Si “alza” il Mose di Venezia … e “affonda” la Società Civile…

di Andrea Ferrarini e Massimo Di Rienzo

1. Eppur si muove …

Il Mose funziona. E’ una buona notizia ovviamente, che rassicura tutti quelli che non gioiscono nel vedere affondare una città meravigliosa come Venezia. Ma in Italia, come al solito, ci si deve mettere sempre il carico da novanta. E allora Antonio Polito twitta “Il Mose funziona. Anni persi nelle polemiche. Le opere pubbliche servono“. Come se tutto quello che è successo con il Mose, cioè che è costato più della costruzione della Grande Muraglia cinese (e costerà altrettanto di manutenzione) e che ha rappresentato una mangiatoia a cielo aperto per sciacalli e avvoltoi di ogni tipo fosse solo “polemica”. Pronta a cedere il passo all’efficientismo di ritorno di qualche imprenditore/prenditore e della sua editoria di scorta. Il tutto ovviamente condito, catholicus in fundo, con il perdono indulgente delle malefatte di chi, in buona o cattiva fede, ha allungato i tempi, ha sperperato risorse, ha depredato ruoli e funzioni pubbliche, ha seminato cultura dell’illegalità. Se non ci fosse di mezzo il nostro Paese, diremmo che ci troviamo dentro ad una psicosi collettiva, meno drammatica di quella americana, ma comunque sempre pericolosa per la nostra fragile democrazia. Una forma di schizofrenia, almeno nel caso del Mose di Venezia, in cui un sintomo ricorrente è la perdita di memoria che affligge l’opinione pubblica.

2. Dissociazioni collettive

Una democrazia è fragile, quando le sue componenti non hanno chiaro, fino in fondo, quale ruolo sono chiamate a giocare, oppure interpretano più ruoli (come un dissociato mentale) ritenendosi sempre perfettamente legittimate. I cittadini, per esempio, quando si trasformano in utenti dei servizi pubblici, tendono ad avere la memoria corta e sono piuttosto indulgenti nel perdonare gli illeciti, fintantoché ne ricavano una qualche forma di utilità. Ma questi stessi cittadini sono pronti, subito dopo, a tornare sulle barricate quando si ritrasformano in contribuenti, veri o presunti, orripilati dallo spreco di denaro pubblico. Oppure quando danno vita a movimenti politici che aprono parlamenti come scatolette di tonno, in nome della “Società Civile”.

La Società Civile gioca indubbiamente un ruolo importante, in una democrazia. Ma la Società Civile si esprime in molti modi. Ad esempio, nel caso del Mose, il rigurgito avanguardista dei fanatici delle “grandi opere” ha trasformato in men che non si dica il funzionamento delle lussuose paratie in un evento paragonabile allo scioglimento del sangue di San Gennaro a Napoli: “Hai visto che si scioglie veramente il sangue?” si è magicamente trasformato in “Hai visto che le grandi opere si devono fare a qualunque costo?” Un pezzo di società civile si mostra indulgente all’assenza di controlli preventivi (lasciamo fare, poi dopo controlliamo) che vengono raccontati come intoppi e ostacoli all’efficienza. Di questa dissociazione sono vittime anche i cosiddetti “honesti apritori di scatole di tonno” che con il loro reddito di cittadinanza stanno probabilmente foraggiando un esercito di evasori fiscali, come ha recentemente affermato Tito Boeri, uno che quando parla bisognerebbe ascoltarlo.

Ma a lungo andare queste forme di dissociazione collettiva non tengono ed i segnali di pericolo per come saranno spesi i soldi del Recovery Fund, (la versione due punto zero delle “grandi opere”), sono già stati avvistati. La nostra Società Civile deve ritrovare la bussola e in poco tempo scegliere da che parte stare.

3. Tollerare la corruzione: non abbiamo inventato nulla

In un bel saggio dal titolo “La corruzione nella storia” Filippo Aragona ci parla di un medico. Si tratta di Bernard de Mandeville. Nato a Dordrecht nel 1670, presso Rotterdam, dopo la laurea in medicina si trasferì a Londra e qui esercitò, con eccellenti risultati, la professione medica, trascorrendo gran parte della vita pubblicando scritti in cui combatteva le convenzioni sociali e morali del suo tempo .

Bernard de Mandeville

Mandeville non parlò di corruzione nei suoi scritti, ma alcune idee che espresse fanno ancora discutere coloro che si occupano di politiche per l’integrità. Sosteneva che:
«il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa… Se l’uomo fosse stato per sua natura umile e indifferente all’adulazione, il politico non avrebbe mai potuto raggiungere i propri fini, né avrebbe saputo che fare di lui. Senza i vizi la superiorità della specie umana non si sarebbe mai manifestata… ».
Rompendo un velo di ipocrisia che tuttora circonda il mondo degli “onesti”, cioè di coloro che si ritengono al di sopra di ogni rischio, Bernard de Mandeville solleva questioni molto complesse:
• il disvalore sociale di tale comportamento presenta un substrato naturalistico oppure deriva da una artificiosa creazione dei sistemi giuridici allo scopo di tutelare le funzioni pubbliche di uno Stato?
• la corruzione, cioè, appartiene alla categoria delle condotte, cosiddette, mala in se, cioè i delitti come, ad esempio, l’omicidio, oppure delle condotte mala quia prohibita, cioè le contravvenzioni, che vengono represse solo in rapporto alle mutevoli esigenze di comune ordine e sicurezza?

In parole ancora più semplici. Di fronte ad un evento corruttivo, la società è portata ad avere una reazione di naturale repulsione? Oppure è propensa ad accettarla? Oppure, ancora, finge di provare repulsione ma poi dimostra di non poterne fare a meno perché, in fondo, dalla corruzione derivano numerosi vantaggi?

E’ evidente che secondo la visione di Mandeville la corruzione fa parte delle condotte mala quia prohibita, nel senso che essa risulterebbe punita solo per volontà contingente dei gruppi politici dominanti ma non perché la società ne percepisca il disvalore. Anzi la società, secondo la sua visione, ne trarrebbe vantaggi in una certa misura!

Ma esistono anche visioni alternative, per le quali la corruzione è un comportamento censurabile a priori, indipendentemente dalla presenza o meno di una norma. A quest’ultima concezione si è certamente ispirato Dante quando nel ventunesimo canto dell’Inferno ha collocato i corrotti (barattieri) nell’ottavo cerchio, tra gli indovini e gli ipocriti, immersi in un lago di pece bollente, ammassati gli uni sugli altri, privi di luce, condannati a un fuoco eterno. Sui barattieri, appena osavano alzare la testa fuori dal loro lago bollente, si gettavano i demoni con zanne e uncini.

4. Chi ha ragione? Una questione di punti di vista

Chi ha ragione? Mandeville o Dante? In realtà, è una questione di punti di vista, storicamente determinati. In determinate culture la corruzione è soggetta a stigma sociale mentre, in altri contesti, l’opinione pubblica sembra tollerare la corruzione. Ma questi punti di vista, se possono essere equivalenti per lo storico o il filosofo della politica, non lo sono per chi si occupa di promozione dell’integrità e di prevenzione della corruzione. La corruzione, intesa come abuso di un potere pubblico per promuovere interessi privati, è considerata un reato in tutte le nazioni del mondo. Un tale disvalore, sul piano giuridico rende indispensabili politiche di prevenzione, al di là dello status ontologico della corruzione.

E in che modo è possibile promuovere una cultura che non consideri la corruzione come un fenomeno inevitabile e, in fin dei conti, ampliamene accettabile? La risposta a questa domanda può essere trovata, almeno in parte, analizzando due ruoli fondamentali del sistema pubblico. Due ruoli che stiamo tutti giocando, anche in questo momento: il ruolo di Principale delegante e il ruolo di Destinatario.

5. L’insieme dei destinatari

Il ruolo di Destinatario è associato a persone in carne ed ossa, che hanno un nome e un cognome, persone alle quali possiamo associare bisogni individuali e che agiscono o stringono relazioni per promuovere i propri interessi. Il destinatario che entra in relazione con la pubblica amministrazione ha precisi bisogni da soddisfare ed interessi da promuovere. Ed è, in un certo senso, “egoista”, perché ha la tendenza a voler massimizzare i benefici che gli derivano con l’interazione con la pubblica amministrazione.

6. L’insieme dei principali deleganti.

Il ruolo di Principale delegante, invece, è associato ad entità collettive che vengono prese in considerazione nel loro insieme, come qualcosa di unitario, senza prestare attenzione ai singoli elementi. Per esempio, quando pensiamo al cosiddetto Elettorato, cioè alla collettività delle persone che hanno diritto di voto, non ci interessa conoscere i nomi dei singoli elettori. Possiamo associare al nostro Principale delegante “Elettorato” delle aspettative e degli orientamenti di voto, oggettivamente rilevabili dai risultati delle elezioni, ma non possiamo sapere se un singolo elettore (per esempio Andrea Ferrarini o Massimo Di Rienzo) ha votato un determinato partito o se è deluso dalle scelte politiche del Governo, perché il voto è segreto. E se anche il singolo elettore dovesse rendere pubblico il proprio voto, il suo orientamento potrebbe non essere allineato con l’orientamento dell’Elettorato nel suo complesso.

Insomma, quando le persone entrano a far parte di un Principale delegante sono un po’ come le gocce d’acqua che formano una pozzanghera in una giornata di pioggia: ogni singola goccia d’acqua che cade forma la pozzanghera, ma quando la pozzanghera compare sulla strada non siamo più in grado di riconoscere dentro di essa le singole gocce d’acqua.

Il Principale delegante esprime bisogni e interessi sovra-individuali. Rivendica dei diritti, che devono essere universalmente riconosciuti: diritto alla salute, alla tutela dell’ambiente, diritto allo studio, al lavoro, diritto all’integrazione sociale ed economica, ecc… Lo Stato, in fin dei conti, esiste proprio per garantire questi diritti diffusi. Ma lo fa in un modo del tutto particolare: con attività, servizi e decisioni che non coinvolgono quasi mai i Principali deleganti, ma che sono rivolte, nella maggior parte dei casi, a singoli destinatari.

7. Prendere o lasciare

Esistono dei concetti che non possono essere né dimostrati né messi in discussione. Possono solo essere accettati o rifiutati. Prendere o lasciare. I dogmi della religione sono concetti di questo tipo. Ma anche la scienza ha i propri concetti indimostrabili, che devono essere accettati. Si chiamano assiomi. Gli assiomi più famosi sono i postulati della geometria. Ma anche la fisica ha i suoi principi non verificabili (principio di inerzia, principio di azione-reazione, principi della termodinamica, ecc…).

Noi non siamo sacerdoti, e nemmeno scienziati, ma abbiamo anche noi un assioma. Il nostro assioma è che la pubblica amministrazione gestisce processi che coinvolgono i Destinatari, ma risponde del proprio operato ai Principali deleganti. L’interesse primario di un sistema pubblico è la promozione dei diritti dei Principale deleganti, nonché la promozione di interessi di carattere ancora più generale, come l’imparzialità e il buon andamento dell’azione amministrativa. Gli interessi dei Destinatari, che possono essere eventualmente promossi dai processi della pubblica amministrazione sono interessi secondari.

Negare questo Assioma del Principale conduce a risultati assai paradossali. Infatti se la pubblica amministrazione dovesse rendere conto del proprio operato ai Destinatari, allora, per esempio, l’ispettore del Dipartimento di Prevenzione che esegue un controllo in un azienda dovrebbe promuovere gli interessi dell’azienda soggetta al controllo, per esempio l’interesse di tale azienda a proseguire la propria attività, anche in presenza di gravi violazioni, che mettono a rischio la salute dei lavoratori o dei consumatori!

8. Tu da che parte stai? I referenti dei Principali deleganti

Ma come fanno i Principali deleganti a controllare l’operato della pubblica amministrazione? Esiste in effetti un potere indipendente, quello giudiziario, che esercita in parte questa funzione. L’art. 101 della Costituzione Italiana parla chiaro: “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Il Giudice Penale, la Corte dei Conti e la Giustizia Amministrativa possono valutare e sanzionare l’operato della pubblica amministrazione e censurare decisioni, comportamenti e provvedimenti che minacciano interessi primari di carattere generale, come l’imparzialità, il buon andamento e la legalità del sistema pubblico.

Ma chi gestisce il potere (Principali delegati ed Agenti) deve rispondere del proprio operato anche davanti a un altro “tribunale”, altrettanto fondamentale in una moderna democrazia: l’Opinione Pubblica.

L’Opinione pubblica esprime il punto di vista del Principale delegante. Ma viene costruita a partire da punti di vista individuali. Sappiamo che è impossibile identificare tutti gli individui che appartengono ad un Principale Delegante. Ma un numero limitato e finito di persone o di organizzazioni può essere usato come riferimento per identificare un Principale Delegante: le associazioni (di consumatori, di contribuenti, di pazienti ecc. …), i partiti politici, i sindacati, le redazioni dei giornali, sono esempi di gruppi ristretti e ben identificabili che hanno assunto il punto di vista di una collettività, che sono diventati referenti del Principale Delegante.

Ma i referenti sono pur sempre individui, con i propri interessi e bisogni privati, che giocano anche il ruolo di Destinatari della pubblica amministrazione. E devono affrontare il difficile compito di tirarsi fuori dalla mischia quotidiana dei bisogni e degli interessi secondari, per immergersi totalmente nel ruolo del Principale delegante. I referenti, insomma, devono decidere da che parte stare. Perché se i referenti valutano la pubblica amministrazione con gli occhi dei destinatari, potrebbero perdere di vista alcuni interessi primari, contribuendo a generare una opinione pubblica che potrebbe tollerare la corruzione, quando la corruzione non incide negativamente sulla qualità percepita dei servizi pubblici.

Perché, in fondo, è solo questo che vogliono i destinatari: vogliono servizi efficienti e amministrazioni flessibili. I destinatari non si interessano delle tangenti e degli accordi illeciti che potrebbero “oliare il sistema” e renderlo più efficiente e flessibile. Si strappano le vesti davanti alla corruzione che fa crollare i ponti, ma non si accorgono della corruzione che li costruisce.

Per finire, possiamo tornare al nostro punto di partenza. Se i referenti del Principale guardano il Mose con gli occhi dei destinatari, ci diranno che tutto va bene: Venezia è salva e i cittadini sono al sicuro. Per i destinatari è questo che conta. Ma se noi aggiustiamo il tiro, e adottiamo il punto di vista del Principale delegante, ci accorgeremo che non tutto è andato bene. Prima che la prima paratia emergesse dalle acque della laguna, l’imparzialità era già affondata. E l’interesse primario ad un uso oculato delle risorse pubbliche era annegato per l’aumento dei costi di realizzazione e manutenzione del Mose. Molti interessi primari sono caduti, insomma, anche se nessuno sembra preoccuparsene, nel sonno profondo della Società Civile!