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lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Il divieto di accettare doni, regali e utilità: una regola che viene da lontano. TERZA PARTE

(…leggi la PRIMA PARTE di questo articolo)

(…leggi la SECONDA PARTE di questo articolo)

 TERZA PARTE: L'atto amministrativo come "dono"

Esiste una seconda interpretazione del dono. Talvolta l’atto amministrativo può essere visto dal beneficiario come un “dono” (munus) da parte di chi, nei suoi confronti, detiene un grande potere, cioè il decisore pubblico.

Nel destinatario del potenziale atto sorge l’obbligo ad offrire un sacrificio necessario ad ingraziarsi il decisore pubblico. Oppure, una volta ricevuto l’atto, anche se nulla è dovuto in cambio, sorge nel destinatario un obbligo morale a sdebitarsi. E’ la cultura dell’ex voto (se l’offerta del dono antecedente all’atto) e del “per grazia ricevuta” (se l’offerta del dono è successiva all’atto) come remunerazione per un dono che si vuole ricevere o che si è ricevuto dalla “divinità”.

L’articolo 4 comma 2 del Codice di Comportamento PA, nella seconda parte stabilisce che: “…In ogni caso, indipendentemente che il fatto costituisca reato, il dipendente non chiede, per sé o per altri, regali o altre utilità, neanche di modico valore a titolo di corrispettivo per compiere o per aver compiuto un atto del proprio ufficio…”. L’ordinamento mira, attraverso questa disposizione, ad escludere anche questo schema di reciprocità per tutelare, in particolar modo, la reputazione della pubblica amministrazione.

renzoSi tratta, a ben vedere, di una tradizione antichissima. Ancora più antica delle mirabili parole scritte da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi quando narra di Renzo che, convinto da Agnese intraprende un viaggio pieno di incertezze verso lo studio dell’Azzeccagarbugli: “Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. … Lascio pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe a capo all’in giù, nella mano di un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. (…) e dava loro di fiere scosse, e faceva sbalzare quelle teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura“.

Natalie Zamon Davis tratteggia i caratteri di questa eredità culturale nel suo libro Il dono. Vita familiare e relazioni pubbliche nella Francia del cinquecento. Prima della Riforma luterana, nella dottrina e nel diritto canonico l’idea che la chiesa fosse un’istituzione caratterizzata dal passaggio dei doni era solidamente radicata. Il sistema cattolico si caratterizzava per una reciprocità complessa e articolata, in cui a essere donate erano le cose più diverse, dalle candele di cera alla fede. C’era scambio tra laici e preti. I laici donavano calici, paramenti e stendardi e denaro, i preti ricambiavano con l’intercessione liturgica, le preghiere e la messa. Il denaro elargito per una messa era considerato un dono, così come le decime erano considerate un’offerta, un’oblazione delle primizie fatta dal popolo al Signore nella persona dei sacerdoti.

Negli scritti ufficiali nessuno metteva in evidenza il vincolo o l’obbligo che Dio assumeva in conseguenza del dono ricevuto (principio di reciprocità). Nei testi del XII° secolo “munus” non era associato a “remuneratio”, ma a “cor” (cuore). Ci si preoccupava di donare a Dio nella giusta disposizione di spirito illustrata dalle offerte dei Re Magi.

Nella pratica tuttavia, le cose stavano in maniera assai diversa. Andare a Messa rappresentava per il popolo un dono sotto forma di sacrificio necessario per avere in cambio un risultato positivo. Tuttavia, in queste forme di scambio, il sacrificio a Dio rappresentava il tentativo di placare la sua ira e di indurlo alla riconciliazione (proprio come in moltissimi schemi “pagani”).

In cosa tale sistema prestava il fianco alle critiche dei riformatori? Nel frequente degradarsi dei doni tradizionali in pagamenti imposti (peccato di simonìa), reso più acuto dalle invettive dei protestanti i quali accusavano i preti di far mercimonio di cose sacre.

Lo schema protestante, invece, era del tutto contrario alla reciprocità. Il Dio di Calvino dona in assoluta libertà. Calvino non sarebbe mai stato disposto ad ammettere che Dio avesse un obbligo, anche minimo, nei confronti di qualche entità esterna: “Dio non può ricevere alcun beneficio da noi” e “A Padre, a padrone, a Dio onnipotente non si può restituire l’equivalente”. Ai doni di Dio i cristiani devono rispondere obbedendolo, amandolo, dimostrandogli gratitudine.

Secondo Calvino, tutti i cristiani sono legati da obblighi reciproci, che tuttavia non si qualificano in una struttura rigidamente determinata, in un circuito del dare e ricevere. Gli uomini restano liberi e non legati al vincolo del dono. Gli effetti di tale impostazione ricaddero sulla legislazione di Ginevra dove Calvino risiedeva. Le leggi ponevano limiti assai rigidi ai doni e si ispiravano, in parte, alla speranza di imporre un comportamento decoroso in una città di Dio, dall’altra, rappresentava lo sforzo di trasformare i rapporti che accompagnavano lo scambio di doni. L’impatto fu piuttosto parziale. I Codici sottostanti resistettero, almeno nel breve-medio periodo.

(continua…)

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