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lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

La costruzione dello spazio etico nella scuola. QUARTA PARTE

articolo12

QUARTA PARTE. L’articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ed il principio di partecipazione

Articolo 12 Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “Gli Stati garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione in tutte le questioni che lo riguardano, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità”.

La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza riconosce che i bambini non sono solo meri beneficiari passivi di cure protettive da parte degli adulti. Sono anche e soprattutto “soggetti di diritto“, titolari, cioè, di specifiche posizioni attive nei confronti degli adulti, soprattutto per quanto riguarda il loro coinvolgimento nelle decisioni che li riguardano.

Hanno piena facoltà giuridica ad esercitare una responsabilità nelle scelte che, in qualsiasi caso, abbiano una ricaduta diretta e indiretta sulle loro vite.

L’articolo 12 della Convenzione sancisce questo particolare status legale e sociale del bambino minore di anni 18 che, sebbene non abbia la piena autonomia di un adulto, non per questo non è titolare di diritti.

Sancisce che ogni bambino che è in grado di formarsi un’opinione ha il diritto di esprimerla liberamente in ogni questione che lo riguardi e alle sue opinioni deve essere dato il giusto peso tenuto conto dell’età e del livello di maturità del bambino stesso.

Quello che in seguito è stato definito il “diritto alla partecipazione” è un diritto civile fondamentale ed un principio generale che è trasversale a tutti gli altri articoli della Convenzione. In particolare, gli articoli che hanno un riferimento specifico alla partecipazione dei bambini sono:

  • articolo 12 – diritto ad essere ascoltati e ad essere presi in seria considerazione
  • articoli 13 e 14 – diritto alla libertà di espressione, di pensiero, di coscienza e religione
  • articoli 13 e 17 – diritto di accesso alle informazioni
  • articolo 13 – ricerca e diffusione di informazioni
  • articolo 15 – diritto alla libertà di associazione.

Se i ragazzi/e sono in grado di esprimere le loro opinioni su questioni che li riguardano (art. 12), hanno bisogno di informazioni (articolo 17) ed essere in grado di riunirsi con gli altri per discutere delle questioni (articolo 15). Senza la libertà di espressione e la libertà di pensiero (articoli 13 e 14), i bambini non possono avere una voce.

Purtroppo l’applicazione del principio di partecipazione in Italia, in particolare nelle scuole, non è assolutamente soddisfacente. Il 6° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia 2012-2013 del Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Gruppo CRC) sottolinea come “…per quanto riguarda la partecipazione dei minorenni a scuola, si segnala che non vi sono state evoluzioni e questa rimane un’area da sviluppare“.

Il Rapporto di sintesi sugli esiti del monitoraggio del terzo Piano nazionale per l’infanzia, pubblicato il 29 febbraio 2013 evidenzia alcune criticità: “la mancanza di politiche generali improntate alla partecipazione che si configura più spesso come un “principio generale”, senza trovare nelle politiche centrali e locali una concreta applicazione pratica”.

Lo stesso Rapporto ricorda che il “diritto all’ascolto”, di cui all’art. 12 della CRC, è spesso considerato solo in ambito giudiziario e che la partecipazione come azione proattiva degli adulti in un contesto di riconoscimento di soggettività dei minorenni stenta ad entrare nella cultura generale.

In ambiente scolastico la partecipazione dei bambini/e assume un ruolo cruciale in conseguenza del fatto che la loro vita si svolge per la maggior parte del tempo nelle aule.

Il sintomo di una scarsa partecipazione dei bambini/e alla vita scolastica è costituito, in primis, dal fenomeno della dispersione scolastica, termine con il quale si indica il progressivo allontanamento dal percorso educativo, e in particolare l’abbandono del ciclo scolastico delle secondarie di primo grado e secondo grado da parte dei bambini/e e ragazzi/e in obbligo scolastico.

All’interno del contesto scolastico, la partecipazione di bambini/e dovrebbe essere intesa come una dimensione costitutiva dei percorsi didattici che preveda sempre la possibilità per gli allievi di esprimere le proprie idee, operare scelte, dare suggerimenti, proporre domande, valutare il proprio lavoro. Per questo gli insegnanti dovrebbero innanzitutto mettersi in una posizione di ascolto dei propri studenti prima di programmare e svolgere le attività didattiche curricolari, sia disciplinari che interdisciplinari.

In un approccio centrato sui diritti il docente, in quanto duty bearer (che potremmo tradurre con “portatore di dovere” e che si identifica con l’adulto responsabile), diventa parte di una relazione educativa basata sul riconoscimento dello studente come titolare di diritti (right holder) e sulla possibilità che lo studente stesso possa, attraverso le attività didattiche che il docente gli propone, conoscere ed esercitare i propri diritti.

Alcune iniziative sperimentali in questi anni, promosse dalle organizzazione che principalmente si occupano di promuovere il principio di partecipazione nelle scuole, se pur con approcci molto diversi, hanno iniziato a percorrere una strada che, tuttavia, risulta per molti versi impervia, per via della complessità del quadro istituzionale scolastico e del clima organizzativo generale in cui vive la scuola a seguito degli interventi di riforma recenti.

Attraverso la partecipazione si ottengono i seguenti risultati:

  • I ragazzi/e possono acquisire preziose competenze che dureranno tutta la vita – per esempio organizzando e presiedendo incontri, lavorando in squadra, pianificando le azioni, raccogliendo informazioni, formulando opinioni, parlando in pubblico.
  • I ragazzi/e possono imparare molto circa le strutture di potere che esistono all’interno della società, i loro diritti e il loro ruolo nel contribuire a portare un cambiamento positivo. Il loro coinvolgimento in età precoce può ispirare in loro la consapevolezza di essere cittadini attivi con una forte spinta all’uguaglianza e alla giustizia sociale.
  • I ragazzi/e acquisiscono fiducia attraverso il loro coinvolgimento nella possibilità di determinare un cambiamento positivo, nella propria vita o nella vita degli altri.
  • Il coinvolgimento dei ragazzi/e può aiutare a cambiare la percezione dell’opinione pubblica su ciò che i ragazzi/e sono capaci di fare e permette di percepirli come cittadini e come attori sociali nella tutela dei diritti.

Le metodologie e gli strumenti che attivano la partecipazione dei bambini/e sono in netto contrasto con le attuali pratiche. Occorre promuovere con forza le metodologie di apprendimento “non formale”, cioè, tutto ciò che è diverso dal “formale” rappresentato in maniera specifica dalla lezione frontale e dai metodi di apprendimento legati alla centralità del testo. Le nuove tecnologie ci propongono metodi, strumenti e linguaggi che vanno decisamente nella direzione indicata ma che trovano nella scuola italiana, vista l’età media degli insegnanti, ostacoli enormi. L’approccio socio-costruttivista costituisce il contenitore metodologico più appropriato per la progettazione e esecuzione di tali attività nei contesti scolastici. Questo approccio propone un’educazione costruita insieme tra formatori e partecipanti, dove il centro del processo educativo è sempre il partecipante. I punti qualificanti del costruttivismo sono l’attenzione al contesto di apprendimento, la centralità del soggetto che apprende, la costruzione sociale della conoscenza attraverso la negoziazione interpersonale e cooperativa dei significati e la diversità/molteplicità delle strategie, dei processi e degli approcci conoscitivi. Rispetto alle più tradizionali modalità di insegnamento, il centro dell’attenzione è spostato sul soggetto che apprende in modo non passivo, ma attivo: con altre parole si potrebbe sostenere che il socio-costruttivismo costruisce sul sapere posseduto dal partecipante che produce conoscenza e nuovo sapere partendo da se stesso e dal confronto con il gruppo dei suoi pari.

 

L'esperienza dei Consigli Consultivi di Save the Children all'interno del Programma "Fuoriclasse" 

Ormai più di qualche anno fa ci ritrovammo (con quello che ora è il “Dipartimento Educazione” di Save the Children italia) a ragionare in sede di valutazione sugli effetti dei progetti a cui avevamo partecipato, interventi importanti di informazione/sensibilizzazione ma che avremmo voluto che lasciassero un segno reale, un impatto più sulla cultura organizzativa degli adulti responsabili che sulla “pratica” della partecipazione.

Per alcuni di questi progetti, quelli che “predicavano” la partecipazione, ci sembrava oltremodo etico non abbandonare i ragazzi/e a contesti che tutto erano meno che partecipativi.

Molti di noi avevano osservato, a seguito dei nostri interventi, che l’apertura di spazi di partecipazione per i ragazzi nelle scuole metteva in crisi più gli adulti responsabili (insegnanti, genitori, dirigenti scolastici) che i ragazzi stessi che, invece, sembravano vivere queste esperienze con la massima naturalezza possibile. Così, non era raro assistere, al termine dei nostri progetti, ad un ritorno alle comuni prassi che escludevano i ragazzi/e da qualsiasi forma di partecipazione. Per questo pensammo di agganciare ai progetti dei moduli che dovevano dare alle nostre parole, che spesso si perdevano tra polverosi doposcuola e disattenzione atavica degli adulti, una sostenibilità nel tempo.

Nacquero così i Consigli Consultivi, organizzazioni stabili di dialogo, partecipazione e consultazione tra studenti e docenti all’interno delle scuole. E nacquero per essere alla fine di un percorso e per essere l’inizio di un cambiamento reale.

Obiettivo ambizioso ma che, a distanza di qualche anno e in alcune realtà importanti e significative, stiamo effettivamente raggiungendo anche grazie alla straordinaria capacità e professionalità dei nostri coordinatori e formatori e alla capacità e disponibilità di molti istituti scolastici, dei loro insegnanti e dei loro dirigenti.

Sappiamo per esperienza e crediamo profondamente che quando i bambini hanno la possibilità di assumere un ruolo, di collaborare con gli adulti e di prendere decisioni congiunte con loro, forniscono un contributo di grande rilievo e, allo stesso tempo, credono di più in loro stessi/e, migliorando in capacità, aumentando le loro conoscenze, sentendo di appartenere.

Durante tutti questi anni di lavoro abbiamo sempre cercato di ottemperare ad un diktat etico per noi irrinunciabile, che, più o meno, può essere sintetizzato con la seguente affermazione: “La partecipazione dovrebbe essere un atteggiamento istituzionale, professionale e personale più che una pratica occasionale, dal momento che fa sorgere aspettative e puà causare grande frustrazione se non è adeguatamente realizzata”. E’ nostro preciso compito, pertanto, fare sì che il principio venga realmente adottato e non solamente sbandierato da improvvisate forme volontaristiche di partecipazione.

Per questo riteniamo non particolarmente “etico” promuovere il principio di partecipazione attraverso iniziative di informazione/sensibilizzazione nei confronti dei bambini senza promuovere, al tempo stesso, analoghe iniziative di coinvolgimento e messa in gioco degli adulti responsabili.

La partecipazione richiede determinati comportamenti da parte degli adulti che prevedono una formazione specifica rispetto ad atteggiamenti, approcci e strumenti. L’investimento in formazione degli adulti responsabili (formatori di Save the Children, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici, ecc.), con particolare riferimento ad alcune realtà più complesse ma contestualmente più interessanti, è un’opzione cruciale per l’efficacia dei nostri progetti.

La “formula” che sta alla base dei Consigli Consultivi è che il contesto scolastico, in assenza di partecipazione, è a rischio di dispersione. Al contrario, i Consigli Consultivi possono rappresentare un importante strumento di contrasto alla dispersione. Non l’unico strumento, certo, ma quello che l’ambiente scolastico può efficacemente approntare dal momento che le variabili che condizionano la dispersione scolastica sono anche esterne alla scuola.

In un primo momento, i Consigli Consultivi dovevano esprimersi sui metodi per accompagnare gli studenti con difficoltà rispetto al programma scolastico, secondo modalità suggerite dai ragazzi stessi. Nelle prime applicazioni, tuttavia, è apparso subito chiaro come questo “mandato” fosse troppo ristretto. I ragazzi/e coinvolgevano livelli che potremmo definire appartenenti al cosiddetto “benessere organizzativo” e, cioè, volevano discutere di questioni che riguardavano il rapporto tra i compagni di classe, la metodologia didattica, il rapporto tra docenti e alunni, la qualità delle strutture a disposizione e, in generale, l’organizzazione scolastica.

E’ importante sottolineare come il valore aggiunto della partecipazione non debba essere ricercato solo nella opportunità di rafforzamento (empowerment) e crescita che viene offerta ai giovani che vengono coinvolti, quanto piuttosto, nell’effettiva capacità del processo partecipativo di evidenziare il punto di vista dei giovani e di perseguire un effettivo (e misurabile) cambiamento. Anche se in alcuni contesti riteniamo sia ancora prematuro ottenere risultati su entrambi i fronti, occorre sempre considerare che è il secondo elemento (perseguire il cambiamento) il più importante, anche perché implica l’attivazione di processi di riadeguamento culturale soprattutto nei confronti degli adulti.

La partecipazione, pertanto, permette al bambino/a di sviluppare quel senso di appartenenza alla comunità locale che, in seguito, porterà l’adulto a prendersi cura del bene pubblico, promuovendo azioni di controllo sociale e partecipazione civica che vengono universalmente riconosciute come azioni chiave in un’ottica preventiva della corruzione.

Si è notato come un approccio partecipativo, laddove sia stato consapevolmente applicato, abbia permesso di raggiungere i seguenti risultati:

  • Sviluppare competenze di bambini/ragazzi grazie alla promozione di metodologie e attività partecipative
  • Sviluppare senso di responsabilità e appartenenza alla scuola di bambini/ragazzi
  • “Potenziare” (empowerment) i bambini/ragazzi come individui titolari di diritti e cittadini attivi
  • Migliorare la qualità e l’impatto delle attività che riguardano i bambini/ragazzi, tramite il coinvolgimento degli stessi nelle fasi di progettazione/attuazione/valutazione
  • Aumentare la visibilità di bambini/ragazzi e quella delle problematiche a loro collegate.

I Consigli Consultivi sono una realtà ormai in varie città: Milano, Torino, Napoli, Bari, Scalea (CS) e Crotone. In alcuni casi l’esperienza è in corso da più di due anni e sta radicalmente trasformando le scuole che lo hanno adottato. La nostra sfida (e il nostro impegno) è stato e sarà quello di assicurare che, una volta che il progetto sarà concluso, i Consigli Consultivi divengano strumenti “ordinari” di confronto tra adulti e bambini/e nelle scuole dove sono stati attuati.

 

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