La parresia del whistleblower. Il coraggio della verità e le convergenze pericolose. L’articolo della rubrica di approfondimento “LO SPAZIO ETICO” per Azienditalia

Lo Spazio Etico è la nuova rubrica che Azienditalia, mensile di organizzazione, bilancio, gestione e controllo degli enti locali del gruppo Wolters Kluwer, ha deciso di dedicare ai diversi aspetti rilevanti del fenomeno del conflitto di interessi. Un appuntamento che guida i lettori, numero dopo numero, in un percorso di approfondimento degli aspetti giuridici, economici, etici ed organizzativi necessari per comprendere e governare correttamente le interazioni tra interessi primari e secondari all’interno delle pubbliche amministrazioni.

Ciascun articolo affronta un diverso aspetto dei conflitti di interessi, contestualizzando il fenomeno, identificando dei “nodi problematici” e casi concreti da analizzare. Considerata la stretta connessione esistente tra conflitto di interessi e rischio di corruzione, la rubrica mira anche contribuire all’attuale dibattito relativo alla prevenzione della corruzione in Italia, proponendo un approccio meno legato agli adempimenti burocratici, più orientato alla tutela anticipatoria dei fenomeni corruttivi e alla riduzione del rischio di caduta dell’imparzialità.

L’articolo di questo mese, dal titolo “La parresia del whistleblower. Il coraggio della verità e le convergenze pericolose“, uscito a settembre 2021, tratta di Whistleblowing.

Di seguito, una anticipazione dell’articolo.



Ogni giorno, in molte parti del mondo, donne e uomini “suonano il fischietto”, per segnalare all’organizzazione in cui lavorano un’anomalia nella gestione di un processo, il conflitto di interessi di un commissario di gara o qualunque altro evento o fenomeno che rappresenta un rischio concreto per l’integrità pubblica.

Non tutti lo fanno per promuovere un interesse primario. Anzi. Molto spesso si segnala in via anonima per fare le scarpe a qualcuno. In pochi ma significativi casi, però, chi segnala lo fa perché non può tollerare lo scempio di cui è testimone, uno scempio di diritti, di imparzialità, di risorse e beni pubblici. Oppure perché avverte la presenza di un pericolo incombente per la collettività.

Ci si aspetterebbe che chi segnala in assenza di un interesse diretto riceva un premio o quantomeno venga difeso dalla sua organizzazione, ma non è così: i whistleblower sono spesso perseguitati, demansionati, mobbizzati o sanzionati e spesso vengono persino licenziati dalla loro organizzazione.

Le ritorsioni ai danni dei segnalanti rappresentano un grosso problema: è come se, durante una partita di calcio, le squadre in campo si mettessero ad espellere arbitro e guardalinee ogni volta che questi fischiano un fallo o un fuorigioco! E per salvare i whistleblower dal loro triste destino sono state elaborate Linee Guida, stipulati accordi, adottate normative che vietano azioni ritorsive e si sono diffusi applicativi informatici che consentono ai segnalanti di mantenere riservata la propria identità. In Italia la Legge n. 179/2017 vieta alle organizzazioni pubbliche la messa in atto di misure ritorsive nei confronti dei dipendenti che, nell’interesse dell’integrità della loro amministrazione, segnalano o denunciano condotte illecite di cui sono venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro e l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) può sanzionare le amministrazioni che adottano misure discriminatorie ai danni dei whistleblower, il mancato approfondimento delle segnalazioni e la mancata adozione di procedure di tutela dell’identità dei segnalanti.

Tuttavia, a dispetto di tanto impegno profuso a livello nazionale, europeo e mondiale, il settore pubblico italiano non sembra essere un contesto pienamente favorevole alla segnalazione e il whistleblowing in molti casi è ancora percepito come un comportamento ad alto rischio, un sacrificio o un martirio in nome della collettività che affonda le proprie radici nella dimensione etica individuale.

È veramente difficile collocare il whistleblowing nel quadro degli obblighi di condotta del pubblico dipendente e all’interno dei sistemi di prevenzione della corruzione. I pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio, per esempio, hanno obbligo di presentare una denuncia all’Autorità Giudiziaria, quando hanno notizia di un reato perseguibile d’ufficio di cui sono venuti a conoscenza nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio. Ma il whistleblowing non è una denuncia, è piuttosto una segnalazione indirizzata all’organizzazione e alla collettività, che rende pubbliche condotte e dinamiche a rischio che, altrimenti, rimarrebbero nell’ombra. I dipendenti di una Pubblica Amministrazione, inoltre, hanno l’obbligo di collaborare con il Responsabile della prevenzione della corruzione per analizzare i rischi, identificare misure di gestione e monitorare l’attuazione delle misure. Ma ancora una volta, il whistleblowing non è un semplice gesto di collaborazione, è piuttosto un segnale di allarme, che emerge quando il sistema di prevenzione (con le sue analisi, le sue misure e i suoi controlli) fallisce e non riesce ad impedire l’emersione di condotte illecite.

Per di più, i controlli esterni sono molto costosi e potrebbero non essere efficaci. Per questo le informazioni detenute all’interno delle amministrazioni possono risultare assai utili ai fini dell’emersione di condotte contrarie agli interessi primari. Sfortunatamente non possiamo aspettarci un numero alto di “osservatori indipendenti”, cioè esterni all’amministrazione o con la quale non hanno rapporto di lavoro a qualsiasi titolo. Per questo dobbiamo concentrarci sugli “osservatori dipendenti”, coloro che lavorano all’interno di un’organizzazione pubblica che diventano “occhi e orecchie” della collettività.

All’interno dell’imperdibile trattato sul whistleblowing a cura del ricercatore e attivista Wim Vandekerckhove, dal titolo “Whistleblowing and Democratic Values”, spicca l’articolo di Abraham Mansbach, ricercatore della Ben-Gurion University di Negev, che ha avuto, a nostro avviso, un’intuizione geniale. L’articolo è intitolato “Whistleblowing as Fearless Speech: The Radical Democratic. Effects of Late Modern Parrhesia”. La tesi del ricercatore è che la condotta di segnalazione, in fondo, non sia altro che la moderna manifestazione di una antica virtù presente nella prima democrazia greca: la “parresia”, un’attività verbale fondata sul “dire-il-vero senza paura”. Più precisamente la parresia è un’attività verbale in cui chi parla esprime la sua personale relazione con la verità e rischia la sua incolumità (professionale o personale) perché riconosce che “dire-la-verità” sia un dovere per migliorare e aiutare altre persone (oltre che sé stesso).

Nei tempi antichi il terminecambiò spesso significato. Sotto i monarchi ellenici, ad esempio, il parresiasta, cioè colui che incarnava la virtù della parresia, aiutava il re a prendere decisioni migliori e a temperare il suo potere (“dire-il-vero al Re” che lo richiedeva come atto contrario alla “cortigianeria”).

Il whistleblowing, in quanto esempio moderno di parresia, afferma Mansbach, è inevitabilmente un comportamento che espone a dei rischi e che richiede il coraggio della verità.

Questo accade perché, proprio come per il parresiasta, il whistleblower opera da una posizione di debolezza. Di fronte a lui, un’alleanza di interessi a volte indicibili, a volte individualmente legittimi e degni di tutela, cospira contro l’imparzialità. Il whistleblower rompe gli equilibri che si vengono a creare nelle relazioni interne ed esterne alle organizzazioni pubbliche. Per questo è temuto ed ostacolato nella sfera professionale e, a volte, anche in quella personale.

Il problema che si pone non è soltanto garantire la tutela dei whistleblower, ma anche e soprattutto capire perché i whistleblower vengono sanzionati anziché essere premiati. E anche decidere se è davvero necessario questo pesante tributo personale che i segnalanti pagano per la promozione dell’integrità. Non potremmo fare a meno del whistleblowing?