@spazioetico

lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Sull’efficacia simbolica (a volte) degli avverbi

grammatica

Curiosamente, la nostra attenzione va sui dettagli quando si tratta di analizzare il recente DDL anticorruzione.

Questo è il testo del nuovo articolo 2621 del Codice Civile, così come è stato riformulato dal recente DDL anticorruzione.

«ART. 2621. – (False comunicazioni sociali). – Fuori dai casi previsti dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni…»

I dettagli in questione, sono, appunto, i due avverbi che ho messo in evidenza. In grammatica, l’avverbio è una parte invariabile del discorso che serve a modificare il significato di quelle parole (verbi, aggettivi, altri avverbi o intere proposizioni) a cui si affianca (così afferma Wikipedia).

Come giustamente ha rilevato Riparte il Futuro, l’avverbio “consapevolmente” rischia di rendere di difficile applicazione la nuova disciplina: c’è reato se “consapevolmente” si espongono informazioni non corrispondenti al vero. Il giudice potrà dover dimostrare la consapevolezza, cosa molto difficile da verificare.

Inoltre, l’avverbio “concretamente” rischia di rendere di difficile applicazione la nuova disciplina. Le informazioni dovranno essere omesse in modo “concretamente idoneo a indurre altri in errore”. Ma è reato solamente quando gli altri effettivamente incappano nell’errore, o anche indipendentemente dal fatto che ciò accada? Rischia di creare molta confusione.

I due avverbi, pertanto, svolgono al meglio la loro funzione, che è quella di modificare il senso delle parole che seguono: “consapevolmente esporre fatti materiali non rispondenti al vero” (potrebbero, infatti, non essere esposti fatti non rispondenti al vero se non “consapevolmente”), mentre “concretamente idonei ad indurre in errore” (potrebbero, infatti, non essere idonei se non “concretamente”).

Sono avverbi di modo, indicano cioè il “modo” in cui l’azione è compiuta (ringrazio il legislatore per l’occasione imperdibile di ripassare il meraviglioso mondo della grammatica italiana). Sono dello stesso tipo di alcuni dei più bei avverbi presenti nella nostra Costituzione. Due su tutti, l’articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e l’articolo 17: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi“.

E questo dice una parola definitiva sul fatto che io non ce l’ho con gli avverbi, nonostante la profonda avversità che manifestava la mia Prof. di italiano e l’autorevolissima posizione del poeta russo Iosif Brodskij (che in realtà ce l’aveva anche e più con gli aggettivi, diceva che il vero poeta si conta su quanti aggettivi è riuscito ad evitare…). Loro sostenevano che avverbi ed aggettivi corrompono il testo, compromettendone il vero significato e che bisogna aborrire da ogni manifestazione di enfatico autocompiacimento attraverso l’uso di cacofonici intrusi (sic).

A me sembra che, come tutte le cose, dipende da come si usano gli avverbi. E, infatti, perché gli avverbi della Costituzione ci sembrano così meravigliosamente appropriati e perché, invece, gli avverbi di questa nuova legge ci sembrano così inadeguati. Qualcuno potrebbe facilmente obiettare: “Vabbè, ma quelli erano i legislatori costituenti“. Altri potrebbero obiettare: “Facile inserire avverbi come ‘liberamente’ o ‘pacificamente’ in una norma che esprime, in fin dei conti, un principio, molto più difficile farlo in situazioni in cui il diritto si deve applicare a casi concreti“.

E si rischierebbe di non andare lontano lungo questo percorso. Allora mi viene da parafrasare quel tale (un tal Goering che purtroppo si intendeva di comunicazione alle masse): “Noi non scriviamo le leggi per sancire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto” (in realtà lui affermò: “Noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto“).

Se riusciamo per un attimo a mandar giù il boccone amaro che una tale frase sia stata pronunciata da un tale mostro, allora possiamo tirarne fuori, forse, un senso anche per le nostre amabili disquisizioni. Inoltre, non  vorrei in nessun modo accostare il suddetto al nostro legislatore, che peraltro ha portato a casa comunque un risultato importante con questa legge.

Però, se pensiamo all’efficacia “formale” dei provvedimenti incriminati, infatti, ci viene subito in mente quanto dovranno penare i magistrati per dimostrare la “consapevolezza” e la “concretezza” dei comportamenti, fino ad ipotizzare una sostanziale inutilizzabilità di questi provvedimenti.

E allora resta l’efficacia “simbolica” (ottenere un certo effetto) che riguarda il messaggio che si è, forse, voluto dare a tutti, magistrati, operatori economici, pubblici decisori, osservatori più o meno esterni e, infine, ai cittadini. Ricordiamo, infatti, che il falso in bilancio è stato considerato un comportamento tutto sommato legittimo dal nostro legislatore per almeno un ventennio, rafforzando una cultura di diffusa illegalità che, proprio attraverso il falso in bilancio, ha creato le provviste utili per i reati corruttivi.

Il nostro impegno, perciò, è di cancellare non solo questi avverbi, ma tutta la simbologia e la cultura che c’è dietro, che ci fa sentire così diversamente legalitari dagli altri e troppo spesso ingenuamente enfatici. Evviva gli avverbi!

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