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lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Il divieto di accettare doni, regali e utilità: una regola che viene da lontano. PRIMA PARTE

PRIMA PARTE

“Coloro che donano non sono tutte persone generose”
Baldassarre Castiglione 1478-1529, Diplomatico al servizio della Santa Sede

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Esiste un unico Codice di Comportamento? I dipendenti pubblici sono chiamati ad osservare le disposizione di un nuovo Codice di Comportamento secondo quanto disposto dal d.P.R. n. 62 del 2013. Ma siamo sicuri che non esistano altre regole che orientano il comportamento dei dipendenti? Siamo sicuri, cioè, che la cultura delle micro-organizzazioni, intesa come forza che governa le relazioni tra le persone, nonché come costruzione e mantenimento di rapporti di potere, non possa condizionare l’operato dei dipendenti pubblici attraverso regole proprie?

Una ipotesi che si potrebbe formulare è che accanto alle regole del Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici esistono altri “Codici” che agiscono sotto la superficie. Si tratta di regole a volte antichissime che governano le relazioni tra le persone di un determinato contesto praticamente da sempre. Si tratta di regole che vengono, in larga parte, avallate dalle leadership e rafforzate dai comportamenti di adesione degli altri dipendenti. Sono regole, infine, che vengono amplificate dalla stigmatizzazione sociale di chi vi si oppone.

Uno dei Codici sottostanti in cui ci si potrebbe imbattere fa riferimento alle regole che governano lo scambio. In particolare, il cosiddetto “principio di reciprocità” che è alla base degli scambi che vivono e si alimentano negli atti di presunta liberalità come doni, regali e altre utilità.

Il Codice di Comportamento se ne occupa con una specifica disposizione, l’articolo 4. Il comma 2 stabilisce che: “Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore effettuati occasionalmente nell’ambito delle normali relazioni di cortesia”.

Lo scambio di beni, anche se di valore intrinseco non fondamentale, è uno dei modi più comuni e universali per creare relazioni umane (o per creare ponti con il divino a volte, secondo alcune teorie sul significato del sacrificio). Addirittura il dono diventa, secondo Marcel Mauss (l’autore che nel secolo scorso ha contribuito maggiormente ad approfondire questo argomento), un fatto sociale totale, vale a dire un aspetto specifico di una cultura e, pertanto, attraverso la sua analisi è possibile leggere per estensione le diverse componenti della società. L’autore suppone che il meccanismo del dono si articoli in tre momenti fondamentali basati sul cosiddetto principio di reciprocità: dare (MUNUS), ricevere l’oggetto o l’utilità (ci deve essere accettazione); ricambiare (REMUNERATIO).

Attraverso la regola dell’articolo 4, pertanto, l’Ordinamento mira ad escludere l’attivazione del suddetto schema di reciprocità che curverebbero la linearità (attuale e futura) del processo decisionale del decisore pubblico. L’accettazione di un dono (non di modico valore) ha il potenziale di generare un conflitto di interesse tra “interesse primario” e, cioè, l’interesse pubblico che l’amministrazione deve promuovere e l'”interesse secondario” che, in questo caso è rappresentato dall'”interesse a ricambiare” o “a sdebitarsi” che viene attivato all’accettazione del dono da parte del dipendente pubblico.

La migliore definizione di “dono” (o regalo o altra utilità nella terminologia utilizzata dal Codice) in grado di generare tale conflitto di interesse , a mio avviso, è presente in una pubblicazione di Valentin Groebner (Liquid Assets, Dangerous Gifts: Presents and Politics at the End of the Middle Ages, 2002). Secondo Groebner un dono è una transazione che assume una particolare formalità retorica, dal momento che mormora (o grida dipende dalle circostanze) “Sono per te solamente e non devi fare niente per contraccambiare”. Al di là se questo è vero oppure no, sta di fatto che al momento del donare, il donatore non può esplicitamente richiedere qualcosa in cambio se non vuole mettere in pericolo l’efficacia dell’intera transazione. I doni possiedono un potere seduttivo, un’eloquenza, nonché la capacità di trasformare le relazioni sociali.

Un dono efficace è, pertanto, un dono che evoca ambiguità. Diremmo che, prima o poi, il dono genera un “dilemma”.

Non stiamo parlando, pertanto, del dono di chi pratica la “gratuità” come, ad esempio, nella pratica del volontariato, dove chi dona lo fa con spirito di liberalità non avendo in mente una remunerazione che non sia attraverso la produzione dei cosiddetti “beni relazionali”. Secondo Zamagni, inoltre, Il non pagamento delle prestazioni o, più in generale, la mancanza di ricompense (presenti o future) non assicura, di per sé, la gratuità, la quale è essenzialmente una virtù, che postula una precisa disposizione d’animo.

Cosa significano i termini “munus” e “remuneratio”? MUNUS (dono) è il DONO che obbliga a uno scambio, proviene etimologicamente dalla radice “mei” che significa “dare in cambio”. Da munus si sono generati dei termini che sono per noi molto significativi. Ad esempio, “COM-MUNIS” è propriamente chi ha in comune dei munia cioè dei doni da scambiarsi. Ora quando questo sistema di compensazione gioca all’interno di una stessa cerchia, si determina una “comunità”, cioè un insieme di uomini uniti da questo legame di reciprocità. RE-MUNERATIO, invece, è l’azione del dare indietro un “munus“, quindi del ricompensare per un dono precedentemente ricevuto.

Marshall Sahlins (1974) identifica diverse tipologie di reciprocità:

  • Reciprocità generalizzata. Essa si verifica quando una persona condivide beni o lavoro con un’altra persona senza aspettarsi nulla in cambio (gratuità).
  • Reciprocità bilanciata o simmetrica. Si verifica quando qualcuno dona a qualcun altro, in attesa di un giusto e tangibile ritorno in un futuro indefinito. Si tratta di un sistema molto informale di scambio. L’aspettativa che il donatore sarà rimborsato è basato sulla fiducia e sulle conseguenze sociali (schema previsto dall’articolo 4 del Codice di Comportamento).
  • Reciprocità negativa è ciò che gli economisti chiamano baratto. Una persona che fornisce beni o lavoro e si aspetta di essere ripagato immediatamente con alcuni altri beni o lavoro di pari valore. La reciprocità negativa può comportare un quantitativo minimo di fiducia e una distanza massima sociale. Può avvenire tra estranei.

Quando si trascura il “registro del dono”, una delle conseguenze è che non ci si accorge di quanto spesso esso sia presente nel mondo che ci circonda. Secondo Natalie Zamon Davis, la teoria dell’economia di mercato è parsa inadeguata a descrivere la condotta e le motivazioni umane nello scambio di beni e servizi e a mostrare come i sistemi si autoregolino. Oggi un approfondimento culturale sui doni potrebbe rappresentare un’utile integrazione al dibattito che si va costruendo su interesse pubblico e interesse privato.

E’ anche per questo motivo che l’Ocse, pur riconoscendo il principio generale che i dipendenti pubblici sono tenuti a non chiedere o accettare regali o mance da individui o organizzazioni che possono influenzare la loro imparzialità, ammette, tuttavia, che in pratica non è sempre realistico e talvolta anche non auspicabile vietare rigorosamente tutti i tipi di regali e altre utilità (Towards a sound integrity management, 2009).

Invece di optare per una politica ‘a tolleranza zero’, le amministrazioni andrebbero incoraggiate a scegliere di sviluppare un orientamento più sfumato. Occorre essere consapevoli del rischio, che è tipicamente proprio degli strumenti fortemente basati su regole/procedure, di indebolire la capacità dell’individuo e la disponibilità a mettere in discussione il proprio processo decisionale etico. Quando le persone si confrontano solo con le regole, vi è un rischio significativo che si concentreranno su una rigida applicazione della regola, piuttosto che sul principio etico sottostante.

Le amministrazioni, pertanto, potrebbero anche optare per opzioni meno “formalistiche”. Invece di avere una policy specifica, potrebbero sviluppare una policy dei casi concreti attraverso incontri, ad esempio, di formazione con approccio valoriale. Questo approccio ha il forte vantaggio di coinvolgere realmente i dipendenti a sviluppare una comprensione dello “sfondo etico” delle regole contenute nel Codice. Attraverso questo approccio si analizza in modo ottimale il processo decisionale etico rafforzando le competenze e l’impegno a conformarsi sulla base di soluzioni concordate.

(continua…)

Le slides relative a questo articolo possono essere scaricate a questo link

Il webinar dedicato a questo argomento può essere ascoltato a questo link

 

 

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