SPAZIOETICO ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE

Lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Nomine ANAC. Si può fare prevenzione della corruzione senza ANAC?

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In un primo momento sembrava non interessare nessuno, ma poi, piano piano, le reazioni hanno cominciato a fioccare. Prima un articolo di Sergio Rizzo dal titolo perentorio: “L’anticorruzione non c’è più“. Poi una nota stampa di Libera, che, a nostro avviso, centra bene alcuni problemi sollevati da queste nomine: “Riscontriamo che le nomine del CdM non sembrano favorire l’auspicato consolidamento dell’Autorità, che nei suoi pochi anni di attività si è affermata quale presidio di trasparenza e integrità nell’amministrazione pubblica. Al contrario, duole constatare come trovino conferma alcuni segnali di un suo latente indebolimento. Persino nella procedura di rinnovo del Consiglio si sono fatti passi indietro, perdendo l’occasione di generare un percorso partecipato e trasparente nella selezione del Presidente e dei commissari, i cui profili e curricula non sono stati oggetto di alcun preventivo scrutinio pubblico“.

Mancato l’obiettivo, che secondo Libera è un consolidamento e secondo noi era il rilancio di un’Autorità asfittica nella composizione, nelle competenze e nelle funzioni. Mancato il metodo, il percorso partecipato che ti aspetteresti da un’Autorità che dovrebbe promuovere la trasparenza. Non che il primo consiglio non fosse “targato”, comunque. 

Le nomine di ANAC, purtroppo, mettono a nudo una realtà che noi tutti conosciamo. La prevenzione della corruzione non è mai davvero partita in Italia, imprigionata da un approccio terribilmente adempimentale che ha escluso la possibilità di costruire delle strategie credibili e di mettere a fuoco i veri fattori abilitanti della corruzione. Per questo, forse, ANAC viene vissuta dalle forze politiche a volte con un fastidioso distacco, a volte come un distintivo da mettersi sul petto e lasciare arrugginire in una tasca, a volte, purtroppo, come un utile parcheggio per “yes man” in erba. 

Ma si può fare prevenzione della corruzione senza ANAC?

A dire il vero, alcune amministrazioni hanno provato a fare prevenzione della corruzione “nonostante ANAC”. Provando ad includere la società civile, adottando visioni organizzative all’avanguardia, andando oltre la gestione dei rischi fatta “software-based“. Noi ne abbiamo conosciuti molti di questi RPCT, donne e uomini che hanno provato e provano ad andare al cuore del problema della corruzione che è, da una parte, l’uso strumentale e tossico delle relazioni e, dall’altra, la scarsa consapevolezza da parte degli Agenti pubblici del loro ruolo. 

Ora che gli adempimenti di inizio anno (relazione RPCT, aggiornamento Piano e tanto altro) non rappresentano più uno spauracchio per nessuno (ormai una mappatura dei processi l’hanno fatta tutti), si può davvero provare a mettere in piedi strategie di prevenzione evolute, relegando ANAC al ruolo che promette di saper fare meglio, cioè l’adozione di Pareri, un po’ alla stregua del Garante della Privacy (da cui peraltro proviene il nuovo Presidente). Un ruolo, per inciso, assai utile a dirimere le mille incertezze di un apparato normativo lacunoso e instabile. Il resto è vigilanza sugli obblighi di pubblicazione (anche su questo, oramai i software presidiano bene questo ambito) e vigilanza sui contratti pubblici (AVCP due punto zero), un ruolo che sembra pian piano sfumare alla luce delle nuove disposizioni normative.

Questo lascerebbe spazio a chi intende realmente fare prevenzione della corruzione per scelte strategiche decisamente importanti, tra cui:

  • lavorare sulla dimensione economico-relazionale del rischio di corruzione, cioè sui conflitti di interessi, (oggi conosciamo molto meglio il ruolo giocato dal conflitto di interessi e dalle “relazioni sensibili” nella generazione del rischio di corruzione), anche attraverso strumenti assai promettenti come le Policy di regolazione.
  • costruire o rafforzare la consapevolezza dei dipendenti sui meccanismi di base della corruzione, sui veri fattori abilitanti del rischio e sulla dimensione “etica” del rischio di corruzione, attraverso una formazione basata su casi concreti e dilemmi etici.
  • costruire percorsi realmente partecipati di elaborazione del PTPCT attraverso un dialogo con la società civile locale, realizzando il sogno dell’anticorruzione “dal basso” che in questi anni non è mai decollata.

Anche perché il fenomeno corruttivo non sparisce con un decreto. Ma si può arginare attraverso la consapevolezza di chi è coinvolto nelle scelte e di chi è coinvolto nelle implicazioni di tale scelte. 

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