione, dai piani di prevenzione della corruzione delle singole amministrazioni e dalle regole sulla trasparenza dell’attività amministrativa previste dalla normativa vigente, ovvero la rimozione di comportamenti o atti contrastanti con i piani e le regole sulla trasparenza;

visto il Piano nazionale anticorruzione e i successivi aggiornamenti, di cui all’art. 1, coma 2-bis della legge 6 novembre 2012, n. 190;

vista la relazione dell’Ufficio vigilanza sulle misure anticorruzione (UVMAC)

Fatto
L’Azienda Sanitaria Locale Roma 1 (ASL Roma 1) ha bandito una procedura negoziata per l’affidamento di un incarico di consulenza specialistica e attività di supporto per gli adempimenti della normativa in materia di anticorruzione L. 190/2012 e d.lgs. 33/2013, per un importo a base d’asta di € 163.350.
Il relativo Capitolato speciale, all’art. 1, disciplina la specifica attività dell’appalto; in particolare, “a titolo esemplificativo e non esaustivo”, essa riguarda:

1) “mappatura, identificazione, analisi, valutazione dei rischi corruttivi” ed, in particolare, il supporto alla redazione/revisione del Piano Triennale della Prevenzione della Corruzione e del Programma triennale della trasparenza e dell’integrità:

  1. Supporto per l’analisi del contesto interno e Mappatura dei processi delle attività delle Strutture aziendali;
  2. Supporto per l’analisi, valutazione e identificazione dei rischi in base ai processi rilevati e rilevanti nelle Strutture aziendali;
  3. Supporto per l’identificazione e progettazione delle misure anticorruttive;
  4. Supporto per l’organizzazione del sistema di deleghe e responsabilità;
  5. Supporto per l’identificazione e predisposizione di strumenti per il controllo sull’attuazione delle misure e il loro monitoraggio;
  6. Supporto alla redazione/revisione del Piano Triennale della Prevenzione della Corruzione (PTPC) ai sensi della L. 190/2012 e del Programma triennale della Trasparenza e dell’integrità (PTTI) ai sensi del D.Lgs. 33/2013 e s.m.i ;

2) Assistenza e formazione del personale_ Successivamente al completamento di tutte le attività del punto a) è richiesto:

  1. il supporto per l’ideazione e la realizzazione di un evento conoscitivo e divulgativo teso a informare il personale dell’Azienda del Piano adottato e delle sue specificità;
  2. l’assistenza per l’applicazione operativa e la formazione in materia di anticorruzione e trasparenza dei Referenti del responsabile della Corruzione (da individuarsi in 171 figure) anche mediante organizzazione di appositi eventi formativi, distinti per specificità di rischio e macro-aree formative, da calcolarsi in funzione dell’assetto aziendale – come da organigramma pubblicato-;
  3. l’elaborazione di un “Vademecum” da divulgare ai Referenti del RPTC al fine di supportarli nella fase di attuazione annuale del PTPC, attraverso indicazioni pratiche elaborate a partire dall’esperienza maturata dallo svolgimento delle attività del punto a);

3) Consulenza successiva (eventuale)_ L’eventuale servizio di consulenza è funzionale alle necessità di implementazione e mantenimento del sistema realizzato e dovrà consistere in:

  1. proposte di azioni correttive per individuazione/variazione di misure specifiche e/o di documentazione correlata;
  2. supporto per la risoluzione di problematiche legate alla normativa di riferimento, in funzione anche di aggiornamenti legislativi;
  3. affiancamento ai responsabili interni, al fine di effettuare le attività di monitoraggio previste dalla normativa per verificare il grado di efficacia ed efficienza del sistema implementato.

Con nota prot. 57966 del 2/7/2018, l’Autorità ha inviato al RPCT dell’Azienda una richiesta di informazioni, rappresentando che il predetto bando appare non in linea con le indicazioni dettate nel PNA 2016 ove, al paragrafo 5, parte generale, si afferma che «l’attività di elaborazione dei PTPC […] non può essere affidata a soggetti estranei all’amministrazione o ente (art. 1, co. 8, l. 190/2012, come modificato dall’art. 41, co. 1, lett. g) del d.lgs. 97/2016)» e che «sono quindi da escludere affidamenti di incarichi di consulenza comunque considerati», anche in considerazione «della clausola di invarianza della spesa che deve guidare p.a. ed enti nell’attuazione della l. 190/2012 e dei decreti delegati ad essa collegati».
In data 19 luglio 2018 è pervenuta la nota di riscontro a firma del RPCT e del Direttore generale, acquisita al prot. 63571, nella quale è stato rappresentato quanto segue.
La ASL Roma 1 è stata istituita il 1 gennaio 2016 a seguito della fusione delle due Aziende territoriali ASL Roma A e ASL Roma E; l’Azienda, la cui ampiezza territoriale coincide con sei Municipi di Roma Capitale, è articolata su 26 macrostrutture, a loro volta articolate in 121 strutture complesse e 32 strutture semplici. In occasione della redazione del PTPCT 2018-2020 sono emerse notevoli criticità alle quali si sono aggiunti gravi episodi corruttivi che hanno coinvolto dipendenti e dirigenti.
Pertanto, l’Azienda ha ritenuto necessario sviluppare una analisi dei processi particolarmente approfondita, in considerazione della ritenuta inadeguatezza delle misure di prevenzione allora vigenti.
Inoltre, tenuto conto che i soggetti interessati dalla vicenda penale sono stati condannati al risarcimento dei danni arrecati all’Azienda, l’acquisizione di un adeguato supporto metodologico trova completa copertura in tali proventi già incassati.
Nell’assicurare che l’attività di mappatura dei processi e l’analisi e la valutazione dei rischi è comunque di competenza esclusiva del RPCT, l’ASL, a supporto della propria decisione, ha richiamato un precedente analogo, ovvero l’affidamento di servizi professionali a supporto della Prefettura di Vibo Valentia ai fini della realizzazione di iniziative di rafforzamento della capacità amministrativa di prevenzione e lotta alla corruzione da parte degli Enti locali del territorio della provincia di Vibo Valentia, per un importo di € 553.100 (scadenza offerte 27/11/2017).
È stata, infine, richiamata la pronuncia della Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la regione Lazio, n. 269/2018, laddove dispone che «…. Non può escludersi, in linea di principio, che una parte della mappatura dei rischi possa essere oggetto di affidamento a terzi, ma ciò potrà avvenire quando la struttura di cui devono essere valutati i rischi sia molto complessa, particolarmente grande, ad es. in termini di estensione territoriale, o soggetta a processi di notevole complessità».

Ritenuto in diritto
Ai sensi dell’articolo 1, comma 8, della legge 190/2012 e s.m.i. «l’attività di elaborazione del piano non può essere affidata a soggetti estranei all’amministrazione». L’interpretazione fornita dall’Autorità nel PNA 2016 ha chiarito che scopo della norma è quello di considerare la predisposizione del PTPC un’attività che deve essere necessariamente svolta da chi opera esclusivamente all’interno dell’amministrazione o dell’ente interessato, sia perché presuppone una profonda conoscenza della struttura organizzativa, di come si configurano i processi decisionali (siano o meno procedimenti amministrativi) e della possibilità di conoscere quali profili di rischio siano involti; sia perché comporta l’individuazione delle misure di prevenzione che più si attagliano alla fisionomia dell’ente e dei singoli uffici. Tutte queste attività, da ricondurre a quelle di gestione del rischio, trovano il loro logico presupposto nella partecipazione attiva e nel coinvolgimento di tutti i dirigenti e di coloro che a vario titolo sono responsabili dell’attività delle pubbliche amministrazioni e degli enti. Sono quindi da escludere affidamenti di incarichi di consulenza comunque considerati in quanto non viene soddisfatto lo scopo della norma che è quello di far svolgere alle amministrazioni e agli enti un’appropriata ed effettiva analisi e valutazione dei rischio e di far individuare misure di prevenzione proporzionate e contestualizzate rispetto alle caratteristiche della specifica amministrazione o ente. D’altra parte, la citata disposizione va letta anche alla luce della clausola di invarianza della spesa che deve guidare pubbliche amministrazioni ed enti nell’attuazione della l. 190/2012 e dei decreti delegati ad essa collegati.
Secondo l’Azienda l’affidamento in esame concerne un “supporto metodologico e formativo” da parte di soggetti esperti della materia: la descrizione delle attività oggetto dell’appalto rende estremamente labile il discrimen fra supporto metodologico, che dovrebbe afferire alla formazione dei dirigenti, e elaborazione del piano, a partire dalla mappatura dei processi.
Per quanto attiene al ritenuto rispetto della clausola di invarianza della spesa, da parte della ASL, si rappresenta che anche un uso improprio di fondi, a qualsiasi titolo acquisiti, potrebbe comportare una violazione della stessa.
Con riferimento a quanto statuito dalla sentenza n. 269/2018 – di condanna per danno erariale per aver affidato all’esterno l’elaborazione del piano della prevenzione della corruzione – si deve rilevare che l’Azienda ha tralasciato di rappresentare che la stessa evidenzia anche che «per quanto poi attiene alla scelta di far effettuare l’analisi del rischio all’esterno da soggetto terzo, essa appare in contraddizione con la norma dell’art. 1, comma 8 della legge 190/2012 che prevede il divieto di redigere il piano anticorruzione da parte di soggetti esterni» e che «non convince l’affermazione della difesa che la mappatura del rischio sarebbe un elemento prodromico alla redazione del piano. Infatti, l’analisi dei rischi è un aspetto fondamentale del piano stesso e ne costituisce una delle componenti più significative, secondo quanto previsto dall’ANAC nei propri modelli».
Per quanto attiene al richiamato appalto espletato dalla Prefettura di Vibo Valentia, l’Autorità ritiene che lo stesso abbia rivestito caratteristiche diverse: oggetto della procedura di gara ha riguardato l’affidamento di servizi professionali a supporto della Prefettura ai fini della realizzazione di iniziative di rafforzamento della capacità amministrativa di prevenzione e lotta alla corruzione da parte degli Enti locali del territorio della provincia di Vibo Valentia.
Pertanto, le giustificazioni addotte dall’Azienda non possono superare la chiara statuizione normativa di cui al citato articolo 1, comma 8, della legge 190/2012 e s.m.i.: gli unici servizi che possono essere esternalizzati, nel rispetto del d.lgs. 50/2016, riguardano attività formative del personale in materia di prevenzione della corruzione e trasparenza che, nel caso di specie, sono state individuate al punto 2 dell’art. 1 del Capitolato speciale di appalto.

Tutto ciò premesso e considerato,

DELIBERA

  1. la procedura negoziata di che trattasi, ad eccezione del punto 2 “Assistenza e formazione del personale”, dell’art. 1 del Capitolato speciale di appalto non è coerente con quanto disposto dall’articolo 1, comma 8, della legge 190/2012 e s.m.i.;
  2. di trasmettere alla procura regionale della Corte dei conti gli atti acquisiti;
  3. di comunicare la presente delibera al Direttore generale e al RPC dell’Azienda Sanitaria Roma 1.

Dialogo sulla valutazione del rischio di corruzione. Dai “fattori di rischio” ai “PATTERN CORRUTTIVI”

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(scaricare l’articolo in pdf qui: https://www.researchgate.net/publication/338140182_Dialogo_sulla_valutazione_del_rischio_di_corruzione_Dai_fattori_di_rischio_ai_PATTERN_CORRUTTIVI)

Andrea: Caro Massimo, hai letto il Piano Nazionale Anticorruzione 2019? E’ interessantissimo!

Massimo: Sì, ho letto qualcosa… Ma non capisco tutto il tuo entusiasmo!

Andrea: E’ per via dell’Allegato 1 del PNA 2019, che fornisce indicazioni utili per la progettazione, la realizzazione e il miglioramento continuo del “Sistema di gestione del rischio corruttivo”, alla luce dei principali standard internazionali di risk management!

Massimo: Ti devo confessare che gli allegati del Piano Nazionale Anticorruzione mi hanno sempre messo a disagio: ricordo ancora con una certa ansia l’allegato 5 del PNA 2013, che conteneva una metodologia di valutazione dei rischi corruttivi che si è rivelata di scarsa utilità, ma che ANAC non ha mai ufficialmente disconosciuto!

Andrea: Mi dispiace, ma ti devo contraddire: nell’Allegato 1 del PNA 2019 si legge chiaramente che “anche a seguito dei non positivi risultati riscontrati in sede di monitoraggio dei PTPCT da ANAC, si specifica che l’allegato 5 del PNA 2013 non va più considerato un riferimento metodologico da seguire”.

Massimo: Meraviglioso! Chiodo scaccia chiodo e allegato del PNA scaccia allegato del PNA! Certo, ANAC ci ha messo 6 anni per decidere di cambiare una metodologia che fin da subito ha destato perplessità nelle amministrazioni e negli esperti. Forse un po’ troppi anni.

Andrea: In realtà già nel PNA 2015 ANAC raccomandava di non applicare la metodologia dell’allegato 5 in modo troppo meccanico e nel 2016 l’Autorità si era riservata di apportare:con successive linee guida […] le modifiche necessarie al sistema di misurazione”

Massimo: Quindi il PNA 2019 propone un nuovo sistema di misurazione del rischio di corruzione?

Andrea: Non proprio. Un sistema di misurazione affidabile, probabilmente, non l’ha trovato nemmeno ANAC e quindi ha proposto dei criteri metodologici di tipo generale da adattare alle singole amministrazioni, per guidarle nell’aggiornamento dei “4 pilastri” del PTPCT: analisi del contesto, mappatura dei processi, valutazione e trattamento del rischio.

Massimo: E quindi?

Andrea: E quindi, probabilmente, nel 2020 le pubbliche amministrazioni dovranno organizzare dei corsi di formazione al personale, per mettere gli uffici nelle condizioni di realizzare la valutazione “qualitativa” del rischio richiesta dal PNA

Massimo: Sì, però vedi, Andrea, io temo che tutta questa attenzione ai processi, questo tentativo di trovare i rischi nelle pieghe dei procedimenti, potrebbe essere fuorviante. Ho letto PTPCT che prendono in considerazione centinaia di attività, identificando centinaia di rischi e centinaia di procedure organizzative. E sinceramente questo modo di fare anticorruzione mi sembra un po’ barocco, un po’ confuso e vittima di una certa ossessione del controllo.

Andrea: Adesso non esagerare, Massimo! Perché mai questo modo di prevenire la corruzione dovrebbe essere così controproducente?

Massimo: Perché non riesce a cogliere certi fenomeni corruttivi che sono profondamente diffusi e che non vengono innescati dalla cattiva gestione dei procedimenti, ma, piuttosto, hanno a che fare con l’impatto che le scelte e i comportamenti degli agenti pubblici hanno su interessi “strategici” che le pubbliche amministrazioni dovrebbero promuovere.

Andrea: Ti riferisci per caso alla corruzione sistemica oppure alla corruzione politica?

Massimo: No. Mi riferisco a dinamiche che i dipendenti pubblici vedono tutti giorni, ma che non percepiscono come a rischio di corruzione. E che non emergono dalla mappatura e valutazione dei processi. Se vuoi ti faccio un paio di esempi… di quelli che ci raccontano durante i nostri corsi di formazione.


CASO 1:
Ci troviamo presso l’Azienda Sanitaria”Santa Lucia”.

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Il provveditorato dell’Azienda viene incaricato di acquistare apparecchiature per il Centro di Ortottica.
Ebbene, il dirigente del provveditorato, dottor Sergio Scozzese, al fine di ridurre i costi così come indicato dal Direttore amministrativo e dalla politica regionale, decide di indire una gara al massimo ribasso per l’acquisto di campimetri che, come saprai, sono strumenti che permettono ai suddetti tecnici ortottici di misurare il campo visivo; strumenti di fondamentale importanza, che non possono mancare nell’ambulatorio di ortottisti pubblici, evidentemente.

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La gara se la aggiudica la ditta Cataratta s.p.a., poco nota alla categoria dei tecnici, che aveva offerto un ribasso davvero vantaggioso per le casse dell’Azienda.

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Fin dai primi utilizzi della nuova apparecchiatura, tuttavia, è un gran commentare sui gruppi Whatsapp dei tecnici ortottisti dell’Azienda: “Ma che razza di campimetro ci hanno messo in mano!” – “Praticamente inutilizzabile!” – “Funzionerebbe se, almeno, si accendesse!
Insomma, una catastrofe che dilaga a vista d’occhio (sigh!). I commenti arrivano all’orecchio del Direttore del Centro di Ortottica dell’Azienda. Insomma, una bella gatta da pelare.
In uno degli ambulatori della ASL il personale avverte la responsabilità di adoperarsi per mettere in sicurezza la reputazione dell’Azienda, che comincia a ricevere segnalazioni e reclami da parte dei pazienti che si trovano nella necessità di eseguire l’esame presso strutture private.

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Il dottor Indro Iride, un ortottico della ASL, decide di mettere a frutto la sua rete di relazioni, che è assai estesa. In occasione di un Convegno organizzato da una ditta produttrice di dispositivi medici, il dottor Iride viene avvicinato da un suo conoscente, il commendator Commòdo, titolare di una ditta produttrice di campimetri.

VENDETTA

Il quale gli dice: “Carissimo Indro! Abbiamo partecipato anche noi a quella gara… E’ davvero uno scandalo che l’Azienda abbia potuto accettare un ribasso che a noi era apparso palesemente anomalo. Se voi, che siete le vere vittime di una politica così scellerata, dato che vi trovate in trincea di fronte ai pazienti, avete la necessità comunque di svolgere correttamente gli esami, non esitate a chiedere una mano. Ad esempio, potremmo installare presso i vostri ambulatori un paio di campimetri di ultima generazione per i quali, proprio in questi mesi, stiamo ultimando la fase di test. Ve li forniremmo in comodato d’uso, senza alcun obbligo poi di acquistarli. E voi ce li restituirete quando l’Azienda sistemerà la situazione. Anche per noi sarebbe un’occasione per completare il test!“.
Il dottor Iride accetta di buon grado una soluzione che sembra mettere tutti d’accordo. I macchinari vengono portati presso gli ambulatori ed installati. Essi permettono, effettivamente, di erogare le prestazioni sanitarie dei tecnici ortottisti.

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I pazienti smettono di presentare reclami e il dottor Iride, in una telefonata al commendator Commòdo, manifesta tutta la sua soddisfazione per la risoluzione di una questione che ha anche permesso di conservare una certa pace sociale; in questo senso anche il Direttore del Centro di Ortottica aveva elogiato l’iniziativa. Afferma il dottor Iride: “Carissimo! Mi hai fatto proprio un gran favore! I tuoi apparecchi sono davvero di grande qualità. Domani dovrebbero arrivare le parti di ricambio che ti abbiamo acquistato! Anche la manutenzione che ci avete fornito, come dite voi? “FULL RISK” è stata attivata, non ti preoccupare!“.

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Purtroppo la telefonata viene ascoltata dal Magistrato che sta indagando sui rapporti anomali del commendator Commòdo con la sanità pubblica regionale. Al dottor Iride viene chiesto di chiarire davanti al Magistrato inquirenti i motivi per cui alcune apparecchiature di un operatore economico siano potute entrare nell’Azienda alla stregua di “forniture” senza alcun passaggio formale di aggiudicazione. Al dottor Iride viene anche chiesto di chiarire i rapporti di frequentazione abituale con il titolare della ditta, cioè con il commendator Commòdo, che si evincono dal tono della telefonata. A tali accuse il dottor Iride ha un cedimento e bisbiglia ad una sua collega: “Tutto quello che ho fatto è stato per mettere in sicurezza i nostri ambulatori! Io non ci ho guadagnato nulla!

CASO 2:ignara

La dottoressa Casamatta lavora come tecnico della riabilitazione psichiatrica presso l’Azienda Sanitaria di Matto sul Serio, un territorio purtroppo vessato da un inquinamento strutturale dell’ecosistema che ha determinato, nel tempo, condizioni favorevoli all’emersione di patologie psichiatriche.
Presso il suo ambulatorio si avvicendano persone con disturbi non eccessivamente gravi che, tuttavia, chiedono di essere visitate con urgenza anche quando tale urgenza non è sancita dalla prescrizione del Medico di Medicina Generale (MMG). Sono due, infatti, le corsie per la gestione delle priorità: “URGENTE” e “NON URGENTE”. La valutazione viene fatta dal Medico di Medicina Generale ed espressa nell’impegnativa con cui i pazienti si presentano allo sportello.
Assai spesso i familiari di soggetti con impegnative “NON URGENTI” esprimono una forte aspettativa di presa in carico in regime di URGENZA che, tuttavia, viene puntualmente frustrata da un atteggiamento piuttosto “severo” della segretaria dell’ambulatorio, la dottoressa Imparziali.

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Alcune famiglie si vedono costrette a presentare un reclamo. Altre tentano di ammorbidire la dottoressa Imparziali con doni e altre piccole utilità, ma niente. C’è stato anche un caso di aggressione verbale: la madre di un paziente, il cui unico disturbo era una atavica predisposizione al dolce-far-niente, ha messo le mani addosso alla dottoressa Imparziali.
Giunta alla pensione, la dottoressa Imparziali viene sostituita con un nuovo dipendente, il dottor Pocherogne. L’atteggiamento del neoassunto è del tutto diverso.

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E’ appena uscito da un master in relazioni con il pubblico e identifica i pazienti con il termine “clienti”. Inoltre un giorno, di fronte al familiare di un paziente con impegnativa NON URGENTE ma con aspettative di visita immediata, solomonicamente risponde: “Torni dal suo Medico di Medicina Generale e si faccia apporre la sigla ‘URGENTE’ all’impegnativa. E’ un suo diritto. Lo deve e lo può rivendicare!
Una soluzione geniale a detta di molti, tanto che la risposta diventa una prassi consolidata, adottata anche da altri membri dell’equipe a cui la dottoressa Casamatta appartiene.

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La dottoressa Casamatta non può non notare che il livello di conflittualità all’interno dell’ambulatorio è sceso di molto, tuttavia non le sembra che tale prassi sia corretta, né tanto meno giustificabile…


Andrea: Accidenti, Massimo! Ma questi sono assolutamente degli eventi a rischio, che generano dei “feroci equilibri” (come li chiamerebbe Roberto Sanesi ) tra interessi primari e secondari, dove diventa difficile capire se la corruzione vera e propria c’è o non c’è!

Massimo: Esatto! Tuttavia, analizzando il contesto esterno in termini “criminologici” e il contesto interno in termini di ruoli e responsabilità, questi rischi non emergono. Perché qui le persone “risolvono” i conflitti di interessi adottando soluzioni non previste da ruolo che giocano nella loro organizzazione.

Andrea: E in effetti, come dici tu, non emergono nemmeno analizzando i processi. Perché qui i processi non vengono manomessi: le procedure di acquisto sono regolari, le prenotazioni sono legittime, ma svuotate di qualunque significato, perché sono attivati processi paralleli o scorciatoie che nessuna mappatura dei processi potrà mai identificare!

Massimo: Invece, caro Andrea, questi rischi sono facilmente prevedibili analizzando le dinamiche tra gli interessi. Cioè non guardando gli atti e i procedimenti ma gli interessi sottesi agli atti e ai procedimenti e le persone che gestiscono i procedimenti e che formano gli atti amministrativi.

Andrea: Per fare questo tipo di analisi, può essere utile fare riferimento ai quattro tipi di conflitto di interessi (esogeno, endogeno, inerente e apparente) di cui abbiamo parlato in un post precedente!

Massimo: Un’analisi del rischio di questo tipo non identifica più un numero infinito di eventi a rischio, ma un numero limitato di “pattern corruttivi“,cioè di schemi generali, che descrivono dinamiche a rischio, e che possono essere applicati a diverse situazioni concrete che si verificano all’interno delle organizzazioni.

Andrea: Hai ragione … Dei “pattern” che sono come le formine che i nostri figli utilizzano quando giocano con la sabbia al mare, e che attendono solo di essere “riempite”con i ruoli, i comportamenti e i processi concretamente presenti dentro le organizzazioni.

Massimo: I due casi che ti ho raccontato rimandano, entrambi, ad un medesimo “pattern corruttivo”, che potremmo chiamare “pattern della scorciatoia“e in cui compaiono:

  • un processo che presenta vincoli, per garantire la promozione di interessi primari,
  • la caduta di un interesse primario,
  • un destinatario che non è soddisfatto dalle scelte dell’agente,
  • un “agente esterno” che permette al destinatario di trovare una “scorciatoia” per soddisfare i propri interessi secondari.
  • uno o più bias cognitivi, cioè meccanismi di manipolazione del contesto, di errata categorizzazione dello scenario, veri e propri “alibi” che permettono all’agente di non dover “aggiornare” il concetto-di-sè, da onesto a disonesto (“E’ un tuo diritto!“, “Il paziente è un nostro cliente!“).

pattern della scorciatoia

Andrea: Proviamo ad applicare questo modello ai casi. Ad esempio, nel primo caso una scelta organizzativa premia un interesse primario, l’efficienza economica, a discapito del buon andamento. In breve la scelta dell’Azienda di ricorrere ad una gara al massimo ribasso ha l’effetto di far risparmiare risorse economiche ma rende insostenibile l’erogazione delle prestazioni (buon andamento) da parte dei tecnici ortottisti.

Massimo: Esatto! All’interno di questo contesto, che noi definiremmo conflitto di interessi “endogeno”, cioè conflitto tra interessi primari, si genera un secondo conflitto di interessi. Questa volta è il fornitore, la Cataratta s.p.a., potenziale destinatario di una procedura di selezione, a promuovere l’interesse secondario alla fidelizzazione del committente attraverso una strategia che rappresenta una scorciatoia rispetto all'”evidenza pubblica”. Noi abbiamo definito “inerente” questo conflitto di interessi.

Andrea: Quindi abbiamo una doppia pressione. Dall’alto il Principale Delegato, ovvero l’Azienda, crea un contesto in cui un interesse primario decade. Dal basso un potenziale beneficiario promuove un interesse secondario che mira a distorcere a proprio vantaggio un processo pubblico.

Massimo: Il dottor Iride, destinatario interno della procedura di gara, non è soddisfatto della fornitura e trova una scorciatoia, cioè, non fa altro che ristabilire il buon andamento premiando l’interesse secondario di un potenziale destinatario esterno, che diventa un “agente occulto” e procura al dottor Iride ciò di cui ha bisogno. In questi casi la distorsione rischia di passare del tutto inosservata perché si genera un “Equilibrio di Nash“, cioè quel particolare stato di cose in cui nessuna delle parti in causa ha interesse a modificare, da sola, il proprio comportamento. Esso dipende dal “guadagno” (pay-off) atteso dalle scelte. E cioè dagli interessi che tendono a muovere destinatari, agenti e principali pubblici.

Andrea: Ho provato a tradurre questa “convergenza” di interessi primari e secondari che si genera a seguito della decisione dell’agente Indro Iride in una immagine. E’ piuttosto esplicita… L’unico interesse a “piangere” è l’imparzialità.

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Massimo: Fantastico! Dice assai più di qualsiasi scheda di valutazione dei rischi vista finora.

Andrea: Posso immaginare che anche nel secondo caso si determini una situazione simile. Anche in quel caso il dottor Pocherogne, l’Agente pubblico, premia gli interessi di gran parte degli attori trovando una scorciatoia, ovvero spostando il rischio di azzardo morale in capo al Medico di Medicina Generale.

Massimo: Ma generando un danno all’imparzialità, evidentemente. Ora, dal momento che il PNA 2019 stabilisce che la finalità del Piano triennale di prevenzione della corruzione (PTPCT) è di identificare le misure organizzative volte a contenere il rischio di assunzione di decisioni non imparziali, capisci come osservando i processi sotto questa lente si colga molta più realtà di qualunque astratta valutazione.

Andrea: La tua proposta è interessante. Mi chiedo, però, se le pubbliche amministrazioni saranno in grado di svolgere questo tipo di analisi, così diverso da quello prescritto dal ANAC.

Massimo: Abbiamo potuto constatare in questi ultimi anni che non tutte le organizzazioni sono in grado di “ragionare” in termini di interessi convergenti o contrapposti. Ad esempio, gli Enti Locali conservano un approccio assai formalistico all’anticorruzione.

Andrea: Ma noi abbiamo osservato con i nostri occhi che le dinamiche che hai descritto nei casi sono assolutamente riscontrabili anche nei Comuni o nelle Province.

Massimo: Infatti. Ed è un vero peccato che si tardi ad adottare strumenti di lettura ed interpretazione del fenomeno corruttivo che potrebbero far emergere rischi reali e non gli elenchi di eventi pre-categorizzati contenuti all’interno delle piattaforme informatiche che ormai hanno sostituito l’analisi e l’osservazione della realtà.
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La formazione sui casi concreti e quella telefonata dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione che non arriverà mai…

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Proprio in questi ultimi mesi dell’anno Spazioetico sta realizzando percorsi di formazione in materia di prevenzione della corruzione che potremmo definire di terza generazione.

La prima generazione della formazione in materia di prevenzione della corruzione vedeva docenti e partecipanti impegnati nell’interpretare la normativa e nel decodificare la strumentazione a volte piuttosto incoerente messa a disposizione. Più che di “formazione” si sarebbe dovuto parlare di “aggiornamento professionale”. Il fabbisogno formativo era guidato dalla emergente normativa e della fitta regolamentazione che è stata adottata in seguito. L’approccio “casi concreti” era una indicazione metodologica già presente nel PNA 2013, ma rappresentava poco più che una scommessa giocata da formatori (noi di Spazioetico) che si annoiavano mortalmente durante i corsi in cui si leggevano le norme o le disposizioni del PNA. Stiamo parlando degli anni 2013-2015, per intenderci. 

La seconda generazione della formazione ha visto crescere la qualità della domanda che è stata progressivamente “guidata” dall’organizzazione committente. Si individuavano aree specifiche e si richiedevano interventi che fossero maggiormente contestualizzati non solo rispetto alla tipologia di amministrazione ma anche rispetto ai diversi processi e aree a rischio all’interno della stessa organizzazione. L’approccio “casi concreti” era un’opzione, anche se ormai nota, che caratterizzava una certa offerta formativa. Stiamo parlando degli anni 2016-2019.

La terza generazione della formazione, quella che ci potrebbe vedere impegnati in futuro, è ancor più orientata dalla consapevolezza dei committenti (RPCT e uffici formazione), i quali cominciano a comprendere che la dimensione organizzativa è solo il luogo dove si scarica la corruzione, ma che la dimensione economica ed etica, le reti di relazioni, i conflitti di interessi ed i bias cognitivi, per intenderci, sono elementi indispensabili da affrontare nel percorso di crescita della consapevolezza rispetto al fenomeno corruttivo. Per queste tematiche, l’approccio “casi concreti” è l’unico approccio possibile, perché è l’unico approccio in grado di mettere in scena e far comprendere la complessità delle dinamiche generative dell’evento corruttivo.

Il PNA 2019 ribadisce che l’approccio “casi concreti” non può essere più una opzione oppure una felice sperimentazione, ma… L’Autorità valuta positivamente, quindi, un cambiamento radicale nella programmazione e attuazione della formazione, affinché sia sempre più orientata all’esame di casi concreti calati nel contesto delle diverse amministrazioni e favorisca la crescita di competenze tecniche e comportamentali dei dipendenti pubblici in materia di prevenzione della corruzione“.

Una vera presa di posizione, si direbbe. Tanto che poi… “L’Autorità auspica che, con la Scuola nazionale della pubblica amministrazione e con le strutture pubbliche che rilevano fabbisogni formativi e programmano iniziative di formazione, possano svilupparsi progetti educativi improntati ai criteri sopraesposti“.

Ovviamente stiamo aspettando una chiamata dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione con cui non abbiamo mai avuto il piacere di collaborare. Ma questo è solo un dettaglio narcisistico. 

Ci possono essere, infatti, modalità diverse nell’utilizzare l’approccio che ormai potremmo battezzare “CASI CONCRETI”.

Il nostro approccio è piuttosto semplice. Per noi di Spazioetico:

1. Occorre avere familiarità con la teoria dell’Agenzia «ESTESA»
2. E’ necessario imparare a immaginare «SCENARI»
3. Nell’analisi dei casi, si sospende il processo decisionale e si analizza il “dilemma etico”.

Quest’ultimo passaggio sembra anch’esso in linea con le indicazioni contenute nel PNA 2019: “Gli interventi formativi è raccomandato siano finalizzati a fornire ai destinatari strumenti decisionali in grado di porli nella condizione di affrontare i casi critici e i problemi etici che incontrano in specifici contesti e di riconoscere e gestire i conflitti di interessi così come situazioni lavorative problematiche che possono dar luogo all’attivazione di misure di prevenzione della corruzione“.

Alcune amministrazioni ci hanno proposto percorsi più strutturati e, per noi, assai interessanti. Ad esempio il Comune di Rho ci ha chiesto di realizzare per il 2019-2020 una serie di tre diversi interventi:

  1. 2 giornate di formazione di formatori interni (dicembre 2019). Durante le giornate viene presentata la metodologia per analizzare casi concreti e scenari che presentano dinamiche di conflitto di interessi e rischio di corruzione.
  2. Avvio di gruppi di lavoro (2020) all’interno dei diversi uffici del Comune, con il supporto di video-lezioni e schede di analisi (realizzate dalla E-Learning Factory di  Spazioetico). I gruppi di lavoro saranno gestiti dai formatori interni che hanno partecipato alla formazione iniziale, con il supporto delle video-lezioni e delle schede di analisi prodotte da Spazioetico. Le video-lezioni conterranno casi concreti da analizzare. Sono state anche individuate le aree e gli uffici da coinvolgere.
  3. 2 giornate di formazione in cui verrà presentato e analizzato il lavoro svolto (2020).

L’utilizzo di formatori interni è anch’essa un’opzione auspicata dal PNA 2019. Infatti occorre, secondo ANAC: “tenere conto dell’importante contributo che può essere dato dagli operatori interni all’amministrazione, inseriti come docenti nell’ambito di percorsi di aggiornamento e formativi in house“.

Diverse organizzazioni ci stanno chiedendo di accompagnarle nella diffusione di Policy e regolamenti interni, proprio per escludere o mitigare il rischio che questi strumenti di regolazione siano percepiti come ennesima burocrazia. Non riusciamo più a contare le amministrazioni ed i singoli dipendenti che ci palesano l’assurdità e la assoluta inadeguatezza della gestione “modulistico-centrica”, ad esempio, del conflitto di interessi. 

Ovviamente in questi anni abbiamo anche osservato lo sviluppo di quelle che potremmo definire delle “derive” della formazione.

Prima di tutto, la formazione sulla mappatura dei processi e sulla valutazione del rischio che, in teoria dovrebbe far parte del passato, ancora sembra essere al centro delle attività formative di molte organizzazioni che, peraltro, inseriscono tale formazione, che è eminentemente specialistica, anche come “formazione generale” cioè rivolta a tutti i dipendenti. Il PNA 2019, rimettendo in discussione la metodologia di valutazione del rischio, ha rinfocolato questa specie di pandemia rischiocentrica che, per molti anni, ha fatto credere a molti che la prevenzione della corruzione si realizzi nel momento esatto in cui io ho assegnato un valore tra 1 e 5 (ed ora “alto”, “medio” e “basso”) ad un fattore di rischio.

Una seconda deriva che abbiamo osservato in questi anni è stato il tentativo, anche del tutto meritevole, di sovrapporre la prevenzione della corruzione alla qualità dei processi e alla performance organizzativa. La formazione in questo ambito serve soprattutto a riqualificare i processi organizzativi con l’idea che meglio funziona un’amministrazione, meno rischio di corruzione ci sarà. Il che è vero in molti casi. Ma si dimentica che la dimensione organizzativa è solo una parte del problema, che la corruzione si genera nella dimensione relazionale, purtroppo assai sconosciuta ai dipendenti pubblici. Pertanto, non c’è nulla di male nell’accompagnare le organizzazioni a lavorare meglio, ma non la si chiami formazione in materia di prevenzione della corruzione, che è tutt’altra cosa. 

Insomma, la formazione di terza generazione è una sfida già attuale. Vi faremo certamente sapere se quella telefonata dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione arriverà mai… Nel frattempo, continuiamo, insieme, a provare a dare un senso alla prevenzione della corruzione per quello che è che dovrebbe essere. 

 

 

 

 

 

PNA 2019. Il Gioco Dell’Oca dell’anticorruzione italiana.

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di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini
SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE

In questo periodo dell’anno siamo in giro per l’Italia a fare corsi di formazione. E conseguentemente non abbiamo molto tempo per scrivere.

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Le Regioni in cui ha operato SPAZIOETICO nel 2019

A volte ci viene richiesto di tenere corsi sul “Piano Nazionale Anticorruzione“. Dobbiamo dire, con un certo grado di onestà, che ormai saranno più o meno tre anni che in aula non facciamo praticamente più riferimento ai vari PNA, se non in maniera indiretta. E non perché siamo troppo snob (un po’ sì).

Ma perché riteniamo che una volta sistemata l’impalcatura adempitiva dell’anticorruzione o per dirla più chiara, una volta sistemate le carte, un’amministrazione dovrebbe iniziare veramente ad affrontare con i propri dipendenti le questioni che realmente determinano il rischio di corruzione, cioè il sistema delle interferenze, i meccanismi relazionali che generano il conflitto di interessi, le aspettative indebite dei destinatari e dei Principali delegati. E’ del tutto inutile affrontare in aula la spiegazione di una misura se insieme all’aula non si cerca di capire a cosa serve e se serve veramente (e non perché viene indicata in qualche PNA).

A proposito di formazione, stiamo iniziando a notare un’interessante evoluzione, almeno per quanto ci riguarda. Sempre più amministrazioni ci chiedono di valorizzare gli spunti che emergono nelle sessioni di formazione, con attività successive di approfondimento e gestione del contesto organizzativo, anche attraverso specifiche Policy o misure. E’ una strada molto interessante che avevamo già indicato, ad esempio, per la costruzione condivisa dei codici di comportamento. ma nel 2014 i tempi non erano ancora maturi.

Sembra che i tempi siano maturi per una rinnovata azione di formazione-intervento, in cui il confronto con l’aula è solo una parte di un processo più complesso in cui verremo chiamati ad accompagnare le amministrazioni ad adottare misure sempre meno invasive e sempre più mirate alle caratteristiche e ai fabbisogni dello specifico Ente.

I tempi dell’anticorruzione “ufficiale” sembrano, invece, essere cristallizzati. A questo proposito non possiamo esimerci dal comunicarvi una notizia di fondamentale importanza per i destini del Paese: con la delibera numero 1064 del 13 novembre 2019, l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) ha approvato il PNA 2019!

In effetti, l’Italia avrebbe profondamente bisogno di una strategia nazionale di prevenzione, che prenda atto della portata sistemica che hanno assunto i fenomeni corruttivi e della loro apparente “invisibilità”. La corruzione non è più quella descritta dal codice penale: la richiesta o l’accettazione di beni o utilità (tangenti) per effettuare atti d’ufficio o atti contrari ai doveri d’ufficio. Piuttosto, la corruzione è ormai un strumento di regolazione degli interessi che “circolano” all’interno dei sistemi pubblici, in cui si manipolano i processi decisionali e le informazioni necessarie per decidere e in cui le tangenti si nascondono dentro gli assetti societari (i corrotti diventano soci occulti e titolari effettivi delle società che favoriscono) o nel ciclo passivo delle imprese (pagamento di fatture per attività mai svolte).

Servirebbero strategie di prevenzione e di contrasto che volino in alto, in tutti i sensi: intercettando la corruzione politica e definendo obiettivi di lungo periodo, in grado di modificare le logiche di funzionamento dei sistemi pubblici e di introdurre modalità trasparenti di regolazione dei conflitti e delle convergenze tra gli interessi pubblici e gli interessi privati.

Servirebbero strategie che volano in alto … ma forse chiediamo troppo ad ANAC. Una Autorità purtroppo sempre più esautorata, sempre più criticata. E’ un fenomeno strano, tutto italiano, che potremmo chiamare “dell’anti-anti“: anti-anti corruzione, anti-anti evasione, anti-anti mafia. Cioè, anziché prendercela con i corrotti, con gli evasori e con i mafiosi, si grida allo scandalo per l’adozione di misure di prevenzione della corruzione, di contrasto all’evasione fiscale, di lotta alle mafie. Certo, nessuno ha il coraggio di chiedere a gran voce l’abolizione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), dell’Agenzia delle Entrate o dell’Unità di Informazione Finanziaria (U.I.F) che contrasta il riciclaggio. E invece, qualcuno ha già ipotizzato l’abolizione di ANAC.

Quali sono allora gli obiettivi strategici del PNA 2019? Uno di questi obiettivi è chiaramente espresso sul sito dell’autorità, nella news relativa all’approvazione del Piano:
“… L’Anac ha deciso di intraprendere un percorso nuovo: rivedere e consolidare in un unico atto di indirizzo tutte le indicazioni fornite fino ad oggi, integrandole con orientamenti maturati nel corso del tempo e oggetto di appositi atti regolatori…”

Non si tratta in realtà di un percorso tanto nuovo. Ernesto Bignami ci aveva pensato già nel 1931: il PNA 2019 è il primo bigino dell’anticorruzione …  Oppure il PNA 2019 potrebbe essere il Readers Digest dell’Anticorruzione! Come noto ai più, Reader’s Digest è una rivista mensile statunitense fondata nel 1922, che tratta argomenti di carattere generale per le famiglie.

Insomma, con il PNA 2019 ANAC ha scelto di “volare basso”. E questo non sarebbe un male. Il problema è che nel documento l’Autorità non si limita a fare sintesi. Ma modifica alcuni orientamenti e indirizzi espressi nei precedenti Piani.

In particolare, il PNA ridefinisce i criteri metodologici da utilizzare per la valutazione e il trattamento del rischio, promuovendo una analisi qualitativa del rischio e dichiarando ormai definitivamente superata la metodologia proposta nell’allegato 5 del PNA 2013, che era invece di tipo quantitativo.

Avere aspettato il 2019 per dichiarare superato il famigerato allegato 5 (che era già superato nel 2013) è un errore, a nostro parere, imperdonabile. Ormai la maggior parte delle pubbliche amministrazioni ha concluso la mappatura dei processi ed ha consolidato la propria analisi del rischio. Adesso cosa si dovrebbe fare? Ricominciare da capo? Questo non avrebbe alcun senso ed alcuna utilità.

La valutazione dei rischi (come chiarito anche da standard come la ISO 37001) serve solo per orientare il sistema di prevenzione. È un punto di partenza, non un punto di arrivo. Le priorità adesso sarebbero altre: la gestione (o regolazione) dei conflitti di interessi, lo sviluppo di indicatori di anomalia e la definizione di misure di prevenzione efficaci.

Se la valutazione del rischio (comunque sia stata fatta) è soddisfacente, andiamo tranquillamente avanti…  Altrimenti l’anticorruzione rischia di diventare “un Gioco Dell’Oca” in cui si va continuamente avanti e indietro e non si arriva mai alla fine, perché si capita sulla casella sbagliata, oppure sul PNA sbagliato… 

 

 

 

Il conflitto di interessi che non c’era: Abramo, Antigone, Lutero e il Chupacabra

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di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini
SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE
(scaricare articolo in pdf qui: https://www.researchgate.net/publication/336798360_Il_conflitto_di_interessi_che_non_c’era_Abramo_Antigone_Lutero_e_il_Chupacabra) 

Da un po’di tempo la nostra riflessione (e parte dei nostri corsi di formazione) sono concentrati sul fenomeno del conflitto di interessi. Un fenomeno complesso, la cui gestione è spesso ridotta ad un semplice adempimento burocratico (una firma in calce a un modulo che suggerisce tra le righe che è meglio non averli i conflitti di interessi!)

In realtà il conflitto di interessi non è una condotta illecita, ma una situazione di fatto che può, se non correttamente gestito, diventare un precursore della corruzione.

E’ difficile comprendere il fenomeno, ma lo è ancora di più trovare dei modelli che riescano a tradurre questa complessità in modo efficace dal punto di vista formativo.

Ci abbiamo messo quattro anni a comprendere i meccanismi che avviano ed alimentano un conflitto di interessi ed altri due per imparare a raccontarlo nel migliore dei modi. E’ stato un percorso lungo e faticoso e ringraziamo chi ha partecipato ai nostri corsi (e ci ha proposto situazioni concrete da decodificare). Ringraziamo anche i nostri casi che, quasi vivendo di vita propria, ci hanno condotto là dove mai avremmo pensato di arrivare.

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Verso un “Modello Evolutivo” per la prevenzione della corruzione

“La nostra indagine non è diretta verso i fenomeni, ma verso le ‘possibilità’ dei fenomeni”.
(Ludwig Wittgenstein – Ricerche Filosofiche, § 90)

 

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di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

1. “Dove sono i corrotti?”:  il Modello Evolutivo

Abbiamo concluso il post precedente, promettendovi un un nuovo modello di lettura ed interpretazione del “fenomeno corruzione”. Lo faremo in questo post, partendo da un (finto) articolo di giornale:

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Perché le persone diventano disoneste? Nessuno dei Piani Anticorruzione approvati dalle singole amministrazioni, anche in conformità con i Piani Nazionali di ANAC, riesce a rispondere a questa domanda. Tutto il sistema di prevenzione è orientato a ridurre i fattori di rischio nei processi, per impedire la corruzione. Ma è una lotta contro un nemico invisibile.

Dove sono i corrotti contro cui i piani triennali di prevenzione della corruzione innalzano muri di procedure e accendono fari di trasparenza? Non si sa. E quando i reati di corruzione si verificano, ci si accorge che il sistema non era in realtà in grado di prevenire le dinamiche corruttive….

Il “non detto” delle strategie di prevenzione della corruzione è che le persone oneste possono diventare disoneste. E tutto l’arsenale di regole, controlli, adempimenti della Legge 190/2012 serve a difendere le amministrazioni e i cittadini da persone che si credono oneste e che diventano corrotte, spesso senza nemmeno saperlo. Il “non detto” delle strategie di prevenzione è al centro del nostro modello di analisi dei fenomeni corruttivi: il cosiddetto “Modello Evolutivo”.

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Le derive dell’anticorruzione all’italiana

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Didascalia dell’immagine: “ooopsss… mi sono perso”…

 

di Massimo Di Rienzo & Andrea Ferrarini

L’Italia è uno strano Paese. Anche se assomiglia e viene descritto come un “malato cronico”, sembra sempre colto da malanni improvvisi: crollano le montagne e si grida contro il governo che non fa nulla per l’emergenza da rischio idrogeologico, crollano i ponti delle autostrade e si grida all’emergenza dello stato delle opere pubbliche, avvengono fatti di corruzione e si grida contro il governo perché non fa nulla per… sbloccare i cantieri, opssss…

A proposito di corruzione. La corruzione è una ben strana malattia, almeno quando si manifesta nel nostro strano Paese. La corruzione è sempre un’emergenza. La corruzione, si dice, è come una pestilenza. Ma la peste uccide il corpo nel quale è penetrata. Invece, in Italia questa pestilenza sembra essere strutturale. E’ l’unica malattia mortale che lascia in vita il malato.

Come tutte le malattie mortali, ciclicamente si tenta di salvare lo strano paziente.

L’equipe medica che sta curando di questi tempi il “malato Italia” è assai strana anch’essa. Più che essere divisa sulla diagnosi (si tratta veramente di “peste”?), cioè su quale strana malattia abbia colpito questo strano Paese, i nostri arditi patrioti si impiccano vicendevolmente nel cercare di trovare una cura.

Da una parte un gruppo di medici, gli “honesti”, si accanisce terapeuticamente con trattamenti invasivi: “Sono cure innovative”, dicono, “che nessuno ha mai provato prima. Con l’aumento delle pene, gli agenti sotto copertura, il DASPO e altro, spazzeremo via la malattia dal corpo contaminato da agenti patogeni resistentissimi”.

Dall’altra parte un secondo gruppo di sanitari, i “compassionevoli”, sono più orientati all’umanesimo delle cure e allo staccare la spina quando è necessario, nonostante ostentino rosari e simboli religiosi: “Mettiamo il paziente nelle mani della Madonna. Stacchiamo tutto!” I compassionevoli sono dell’opinione che il malato non ce la farà. E allora perché accanirsi tanto? Lasciamo che gli ultimi giorni di vita del paziente siano all’altezza della vita che ha vissuto. “Lasciamogli fare baldoria!” Abolendo, de facto, il codice degli appalti, lasciando che il paziente viva gli ultimi momenti della sua strana esistenza in una fulgida epopea edonistica. Così, affermano i compassionevoli, dopo circa un breve periodo di goduria assoluta il malato allegramente passerà a miglior vita.

In realtà esiste anche un altro gruppo di medici che, a detta di molti, praticano la medicina omeopatica. Questi strani medici che chiameremo “i Mary Poppins dell’anticorruzione”, anch’essi piuttosto ignari della malattia, si impegnano molto nella somministrazione di pillole di zucchero, strani farmaci, che loro chiamano Piani anticorruzione. Queste strane medicine a forma di supposta devono essere somministrate a cicli di tre anni, salvo poi assumerle una volta all’anno per via endoprocedimentale. La medicina è del tutto inutile nel trattare la presunta malattia da corruzione endemica. Ma gli effetti collaterali, invece, in alcuni casi possono essere drammatici.

Che la prevenzione della corruzione sia diventata di fatto una forma di omeopatia non dipende tanto dalla bontà dell’idea del prevenire. A livello internazionale sono tutti d’accordo nel mostrare come la repressione può fino ad un certo punto determinare una modifica nei comportamenti degli agenti pubblici. Piuttosto in questo strano Paese l’omeopatizzazione della prevenzione della corruzione dipende da come è stata architettata e dalle strane “derive” che ha assunto in questi primi sei anni di attuazione.

La prima deriva l’abbiamo chiamata “controllo di qualità”. Dal momento che l’ordine dei medici omeopatici, ANOC (Associazione Nazionale Omeopatici della Corruzione) ha stabilito che la corruzione si manifesta quando c’è “cattiva amministrazione” o mala gestio, allora i Piani anticorruzione hanno cominciato ad assumere le sembianze di piani di miglioramento e gestione della qualità dei processi organizzativi. Il motto sembra essere: “Meglio si lavora, meno si rischia che si manifesti un evento corruttivo”. In questa deriva gli eventi di corruzione che leggiamo sui Piani triennali delle amministrazioni sono spesso o degli elenchi predeterminati di condotte “tipiche” deconstestualizzate, oppure degli eventi di maladministration, cioè di cattiva amministrazione che nulla hanno a che fare con le dinamiche “atipiche” della corruzione. Infine, non una parola sugli interessi, primari e secondari, che competono o che convergono nei processi organizzativi. Salvo, alla fine, accorgersi che la corruzione c’è anche dove le amministrazioni funzionano perché essa non dipende dalla qualità dei processi, i quali amplificano solo il rischio di corruzione, ma dalle convergenze e dai conflitti di interessi che entrano in gioco e che costituiscono l’innesco della corruzione.

La seconda deriva la chiameremo dello “spaghetti western” ed è diretta derivazione della prima. Siccome in questa strana prevenzione della corruzione non si è mai visto un corrotto, ma solo processi organizzativi, schemi e fogli excel, giustamente chi rema contro alla prevenzione ha gioco facile nel dimostrare che questo modo di fare prevenzione in realtà non previene un bel niente. Pertanto, si tende a dividere il mondo in buoni e cattivi. Si grida alla mela marcia. Senza pensare, perché in sei anni di attuazione non si è mai provato ad indagare sull’evidenza che il fattore umano è il vero motore della corruzione. La dinamica e la percezione dei bisogni, le relazioni che soddisfano i bisogni e, infine, gli interessi che sono le strategie di soddisfazione dei bisogni e che corrono sulle relazioni non hanno patria in questo omeopatico “far finta di niente”. Perciò esistono gli onesti e i disonesti. In mezzo, invece, c’è una complessità di bisogni, relazioni ed interessi che se non si conoscono e se non si categorizzano correttamente avrebbero fatto diventare disonesta anche la mia vecchia zia che è morta, si dice, ancora vergine.

Una severa rotazione non si nega a nessuno”. Qui la disumanizzazione della prevenzione della corruzione ha una sorta di sublimazione assoluta. La terza deriva della prevenzione della corruzione, o “deriva del tagadà”, assume il punto di vista del “siccome siamo tutti disonesti, ruotiamo gli incarichi”. La deriva del tagadà, che occorre dire chiaramente è l’uso inappropriato di una misura utile se inserita in un quadro di approfondita analisi organizzativa, mette nelle mani di uno sprovveduto Principale il potere assoluto di spostare, delegittimare, indebolire, destrutturare gli agenti o gli uffici di una intera amministrazione. Proprio recentemente abbiamo sottolineato, insieme ad altri, l’esito per fortuna positivo di una vicenda giudiziaria piuttosto antipatica, ma frutto del genio italico applicato all’anticorruzione di carta. Si tratta della vicenda del capo della Polizia locale di un Comune a cui è stata applicata la rotazione per toglierlo di mezzo dopo che aveva denunciato alla Corte dei Conti la condotta di alcuni agenti. La vicenda è giunta finalmente in Cassazione. L’ha spuntata, per fortuna, il nostro protagonista. Noi la portiamo spesso in aula per sottolineare il fatto che le misure anticorruzione hanno un impatto organizzativo molto forte e messe nelle mani sbagliate possono produrre l’effetto inverso a quello auspicato.

La quarta deriva l’abbiamo chiamata “dell’utile carteggio” e ce ne siamo già occupati in un precedente articoletto che avevamo scritto lo scorso autunno a seguito di una serie di attacchi via stampa alla figura del Responsabile anticorruzione (RPCT). Ci si chiedeva (e ci si chiede tutt’oggi) quale spettro di azione abbia il nostro RPCT a seguito di una segnalazione interna: può attivare strumenti di controllo, oppure si deve limitare a verificare che le misure del Piano siano state correttamente attuate (in questo secondo caso si avrebbe, come evidente, una “deriva” inutil-burocratico-formalistica della sua azione). Il RPCT non è un detective, né lo sceriffo di Nottingham e questo era alquanto pacifico, ma la domanda sorge spontanea: cosa diavolo deve fare l’RPCT? A tale proposito, il compito, per come lo interpreta l’ANAC, si tradurrebbe in un semplice “carteggio” con i vertici amministrativi sulla buona o cattiva salute in cui versa il Piano anticorruzione (PTPC) dell’Ente. La deriva dell’utile carteggio viene tirata in ballo in questo modo: “Se nel PTPC esistono misure di prevenzione adeguate, il RPTC è opportuno richieda per iscritto ai responsabili dell’attuazione delle misure – come indicati nel PTCP – informazioni e notizie sull’attuazione delle misure stesse” (così nella Delibera n. 840 del 2 ottobre 2018). E ancora, nella stessa Delibera: “Dalla lettura delle norme sopra richiamate si evince, inoltre, che il RPCT, nell’esercizio delle proprie funzioni – secondo criteri di proporzionalità, ragionevolezza ed effettività, rispetto allo scopo delle norme richiamate – non possa svolgere controlli di legittimità o di merito su atti e provvedimenti adottati dall’amministrazione, né esprimersi sulla regolarità tecnica o contabile di tali atti, a pena di sconfinare nelle competenza dei soggetti a ciò preposti all’interno di ogni ente o amministrazione ovvero della magistratura“.

Ci sono anche altre derive nel mondo dorato dell’anticorruzione. Una delle più divertenti è la “deriva dell’estintore”. Essa consiste nel riempire le aule di formazione di spauriti dipendenti pubblici e poi chiamare magistrati, giudici, consiglieri, e quant’altro per farsi raccontare più o meno sempre le stesse cose, cioè che chi è corrotto entra nel peggiore dei gironi dell’inferno dantesco. Questa specie di formazione provoca, di fatto, terrorismo psicologico, da un lato, e allontanamento totale e comprensibile da qualsivoglia coinvolgimento nelle strategie di prevenzione che, invece, si dovrebbero muovere sulla consapevolezza delle dinamiche individuali ed organizzative che generano il rischio di corruzione, attraverso strumenti che aiutino i dipendenti pubblici a decodificare correttamente le situazioni che vivono e le relazioni della propria sfera personale.

Un’altra interessante deriva è quella che chiamiamo “del battitore”. A fine 2017 è stata adottata una specifica legge sul whistlebowing, cioè sulle segnalazioni di condotte illecite, che mirava ad estendere le tutele per il segnalante. Poi, più o meno ogni giorno, sono uscite fuori notizie su persone che pur segnalando, sono state licenziate, mobbizzate e quant’altro. Il whistleblowing è una condotta che si fa risalire alla caccia alla volpe inglese, quando i signorotti a cavallo si accompagnavano ad una più umana platea di “soffiatori di fischietto” ai quali era delegato il compito di girare per la foresta e “stanare” con l’emissione di acutissimi fischi, l’odiata ma per molti versi innocua, volpe. Non si è compreso, o non si è voluto comprendere, che il contesto italiano non è paragonabile alla caccia alla volpe inglese. Piuttosto, dovremmo prendere a misura del whistleblowing italiano la caccia alla tigre in India. Sì, quella divertente occupazione che gli inglesi trasportarono dall’altra parte del mondo e che vedeva protagonisti gli stessi signorotti a cavallo, questa volta, di un elefante, contornati da una schiera di “battitori” che entravano nella foresta con l’obiettivo di stanare una assai meno docile tigre, finendo sistematicamente più o meno sbranati. Qui in Italia, in presenza di un contesto “tigre”, ci preoccupiamo di salvaguardare la difesa dell’incolpato (“deriva garantista”), oppure abbiamo bisogno di sapere con certezza cosa ha in mente chi segnala e l’animo con cui segnala (“deriva moralista”), oppure ancora riteniamo che un buon whistleblowing possa essere garantito automaticamente dalla qualità della piattaforma tecnologica attraverso cui vengono raccolte le segnalazioni (“deriva tecnologica”), mentre sarebbe necessario al più presto valutare modalità e tempi di recezione della Direttiva europea.

Insomma, una gran confusione regna sovrana. Con tutte queste derive, l’anticorruzione comincia ad assomigliare ad un naufragio… O quanto meno è evidente che il sistema di prevenzione fa acqua da tutte le parti. Forse allora è il caso di ripartire da due idee fondamentali.

1. La corruzione non è un’emergenza. La corruzione è il costo strutturale di una relazione complessa e ineludibile che esiste tra i cittadini, l’amministrazione pubblica e gli agenti che la rappresentano, a tutti i livelli.

2. Non possiamo permetterci di non prevenire la corruzione. La prevenzione della corruzione, o meglio, l’idea della prevenzione della corruzione è un po’ come l’Europa, o meglio, l’idea di Europa.

L’odierno dibattito sull’Europa, allo stesso tempo, mette in discussione la stessa idea di una Europa unita, nonché il funzionamento dell’Europa come insieme di istituzioni.

Se appare a molti inaccettabile che si torni ad una Europa delle nazioni, visto che la globalizzazione impone un abbattimento progressivo dei confini nazionali, non appare così eretico discutere, invece, su come questa idea di Europa si sia realizzata in concreto: una burocrazia distante, istituzioni poco rappresentative, limitata ed ipocrita cessione di sovranità da parte delle nazioni, egoismi nazionalistici, e via dicendo…

Il dibattito sulla prevenzione della corruzione in Italia sembra soffrire della stessa contraddittorietà: da una parte si mette in discussione la stessa esistenza di una architettura di prevenzione della corruzione, che sarebbe inutile, anzi, per alcuni ostacolerebbe la rinascita economica del Paese, per altri limiterebbe il raggio d’azione degli interventi repressivi.

In realtà, a noi sembra assai più corretto, come si dovrebbe fare anche per il dibattito sull’Europa, concentrarsi su quale idea di prevenzione della corruzione è stata fino ad ora attuata. Quasi tutti i Paesi dell’OCSE hanno adottato soluzioni e strategie di prevenzione della corruzione, il che porterebbe l’Italia, nel caso si abbandonasse questo percorso, in una posizione assai peculiare se si pensa che Paesi meno esposti al rischio di corruzione adottano strategie di prevenzione anche più sofisticate della nostra.

Se il dibattito si sposta su quale prevenzione della corruzione stiamo attuando in concreto in Italia, allora, a nostro avviso, c’è spazio per un profondo e radicale ripensamento.

Forse abbiamo bisogno di un nuovo modello di lettura ed interpretazione del “fenomeno corruzione”. Ed è proprio di questo che vi parleremo nel prossimo post.

State intonati”, come affermava una improbabile cantante in un altrettanto improbabile contest canoro..

Tornano le PILLOLE di INTEGRITA’ di SPAZIOETICO!

PILLOLE

Correva l’anno 2013. Non esisteva ancora il Piano Nazionale Anticorruzione.

Con le PILLOLE DI INTEGRITA’ nasceva una debole ma agguerrita resistenza contro l’anticorruzione delle carte e dei fogli excel. Un percorso che ci ha portato lontano. Da allora SPAZIOETICO ha promosso senza tregua la visione di una prevenzione della corruzione fondata sul coinvolgimento, sulla consapevolezza e sulla responsabilità dei protagonisti. Ed è stata (e sarà ancora di più nei prossimi anni) una visione vincente.

Le PILLOLE, da sempre, sono pensate come forma di supporto ai Responsabili della prevenzione della corruzione delle amministrazioni che spesso trovano difficoltà nel veicolare i concetti di base della prevenzione della corruzione o che hanno bisogno di illustrare ai dipendenti dell’amministrazione, in maniera semplice ma efficace, concetti chiave come, ad esempio, la nuova definizione di “corruzione”, il conflitto di interessi, la trasparenza, il rischio di corruzione, il whistleblowing, il codice di comportamento, l’antiriciclaggio e così via.

Migliaia di dipendenti pubblici si sono formati attraverso le nostre PILLOLE. Ora, dopo più di sei anni abbiamo pensato di rivitalizzare quel percorso con le nuove PILLOLE DI INTEGRITA’.

Due nuove PILLOLE attendono di essere somministrate!


Ci sono diverse modalità di fruizione delle PILLOLE.

MODULO_ORDINE

Le PILLOLE DI INTEGRITA’ possono essere richieste a SPAZIOETICO compilando il MODULO di ORDINE.

Questa modalità è consigliabile per i Responsabili della prevenzione della corruzione che intendono organizzare incontri di formazione interni e vogliono utilizzare le Pillole.

 

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Oppure, su UDEMY, la nota piattaforma di formazione a distanza, accedendo tramite il seguente COUPON:

Questa modalità è consigliabile per TUTTI, in particolar modo per chi intende acquisire conoscenze di base sul fenomeno corruttivo e sui principali strumenti di prevenzione della corruzione.

 

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Infine, il prodotto può anche essere acquistato su MEPA, il mercato elettronico della pubblica amministrazione. Su Mepa (https://www.acquistinretepa.it), effettuare un “cerca imprese” inserendo SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE. A seguito dell’esito della ricerca, cliccare su “SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE”. In “SERVIZI-SERVIZI FORMAZIONE”, cliccare su “VAI AL CATALOGO”. Il codice relativo alla PILLOLA di INTEGRITA’ “Comprendere la corruzione” è SE501. Il codice relativo alla PILLOLA di INTEGRITA’ “La casa dei sogni” è SE502.


Di seguito, i video di presentazione delle PILLOLE.

 

 

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