@spazioetico

lo spazio dei comportamenti non esigibili per legge (Lord Moulton)

Storie di Whistleblowing e abissi culturali

9AVi sentireste più sicuri a salire a bordo di un traghetto il cui armatore ha preso in seria considerazione la ripetuta segnalazione di guasti (con particolare riferimento al malfunzionamento delle porte tagliafuoco) e si è attivato per fare in modo di ripararli?

Direi di sì.

L’evidenza più chiara del motivo per cui si rende necessaria l’introduzione di una normativa ad hoc per il Whistleblowing si trova nelle grandi catastrofi e gli scandali che si sono verificati nel corso degli ultimi dieci anni. Quasi tutte le inchieste ufficiali riferiscono che i lavoratori erano venuti a conoscenza dei pericoli, ma o erano troppo spaventati per dare l’allarme, o avevano sollevato la questione con la persona sbagliata o nel modo sbagliato. Alcuni esempi: l’ispettore ferroviario che, per paura di smuovere le acque, non ha segnalato un cablaggio irregolare prima del disastro ferroviario di Clapham in cui 35 persone sono morte. Ci furono cinque avvertimenti riguardo al malfunzionamento dei portelloni di prua, prima della tragedia di Zeebrugge nel 1987, in cui un traghetto si ribaltò e morirono 193 persone. Presso Barlow Clowes e la Banca di Credito e Commercio Internazionale e a Maxwell una cultura della paura e silenzio dissuase i lavoratori dal segnalare, il che costò ad investitori e pensionati miliardi di sterline. Infine, un impiegato della Matrix Churchill scrisse una lettera al ministro degli esteri sulle deficienze delle munizioni per l’Iraq ma fu ignorato dai funzionari…

Con queste parole, Richard Sheperd, un membro conservatore del Parlamento inglese, giustificava la necessità dell’introduzione del Public Interest Disclosure Act (PIDA) in Inghilterra nel 1998, cioè, della normativa più avanzata in tema di Whistleblowing nei Paesi occidentali.

Per misurare la distanza, direi, l’abisso culturale che ci separa da questo “atto di civiltà” che è rappresentato dal PIDA inglese, vi segnalo una vicenda tutta tristemente italiana (anche piuttosto nota) in cui il denunciante (Whistleblower), il cardiochirurgo Fausto Saponara, è stato licenziato, solo qualche giorno fa, dall’azienda ospedaliera San Carlo di Potenza, con l’accusa di (testuali parole): “aver reso dichiarazioni relative a presunti comportamenti omissivi da parte della Direzione dell’Azienda ospedaliera che avrebbe occultato volontariamente la nota vicenda della paziente E. P. La propalazione di tali affermazioni ha determinato e determina grave nocumento all’immagine dell’azienda”.

L’articolo è apparso sul Fatto Quotidiano a firma di Antonello Caporale. La “nota vicenda” di cui parla anche il provvedimento disciplinare, fa riferimento alla morte di Elisa Presta, 71 anni, avvenuta a seguito di un intervento chirurgico nell’ospedale lucano. Saponara aveva raccontato al Fatto Quotidiano “il conto esatto delle omissioni,delle correlazioni, del clima di ostilità interna…” a cui aveva assistito.

Siamo veramente molto curiosi di capire come il Responsabile della Prevenzione della Corruzione di quella Azienda Ospedaliera gestirà, a questo punto, la procedura di protezione dei Whistleblower che, ricordiamo, è una misura obbligatoria del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione.

E l’ANAC? Ci piacerebbe sentire un commento di Cantone a proposito di questo provvedimento diciplinare, anche perchè, se non si applica il comma 51 della legge 190 a questo caso, allora non si applica più a niente e nessuno: “Fuori dei casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, il pubblico dipendente che denuncia all’autorita’ giudiziaria o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia”.

Tra l’altro, il dottor Saponara nell’intervista al Fatto Quotidiano ha elencato minuziosamente il numero di occasioni in cui aveva denunciato il caso alla gerarchia sanitaria senza mai ottenere risposta.

E perciò, per tornare a quanto ci siamo detti sopra, vi sentireste più sicuri ad essere operati in un ospedale dove i medici sono abituati a segnalare eventuali malfunzionamenti, errori, procedure sbagliate ed in cui le gerarchie sono abituate a prendere in seria considerazione tali segnalazioni e a porre immediatamente rimedio, oppure vi sentireste più sicuri in un ospedale che licenzia chi fa tali segnalazioni?

A voi la risposta.

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