@spazioetico

lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Perché si diventa corrotti (o corruttori?)

Perché le persone corrompono o si fanno corrompere. Bella domanda! Ed io vorrei condividere con i lettori del blog di @spazioetico alcune riflessioni su questo tema.

Il Legislatore, nell’elaborare il contenuto della Legge 190/2012 e dei suoi decreti attuativi, credeva probabilmente di avere già una risposta a questa domanda ed ha imposto alla Pubblica Amministrazione una serie di adempimenti (=cioè di controlli obbligatori e generalizzati a tutti i destinatari della normativa) che non sembrano incidere realmente sui fenomeni corruttivi. Quindi, o il legislatore è stupido (ogni tanto lo è, ma lascerei questa spiegazione come ultima risorsa), oppure la normativa anticorruzione italiana (e forse non solo italiana) deriva da una analisi della corruzione che non è corretta, oppure è solo parziale.

Credo che la L. 190/2012 derivi da una analisi della corruzione che riduce gli accordi/scambi corruttivi a transazioni tra decisori razionali (che calcolano il proprio interesse scegliendo l’opzione più conveniente, con un esatto calcolo dei costi e dei benefici). Ci sono molti modelli che si fondano su questa visione economica “pura” (che esclude qualunque richiamo a fattori culturali, tra cui rientrano l’etica e le convenzioni morali) [1]:

  • L’analisi di Klitgaard: Livello di corruzione = M(onopoli) + D(iscrezionalità) +A(ccountability)
  • Il modello principale agente: il dipendente pubblico/agente corrotto compie un azzardo morale, sfruttando il proprio vantaggio informativo nei confronti dello Stato/principale, e lavora per favorire un principale occulto (il corruttore)
  • Tutte le analisi basate sulla Teoria dei Giochi, che rappresentano l’accordo tra corrotto e corruttore come l’interazione tra due giocatori, che calcolano i costi e i benefici derivanti dalla legalità o dalla corruzione

Non è che queste analisi siano sbagliate. Ma sono parziali, perché conducono ad una conclusione non corretta: che tutti diventiamo corrotti (o corruttori), quando l’illegalità conviene e quando mancano forme di controllo e di sanzione. E’ una analisi descrive la legalità come la scelta che non paga: una scelta che può essere garantita solo in modo artificiale, aumentando i controlli e le sanzioni riservate all’illegalità.

Fin qui, nulla i male: le cose potrebbero stare proprio così. Gli esseri umani potrebbero essere disonesti per natura. Tuttavia, questa conclusione (che la corruzione è l’esito naturale delle decisioni umane, esclusivamente basate sul calcolo dei costi e benefici, cioè sui guadagni garantiti da certe scelte in certe situazioni) non spiega alcuni fenomeni:

  • Alcuni studi su campioni di esseri umani in carne ed ossa hanno dimostrato che effettivamente le persone sono per natura disoneste, ma fino a un certo punto. Piccole disonestà (non pagare il biglietto dell’autobus, parcheggiare senza pagare, non pagare il canone RAI!) sono tollerabili. Ma esiste una barriera (psicologica? Culturale? Etica?) alla grande disonestà generalizzata: un atto di grande disonestà ci impedirebbe di “guardarci allo specchio al mattino” [2]
  • La nostra esperienza di persone oneste ci dimostra che si può essere onesti anche in un contesto (come quello italiano) in cui l’illegalità è fortemente tollerata e non punita. Inoltre, esistono persone (ad esempio i Whistleblowers) che scelgono di denunciare fatti di corruzione, pur sapendo che la pagheranno cara (cioè scelgono l’opzione meno conveniente).

In sintesi, una teoria che voglia rendere conto della complessità non tanto della corruzione, ma del rapporto che gli esseri umani hanno con la corruzione, dovrebbe rispondere a queste tre domande:

  1. Le persone sono generalmente disoneste, ma non corrotte: in cosa consiste la disonestà delle persone oneste?
  2. I corrotti e i corruttori superano una “soglia”, che separa la piccola disonestà dal crimine (lo stesso vale per assassini, mafiosi, grandi evasori  e riciclatori di denaro nei paradisi fiscali): perché la superano?
  3. Molte persone scelgono di essere più oneste della media dei loro simili (ad esempio continuano a pagare le tasse in un paese in cui l’evasione fiscale è molto diffusa): perché lo fanno? 

Una risposta alla prima domanda, può essere fornita leggendo un altro post presente su questo stesso blog, scritto da Massimo di Rienzo,  che ringrazio ancora per avermi concesso uno spazio nel “suo” @spazioetico… Per il resto, una strategia per salvare “capra e cavoli” (e cercare di rispondere alle restanti due domande) potrebbe essere quella di includere nel “calcolo costi-benefici” i costi morali. Persone diverse associano alle stesse scelte costi morali differenti e quindi scelgono in modo diverso. Ma a me sembra una soluzione che non sta in piedi: i costi morali non sono quantificabili. Inoltre, come è possibile attribuire un costo (dare un valore, fissare un  prezzo) ai valori morali, che non vengono prodotti per essere scambiati o venduti?

I valori si difendono o si perdono: l’economia dei valori è un mercato in cui ognuno si tiene stretto quello che ha, per paura di perderlo: quindi è la negazione del mercato!  Oppure è un mercato in cui i valori si diffondono, ma solo al costo della perdita di altri valori preesistenti. E forse qui sta il bandolo della matassa! La dimensione etico-culturale non può essere inclusa nel calcolo economico dei costi e dei benefici dell’illegalità: le due dimensioni (economica e culturale) sono indipendenti, ma si influenzano a vicenda:

  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi), alcuni comportamenti si impongono su altri, perché conducono le persone a fare delle scelte vantaggiose (=il calcolo dei costi e dei benefici seleziona  alcuni valori ed alcune convenzioni sociali)
  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi) alcuni comportamenti interferiscono (in positivo o in negativo) sul calcolo dei costi e dei benefici, portando alcune persone a fare scelte fortemente disoneste ed altre persone ad essere oneste, al di là di ogni guadagno personale (= la dimensione etico/culturale influenza la razionalità delle scelte)
  • Alcune convenzioni sociali, alcuni valori (individuali o condivisi) alcuni comportamenti possono diffondersi (a discapito di altre convenzioni, altri valori, altri comportamenti) e orientare una società verso la legalità o l’illegalità (=l’etica non conosce una economia di mercato, ma solo una economia in cui, nel tempo, si susseguono diversi tipi di monopolio morale)

Ecco, questo è quello che io sto cercando: una visione che spieghi “l’economia” e “l’etica” della corruzione, senza negare una possibile “economia” ed “etica” dell’integrità. Ma ci sono ancora molte cose che non so e che non capisco. Ma che devono essere capite. Perché la pubblica amministrazione non potrà mai prevenire qualcosa che non conosce o che descrive nel modo sbagliato!

[1] Alcuni di questi modelli sono descritti (in modo comprensibile e divertente) da Alberto Vannucci (Docente di Scienza Politica all’Università di Pisa) sul sito di ILLUMINIAMO LA SALUTE

[2] L’economista Luciano Canova parla di questi fenomeni nel suo libro “Scelgo dunque sono – Guida galattica per gli irrazionali in economia”

 

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